Il Romanzo della Bibbia
L'insieme dei libri sacri
il canone
http://www.chiesadicristo-padova.it/bibbia.htm
Il canone dell'Antico Testamento
La Bibbia, Parola di Dio per noi (1)
Nascita e sviluppo della Bibbia
L'elenco della Bibbia presso gli Ebrei
Criteri di canonicità o di ispirazione
La Bibbia ebraica presso i cristiani
Il canone del Nuovo Testamento
Il concetto di tradizione (la fase orale)
Gli altri studi sono tratti dal libro "
Il Romanzo della Bibbia"
di F. Salvoni e Fr. Rossi
Studi a cura della Libera Facolta Biblica Internazionale
Milano - Via del Bollo 5
1980
Capitolo I – Libri sacri nelle religioni
Capitolo II – Solo i libri canonici sono ispirati
Capitolo III – L’ispirazione nell’A.T. e presso gli Ebrei
Capitolo IV – L’ispirazione secondo il Nuovo Testamento
Capitolo V – Ispirazione presso i cristiani sino al Concilio di Trento
Capitolo VI – Dal Concilio di Trento ai nostri giorni
Capitolo VII – Psicologia dell’ispirazione
Capitolo VIII – Bibbia e scienza (parte prima)
Capitolo VIII – Bibbia e scienza (parte seconda)
Capitolo IX – Bibbia e archeologia
Capitolo XI – Genere letterario storico (storiografia biblica)
Dio ha
parlato
La Bibbia non
è un manuale di teologia
La Bibbia non
è un trattato di filosodia
La Bibbia
non è un manuale scientifico
La Bibbia è
Parola di Dio per noi
Come si è
formata la Bibbia?
Antico Testamento
La questione dei
libri deuterocanonici
L'autore della lettera agli Ebrei inizia il suo scritto affermamdo: « Dio, dopo aver anticamente parlato molte volte e in svariati modi ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo di suo Figlio . . . » (Eb 1, 1-2). In queste brevi e lapidarie espressioni abbiamo la descrizione della rivelazione di Dio agli uomini, che è giunta fino a noi per mezzo della Bibbia.
Il cristianesimo, come anche le altre due grandi religioni monoteistiche: l'ebraismo e l'islamismo, è detta la religione del Libro, in quanto basa la propria fede su una rivelazione scritta ispirata da Dio.
Alcuni potrebbero rimanere perplessi nel sentire che Dio «ha parlato » perché pensano che si tratti di un antropomorfismo, cioè un tentativo dell'uomo di rappresentarsi la divinità sotto forma umana. Ma se crediamo che Dio è all'origine di ogni realtà esistente, non dovremmo avere difficoltà a credere che Egli possa aver voluto in qualche modo comunicare con l'uomo. Poiché l'unico linguaggio che noi potevamo comprendere è il linguaggio umano, Dio si è servito proprio di questo mezzo per farci conoscere il Suo disegno divino riguardante la salvezza dell'umanità. La rivelazione pervenutaci tramite la Bibbia è pertanto parola divina in quando è espressione della volontà di Dio, ma nello stesso tempo è anche parola umana in quanto tale volontà ci è stata tecnicamente trasmessa per mezzo del linguaggio umano.
