ALCUNI ELEMENTI DI PSICOLOGIA
“Se la mente può esercitare una tale influenza
Sul cervello; se il cervello
altro non è che lo strumento
della mente (il suo strumento più importante,
ma pur
tuttavia soltanto un suo strumento) allora noi
possiamo
trovare il modo di sviluppare e migliorare
questo
strumento. Nessuno deve inevitabilmente restare legato
per tutta la vita allo standard cerebrale
che possedeva
quando è nato, giacché si possono trovare i
metodi per
rendere il cervello più adatto alla vita”
(Alfred Adler)
Alla nascita, la maggior parte del
cervello umano è già formata. Ogni individuo è venuto al mondo con un corredo
genetico unico e irripetibile: anche se apparentemente
simili sotto l’aspetto fisiologico, gli esseri umani, singolarmente, sono
originali e tale originalità la devono a molti fattori, a cominciare dalle
caratteristiche genetiche, trasmesse dai loro avi.
Se pensiamo che ogni singolo
antenato (dai genitori fino ai bis o tris avoli) ha
avuto la propria storia biologica
specifica, non avremo difficoltà ad accettare il fatto che
ogni uomo è effettivamente un essere biologico unico, irripetibile e non
prevedibile.
E’ risaputo che le cellule nervose, a
differenza di quelle degli altri tessuti del corpo,
non si riproducono (a parte le scoperte di Rita Levi Montalcini).
Se i neuroni seguissero il ciclo nascita-riproduzione-morte, avverrebbe ad ogni istante la
sostituzione di vecchie cellule nervose con altre nuove, ma con la probabile
perdita contemporanea delle informazioni acquisite, in esse
contenute.
Alla nascita il cervello si presenta come un quaderno
bianco ( quasi, perché le sollecitazioni esterne e le reazioni fisiologiche ed
emotive della madre durante la gestazione coinvolgono il feto) le cui “pagine”
iniziano ad essere scritte a cominciare dal parto. Da questo momento la nostra
prodigiosa macchina del pensiero inizia a registrare del mondo esterno tutto
quello che le arriva attraverso gli organi dei sensi e a
interagire con esso.
Non potendo ancora elaborare
con simboli e concetti astratti, in questa fase, per il cervello
gli stimoli sensoriali assumono un’importanza determinante che
influenzerà lo sviluppo futuro dell’organizzazione delle reazioni.
Gli esperti dicono
che, a cominciare dai primi istanti di vita extrafetale, mentre si sta ancora
completando l’assetto funzionale neurale di base, si formano le direttrici
lungo le quali le cellule nervose intrecceranno le future connessioni. Le prime
connessioni neurali che corrono lungo queste coordinate principali
sono determinate dagli stimoli che raggiungono la corteccia cerebrale sotto
forma di luci, suoni, rumori, parole e
sensazioni tattili come il caldo
e il freddo, il liscio e il ruvido.
Sensazioni che saranno avvertite/giudicate dal neonato come piacevoli o sgradevoli,
alle quali andranno ad aggiungersi le altre provenienti dal soddisfacimento dei
bisogni fisiologici e delle cure neo-natali.
La grande
varietà, fra gli esseri umani, di stili educativi, di fattori culturali,
ambientali, contingenti, costituisce un altro importante fattore che determina
la differenziazione degli individui. Per non complicare il discorso, ci
fermiamo qui. Vi sarebbe molto da dire riguardo alle cause chimiche e ormonali,
alle carenze alimentari e affettive, ai fattori
accidentali ecc. che intervengono spesso nel processo di formazione e di
differenziazione. Il nostro scopo è quello di evidenziare la complessità e il
ruolo di una molteplicità di fattori che intervengono nel processo dello
sviluppo e dell’organizzazione del pensiero, delle motivazioni e del
comportamento.
In altri luoghi (studi sui Temperamenti
ecc.) abbiamo considerato come le persone si
presentano sotto l’aspetto relazionale. In questa sede vedremo che
cosa interviene nell’esperienza degli uomini, che può
influire sul loro modo di essere e di comportarsi.
Dopo la nascita, il bambino
cresce, si sviluppa e interagisce con l’ambiente. Inevitabilmente verrà a
trovarsi in situazioni di crisi dovute alla necessità di soddisfare le sue
esigenze. Potranno, quindi, generarsi dei conflitti tra le sue pulsioni e le
circostanze in cui si trova. Il suo stato di dipendenza condizionerà la sua
vita affettiva a seconda del modo in cui verranno
soddisfatte tali esigenze o gestiti tali conflitti. Questi problemi faranno
sentire il loro peso per tutta la vita. Da qui partono le varie teorie
psicanalitiche che cercano di comprendere e di definire i problemi generati
dalle reazioni individuali alle pulsioni.
Quello che nella caratterologia viene descritto in un certo modo trova, in realtà, nella
Psicologia del profondo il suo autentico significato.
La struttura dello psichismo
freudiano.
|
Struttura dello psichismo
freudiano |
Tipi psicosessuali |
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Super-Io |
Tipo ossessivo |
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IO |
Tipo narcisistico |
|
Id |
Tipo erotico |
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1° anno Fase
orale |
Fissazione: Attività |
|
2° anno Fase
anale a)
ritenzione b) rilasciamento |
Fissazione: accumulo Fissazione: apertura |
|
3° anno Fase
fallica |
Fissazione: bisogno
d’essere amato |
Per Sigmund Freud lo psichismo umano è
strutturato secondo uno schema che comprende tre componenti: Id, Io e Super-Io.
L’ Id è la componente
dello psichismo nella quale hanno origine le pulsioni
istintive legate ai bisogni primitivi.
L’Io è la parte che media tra l’inconscio e
il mondo esteriore.
Il Super-Io è la componente che contiene le
ingiunzioni sociali e morali incorporate.
Il concetto di libido è
molto importante nella teoria freudiana, è l’energia psico-sessuale
che dinamizza le pulsioni. A
seconda della componente psichica alla quale la libido va a fissarsi, si hanno questi Tipi:
Il Tipo erotico, nel quale
le pulsioni istintive hanno il sopravvento. Questo individuo è succube delle pressioni dell’Id ed è alla continua ricerca
del piacere. Sul piano affettivo ha bisogno dell’interscambio
“dare e ricevere amore”, è
ossessionato anche dal bisogno di ricevere conferme.
Il Tipo ossessivo è quello nella cui
vita predomina invece il Super-Io,
vale a dire, la componente delle istanze morali e
delle convenzioni sociali inculcate. Questo Tipo
è tormentata dalle ingiunzioni della propria
coscienza.
Il Tipo narcisistico è il meno legato
alle richieste sia dell’istinto che degli obblighi
morali. Tiene soprattutto all’integrazione dell’Io, mediando tra le proprie esigenze e le richieste della società.
Durante la crescita del bambino avviene
naturalmente la formazione del carattere. La Psicanalisi ci dice
che durante questa fase specificatamente dinamica, l’individuo deve superare
tre tappe: la fase orale, la fase anale e
la fase fallica. Per Freud,
la vita sessuale del bambino si sviluppa passando attraverso queste fasi.
Crescendo, egli sposterebbe gradualmente la sua attenzione dalla fonte di
piacere, localizzata inizialmente alla bocca con l’atto del mangiare e
succhiare, al controllo degli sfinteri e all’apprendimento a differire la
soddisfazione dei propri bisogni fisiologici anche in rapporto alle
sollecitazioni della madre che vuole che impari a regolare
queste funzioni. Infine sono gli organi genitali che cominciano a
destare il suo interesse. Se per qualche causa il
bambino non risolve correttamente il passaggio da una fase all’altra, egli
resterà “fissato” a quella che non ha
superato.
Il bambino fissato
alla fase orale, da adulto avrà un comportamento improntato all’ingordigia,
sarà portato agli eccessi nel mangiare e nel bere, dominato dall’avidità.
Il bambino che non ha superato la fase anale, a seconda del tipo di fissazione messo in atto, potrà essere
o “anale ritenuto”, ovvero, fissato sul piacere di ritenere le feci,
o “anale rilasciato”, fissato sul
piacere di liberarsene. Nel primo caso il comportamento manifesterà
la tendenza a rimandare le decisioni, sarà portato all’accumulo di beni
ed oggetti, avaro, pedante, maniaco della pulizia e dell’ordine. Nel secondo
caso, al contrario, egli si mostrerà piuttosto munifico, aperto,
spensierato, con uno spiccato senso artistico.
Il bambino fissato
alla fase fallica, da adulto mostrerà
insicurezza, instabilità emotiva, egocentrismo e attaccamento morboso.
La Psicologia Individuale
Secondo la Psicologia Individuale, di Alfred Adler,
il comportamento umano non è determinato da motivazioni inconscie
sessuali, ma dal significato che ogni individuo dà alla propria vita. Adler afferma che l’esistenza umana è fatta di simboli e
non di fenomeni puri e semplici. Tutto quanto esiste deve avere un significato
per gli uomini. Ciò che accade, quindi, deve essere prima “decodificato”, interpretato. La percezione dei fenomeni, che è
soggettiva, determina lo “stile di vita”
individuale, ovvero il significato che ognuno dà alla propria vita.
Un concetto importante della Psicologia
Individuale è quello del “sentimento di inferiorità”.
Nei primi cinque anni di vita si determina lo stile di vita degli esseri umani. Ciò che
conta, però, nella formazione del carattere non sono le esperienze pure e semplici
della vita, ma il significato che ad esse attribuisce
il bambino, significato che determinerà il suo stile di vita da adulto. In questa fase è perciò molto importante
il ruolo dell’educazione parentale. Il sentimento di inferiorità può instaurarsi a causa di un’educazione
sbagliata (il “bambino viziato” e il “bambino trascurato”) o a causa di
un’inferiorità organica.
Benché queste cause, di per sé, non
portino fatalmente al sentimento di inferiorità, molto
spesso il bambino vi trova una causa di sofferenza e ne fa una regione per
sviluppare delle tendenze aggressive o di superiorità. Attraverso uno stile di
vita che tenda alla conquista di una posizione di forza, ogni individuo
manifesta paradossalmente anche il proprio tipo di sentimenti di inferiorità.
Una maggiore cooperazione sociale potrà,
tuttavia, attenuare tale sentimento fino a produrre una migliore integrazione
nella società. Infatti, la soluzione dei tre problemi
principali della vita: il problema dell’occupazione, il problema
del vivere in associazione agli altri e quello del rapporto con l’altro sesso dipendono
dal grado di cooperazione che ogni essere umano sa esprimere.

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I Bisogni
La personalità è determinata anche dal
comportamento. Noi guardiamo una persona, quello che fa, come vive, parla e
agisce ed esprimiamo un giudizio su di essa. Il
comportamento comprende una serie di movimenti finalizzati al conseguimento di
un fine o alla soddisfazione di un bisogno. I modi con i quali vengono soddisfatti (oppure no) i bisogni fanno al differenza
tra i comportamenti della gente.
Sono i bisogni che spingono l’individuo ad
agire per modificare una situazione fisiologica o ambientale. Tali bisogni sono
spesso dinamizzati da sentimenti o emozioni che
inducono l’organismo ad uno stato di tensione o di sofferenza tale da
costringere la persona a modificare la sua condizione iniziale. Si comprende
così l’importanza dei bisogni in relazione allo studio
del comportamento e della personalità
I bisogni vengono
distinti in primari e secondari. I primari sono quelli che riguardano le soddisfazioni fisiologiche
(bisogno di cibo, di aria, di sonno, di sesso ecc.), i
secondari riguardano la sfera
psicologica (il bisogno di sicurezza, di realizzazione, di autonomia
ecc.). Non sempre questi ultimi sono manifesti
o vengono espressi con immediatezza. Possono anche
essere latenti, inibiti, inibito o rimossi.
Si differenziano anche in proattivi e reattivi. I primi sono
determinati dall’interno della persona, gli altri sono originati da
sollecitazioni ambientali.
Una distinzione particolare meritano i bisogni prepotenti, così chiamati perché non
possono essere rimandati, e sono per questo prioritari rispetto ad altri quando
ve n’è più d’uno contemporaneamente in una data situazione.
L’equilibrio della persona dipende dal
modo in cui saprà mediare tra le esigenze personali e le sollecitazioni
esterne. Se saprà attuare un buon compromesso,
trovando sempre nuovi sbocchi e soluzioni, otterrà l’adattamento, altrimenti,
la frustrazione delle necessità potrà indurla a comportamenti disadattati, a
nevrosi e a problemi sociali. Naturalmente, non sempre l’ambiente consente di
esercitare un controllo ottimale, talvolta è ostile
per cause contingenti, condizioni sociali oppressive e limitazioni psico-fisiologiche.


I meccanismi di difesa dell’Io
La personalità è costituita da un complesso sistema di
forza che hanno origine da processi inconsci. Quotidianamente ognuno è chiamato
ad affrontare compiti e situazioni problematiche che
immancabilmente sollecitano delle risposte dalla psiche. Anche
se non se ne ha consapevolezza, la risposta ai problemi della vita segue un
modello “depositato” nell’inconscio
nei primi anni di vita.
L’adulto che è stato
amato, accettato e guidato adeguatamente da bambino andrà probabilmente
incontro ai suoi simili con fiducia. Egli proverà nei loro confronti
sentimenti positivi ed avrà un atteggiamento ispirato
alla cooperazione. Ma se non è stato desiderato ed accettato, o se ha ricevuto un’ ”educazione” approssimativa,
da adulto manifesterà alcune tendenze improntate al rifiuto degli altri o
proverà talvolta dei sentimenti di ostilità e di ribellione.
Se avrà
ricevuto rispetto e amore, saprà rispettare e amare a sua volta. La sua percezione e la conseguente valutazione degli
altri e del mondo gli faranno da modello e da guida, orientando la sua
esistenza.
I problemi sono parte
integrante dell’esistenza; lo sviluppo normale della personalità passa
attraverso l’elaborazione dei conflitti. Anzi, è sempre contro qualcuno o qualcosa che si afferma la personalità, il
processo di maturazione avviene passando continuamente tra episodi gratificanti
o mortificanti. Un elemento importante del quale si deve tener conto in questo processo è l’ansia. L’ansia è una reazione
normale rispetto ai problemi della vita e che, in condizioni ordinarie, non
raggiunge livelli preoccupanti, ma dà piuttosto sapore alla vita. Quando però essa raggiunge dei livelli troppo elevati perché
l’organismo possa ancora sopportarla, scattano dei meccanismi di difesa dell’Io.
Il termine tecnico “meccanismi di difesa
dell’Io” può trarre in inganno perché, come vedremo, la loro adeguatezza è
in realtà discutibile. Vediamone alcuni.
Il meccanismo della rimozione.
Questo meccanismo muove dal tentativo
messo in atto da un soggetto di evitare la sofferenza derivante dalla
consapevolezza di un problema. Si tratta di un espediente attuato
dall’inconscio finalizzato a impedire all’Io di entrare in contatto con una
realtà troppo dolorosa, ed evitare così la sofferenza. Il problema viene così “rimosso”.
L’inganno consiste nel fatto che il problema non è stato cancellato realmente,
ma è stato soltanto celato alla coscienza, spinto ad un livello profondo da
dove, peraltro, continua a far sentire i suoi effetti, come il fuoco sotto la
cenere.
Il meccanismo della negazione.
E’ simile a quello della rimozione, ma di
grado più profondo. Esso richiama alla mente la metafora dello struzzo che
nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere il pericolo. Questo
atteggiamento è facilmente riscontrabile nei bambini che nascondono
simpaticamente il faccino dietro le manine per “nascondersi” alla vista di un
estraneo. Questo processo scatta quando il soggetto
realizza, per esempio, che sta per perdere una persona sulla quale ha investito
molto. Un coniuge potrebbe per, esempio, “non
vedere” di essere tradito; un genitore “non
si accorge” di certi strani comportamenti del figlio, ecc.
Il meccanismo della proiezione.
Don Chisciotte,
l’eroe di Cervantes, rappresenta bene il meccanismo
della proiezione: i nemici e i mostri, contro cui egli
lotta, sono in realtà una rappresentazione dei conflitti che agitano il suo
inconscio. Si tratta, quindi di un tentativo di trasferire al di fuori di sé sentimenti, affetti o pensieri inaccettabili
moralmente, oppure minacciosi.
E’ un meccanismo al quale si
ricorre spessissimo nella normalità dei rapporti e nella patologia. Si pensi ai
conflitti nell’ambito familiare: ognuno è portato ad attribuire all’altro sentimenti e intenzioni estranei. Il coniuge
geloso che controlla tutti i movimenti del partner perché sospetta un “tradimento” che, spesso, è solo un modo
di camuffare il proprio desiderio
erotico insoddisfatto, per esempio, a causa di auto-costrizioni
morali. Nel versante patologico, è un meccanismo che porta a
inventarsi atteggiamenti e volontà persecutori e, in casi gravi, a manie e a
psicosi.
Il meccanismo dell’identificazione.
Durante tutto il periodo
dell’infanzia, il bambino è alla ricerca di modelli di imitare, dei quali
assimilerà i comportamenti. Anche in questo meccanismo vanno distinti
vari gradi, alcuni positivi, altri del tutto innocui,
ma altri ancora patologici.
Il desiderio di essere “come
papà” p “come mamma” e l’imitare i loro atteggiamenti, più tardi sarà
incanalato in quello di essere come l’eroe del film, o
come il calciatore o l’attrice più in voga. Il problema vero nasce
quando qualcuno comincia a credersi … Napoleone!
Il meccanismo della razionalizzazione.
La favola della volpe che dopo vari
tentativi falliti di raggiungere l’uva conclude che è
acerba, illustra egregiamente questo meccanismo. Si tratta di un modo di scusare
la propria incapacità o insuccesso per evitare la sofferenza che deriverebbe
dal riconoscere realisticamente l’insuccesso. La manzoniana Perpetua opporrà
sdegnosamente d’aver “rifiutato molti partiti” alle dicerie delle comari che
insinueranno che nessuno l’ha voluta come moglie. Bisogna riconoscerlo, chi
nella vita, per evitare la penosa sensazione di uno smacco, non ha travisato
parzialmente i fatti ricorrendo a una versione di
comodo per “salvare la faccia”?
Il meccanismo della sublimazione.
E’
considerato il più sano e socialmente utile. Le energie che scaturiscono dalle
pulsioni istintive vengono incanalate in attività
virtuose che godono del plauso sociale, o che fanno conseguire risultati
ammirabili sotto il profilo creativo e artistico (ma, beato chi vi riesce!). I
contenuti delle pulsioni più profonde trovano così uno sfogo e, spesso un
riconoscimento pubblico appagante.
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La percezione.
Il pensiero è la funzione della mente che
ci permette di dare un senso al mondo. Ci mette in
grado di comprendere quello che accade nella nostra e nell’altrui esperienza,
di ricavare un senso dalle informazioni e costruire dei ponti tra noi e la
realtà che ci circonda.
Ricaviamo la nostra esperienza del mondo per
mezzo dei sensi: la vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’olfatto; essi
ci rendono consapevoli di quello che accade intorno a noi.
Molti cadono nell’errore di
credere che il cervello registri semplicemente i fatti così come si svolgono e
maturano la convinzione che le loro percezioni corrispondano alla realtà.
Spesso sfugge il fatto che noi non siamo riceventi
passivi, ma soggetti attivi e partecipanti alle sensazioni che ci coinvolgono.
La percezione è sempre una combinazione dei fatti così come si svolgono e la
discriminante costituita dalle sensazioni soggettive e l’esperienza che ogni
persona ne ricava. Si spiegano così le differenze d’opinione e i giudizi dei
singoli rispetto a una medesima esperienza. Questo
accade perché quando pensiamo ognuno attinge dal bagaglio della propria
esperienza e formazione il significato che attribuisce alle sensazioni. In
pratica succede che ognuno:
Seleziona soggettivamente i fatti sui quali soffermare
l’attenzione.
Organizza le sensazioni che ne ricava secondo un personale
modello o schema.
Interpreta, ovvero, cerca di dare un
significato a tale configurazione.
La rapidità di questa operazione
ci rende inconsapevoli del processo della percezione e, soprattutto, del fatto
che in ogni fase siamo stati protagonisti attivi, sia della scelta dei
particolari sui quali abbiamo focalizzato l’attenzione, sia dell’organizzazione
delle informazioni ricevute.
Questa facoltà è dunque un
processo dinamico e selettivo. Rappresenta tante possibilità di interpretare
gli avvenimenti, tutte utili al fine di ottenere una visione globale
e obiettiva della realtà e, tuttavia, singolarmente nessuna che sia esente
dalla possibilità di indurre in errori di valutazione. Ben lo sanno poliziotti,
avvocati e giudici, per esempio, quando l’importanza di certi particolari e
l’obiettività riguardo ad una esperienza possono fare
la differenza.
Oltre all’universo fisico, percepiamo una
serie di sensazioni interiori: pensieri, sentimenti, intenzioni, moventi ecc.
Anche rispetto a queste cose siamo naturalmente
soggetti attivi e la nostra coscienza interviene per ricavarne un senso per
noi. Ognuno indossa un virtuale paio d’occhiali le cui lenti modificano la
realtà a proprio modo; ce ne rendiamo spesso conto quando le nostre esperienze,
confrontate con quelle di altri, in famiglia, sul lavoro e nelle più svariate
situazioni della vita, danno corso a valutazioni e giudizi differenti.
Dal momento
che il significato che si
attribuisce agli eventi è strettamente legato alle risposte, il comportamento
seguirà naturalmente i moventi maturati. Anche il senso comune descrive bene
questa realtà: “Vai avanti coi paraocchi”, “Sei per caso orbo?”, “Da quell’orecchio non ci sente” ecc.
Nella fase della selezione ognuno focalizza l’attenzione su determinati particolari
escludendone altri; oggetti suoni, azioni, vengono
scelti soggettivamente secondo criteri dettati dal gusto, l’interesse o anche
dall’umore del momento. Guardate il comportamento della gente in una libreria:
c’è quello che passa molto tempo nella sezione della manualistica e l’altro che
spulcia tra tomi
scientifici o fra i romanzi rosa. Per qualcuno è un non-senso che ventidue
persone corrano come forsennati dietro a un pallone,
mentre un altro, nella stessa situazione, vi scorge strategie e tecniche di
gioco di una certa finezza. Una persona dall’umore depresso può essere
indifferente ai mille stimoli provenienti dai partecipanti a
un ricevimento, proprio mentre un’altra, con un umore diverso, se la spassa
allegramente.
I condizionamenti percettivi determinano
il significato e l’ampiezza del campo del giudizio individuale. Alcuni si “chiudono” rispetto a particolari esperienze emotive che,
altri, invece, reputano stimolanti.
Le esperienze influiscono
sulle percezioni, ma anche queste ultime influiscono sulle esperienze. Questi
due fattori si inseguono reciprocamente in una spirale
che procede a ritroso verso le esperienze infantili, allorché il pensiero
astratto era assente e gli stimoli sensoriali costituivano l’unico ponte con la
realtà esterna. I primi giudizi del bambino sono “buono o cattivo”, “piacevole o sgradevole” ecc.,
in base a cose concrete, manca ancora il pensiero astratto e il simbolismo
attribuito alle cose. Eppure sono questi i fattori che
influenzeranno i giudizi e i comportamenti futuri.
E’ quantomeno improbabile trovare due
persone che provano, comprendano e valutano gli
avvenimenti in modo del tutto simile. Il campo percettivo diventa così il
terreno sul quale si confronteranno i giudizi personali più contrastanti, che
si tratti di politica, di religione, di arte o del
semplice gusto … di un gelato.
____________________________
Le emozioni
Che cosa sono le
emozioni?
Che cosa si nasconde dietro il luminoso sorriso di una
donna? Probabilmente un processo fisiologico e psicologico
poco poetico rispetto al risultato estetico che produce. Ogni livello
della coscienza ne è coinvolto, la memoria, i processi
cognitivi, l’attività ghiandolare che, con specifici ormoni, modifica la neurofisiologia.
Le emozioni costituiscono un
universo magico molto differenziato. E’ possibile
innescare una gamma di reazioni molto vasta per intensità e natura. Tali “movimenti” dell’anima ( e-motus , dal latino) sono d’importanza vitale per l’equilibrio
psicofisico e per dei sani rapporti interpersonali, come hanno dimostrato
esperimenti (con risultati moralmente discutibili) fatti su uomini ed animali
che furono di proposito privati della possibilità di viverle liberamente. Più
ci si avvicina agli estremi di queste manifestazioni che colorano indubbiamente
la vita e più si notano le differenze caratteriali degli individui.
Le persone “fredde”, quelle cioè che non si lasciano
coinvolgere troppo dai sentimenti e che mostrano un umore stabile e uniforme
sono all’estremo opposto di quelle altre che vengono definite “iperemotive”,
le quali, benché ricche di sentimento e calore umano, alternano momenti di
acceso entusiasmo ad altri di abbattimento e di frustrazione. Fra questi
opposti poli c’è tutta una gamma di caratterizzazioni
e modi di rapportarsi con i problemi e la gente.
Il ruolo che giocano
le emozioni, i sentimenti e l’affettività in genere, nella vita delle persone e
nei loro reciproci rapporti, è molto importante. Importante ancora è la consapevolezza delle proprie risposte emotive,
del rendersi conto del loro peso nelle relazioni. Se da una parte le emozioni
rendono la vita e le relazioni umane piacevoli e stimolanti,
dall’altra possono intralciare, ostacolare e perfino compromettere gravemente i
rapporti. Se è facile accettare e corrispondere la gioia, l’allegria,
l’entusiasmo ecc., non lo è altrettanto con la paura,
l’odio, la tristezza …che sono anche
alla base di molti disturbi psicofisici.
Possiamo dire
che, sebbene ogni individuo sia in grado di provare tutta quanta la gamma delle
emozioni, ognuno generalmente ne utilizza di preferenza alcune di esse in
maniera abituale. Sono quelli che con approssimativa generalizzazione vengono definiti come pessimisti,
o ottimisti, o scorbutici, o apatici
ecc. Personalmente ho fatto conoscenza con alcuni che mi hanno quasi aggredito
per aver detto loro “oggi ti trovo di
ottimo aspetto”, tanto erano affezionati al loro ruolo di “povere vittime”. Del resto ognuno
potrebbe testimoniare d’aver incontrato individui che davano l’impressione d’essere
stati tagliati dalla nuda roccia, tanto sembravano
freddi e distaccati.
Tutto questo ci riconduce, ancora una
volta, allo studio dei Temperamenti considerato in un’altra sede. Se arrivasse
d’improvviso qualcuno gridando: “I
marziani sono sbarcati sulla Terra” vi sarebbe comunque
sempre quello che reagirebbe dicendo: “Interessante!”
ed un altro che esclamerebbe: “Poveri
noi!” e chi invece entusiasticamente griderebbe “Magnifico!”. Così è la vita, così sono le
persone.
Uno psicologo ha proposto una rosa di otto emozioni principali che, nel diagramma, sono state
divise in due serie di quattro, opposte tra loro (esempio: gioia – tristezza;
coraggio – paura; ecc); ognuna di tali coppie costituisce un’altra emozione,
posizionata esternamente al cerchio: il rimorso, per esempio, è costituito dal
disgusto e dalla tristezza; l’amore, dalla gioia e dall’amicizia.