La Bibbia non è un manuale di
teologia
Appunto perchè la rivelazione è stata espressa mediante un linguaggio umano, con tutti i limiti che questo linguaggio comporta, la Bibbia non è un trattato di teologia che ci svela tutti i misteri della natura e dell'essenza di Dio. Per conoscere i misteri della natura e dell'essenza di Dio, noi dovremmo elevarci al Suo stesso livello, ma questo non ci è possibile a causa della nostra natura limitata e finita. Nella Sua rivelazione Dio ci ha fatto conoscere alcuni attributi o qualità della sua essenza, ma si tratta pur sempre di una conoscenza parziale e limitata in quanto il linguaggio umano non è in grado di descrivere realtà che trascendono l'orizzonte delle sue limitate capacità espressive. La rivelazione di Dio quindi riguarda in modo particolare l'uomo ed il suo destino eterno; si tratta in altre parole del progetto di Dio per la salvezza dell'uomo . Questa natura della rivelazione divina è stata chiara fin dall'inizio al popolo ebraico: « Le cose occulte appartengono all'Eterno, il nostro DIO, ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figli per sempre, perché mettiamo in pratica tutte le parole di questa legge » (Dt 29, 29). Ed è stata anche ribadita dall'apostolo Paolo quando in una delle sue lettere al giovane Timoteo scriveva che ogni Scrittura ispirata « é utile ad insegnare, a convincere, a correggere e a istruire nella giustizia, affinché l'uomo di Dio sia completo, pienamente fornito per ogni opera buona » (2 Ti 3, 16). Paolo non solo conferma sostanzialmente che lo scopo delle sacre Scritture è anzitutto quello di "insegnare, convincere, correggere ed istruire nella giustizia", in modo che ogni uomo possa avere per mezzo di esse un autentico rapporto con Dio, ma implicitamente afferma anche l'autosufficenza della Parola di Dio, che rappresenta l'unica fonte infallibile a cui ogni cristiano deve fare riferimento.
La Bibbia non è un trattato di
filosofia
La Bibbia non è neppure un trattato filosofico con lo scopo dichiarato di dimostrare l'esistenza di Dio. Essa si rivolge a persone che già credono nell'esistenza di Dio per far conoscere ad esse il progetto di Dio per l'uomo. La Bibbia quindi va letta, non solo con l'occhio della scienza in quanto parola umana, ma soprattutto con l'occhio delle fede, perché, come dice l'autore della lettera agli Ebrei, « chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che è il remuneratore di coloro che lo cercano» (Eb 11, 6). Non possiamo accostarci ad essa come ad un qualsiasi libro proveniente dall'antichità per completare semplicemente il nostro bagaglio culturale. Pur essendo stata scritta da uomini con un linguaggio umano, la sua originalità consiste nel fatto che essa è Parola di Dio per noi. Il lettore deve avere la consapevolezza che attraverso quelle pagine è Dio stesso che gli sta parlando. Una lettura che non tenga conto di questo fattore importante diventa una lettura sterile. L'apostolo Pietro scrivendo ai cristiani dice che siamo stati rigenerati dalla Parola di Dio, perchè questa parola « è vivente e dura in eterno » (1 Pt 1, 23); per la sua efficacia non vi sono limiti di tempo e di spazio. Per mezzo del profeta Isaia Dio stesso ci ricorda la superiorità e l'efficacia della Sua Parola: « . . . I miei pensieri non sono i vostri pensieri né le vostre vie sono le mie vie, dice l'Eterno. Come i cieli sono più alti della terra, così le mie vie sono più alte delle vostre vie e i miei pensieri sono più alti dei vostri pensieri. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra e fatta germogliare, in modo da dare il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà la mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non ritornerà a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che desidero e realizzato pienamente ciò per cui l'ho mandata » (Is 55, 8-11). A queste parole fanno eco quelle dell'autore della lettera agli Ebrei, che afferma: « La parola di Dio infatti è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a due tagli e penetra fino alla divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolle, ed è in grado di giudicare i pensieri e le intenzioni del cuore. E non vi è alcuna creatura nascosta davanti a lui, ma tutte le cose sono nude e scoperte agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto » (Eb 4, 12-13). La Parola di Dio in questi versetti si identifica con Dio Stesso al quale alla fine dovremo rendere conto. La Parola di Dio, quindi, che troviamo scritta nella Bibbia è la stessa Parola per mezzo della quale sono stati creati il cielo e la terra ed è quella stessa Parola che ha abitato per un certo tempo in mezzo a noi nella persona di Gesù: « Nel principio era la Parola e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio. La Parola era nel principio con Dio. Tutte le cose sono state fatte per mezzo della Parola, e senza questa Parola nessuna delle cose fatte è stata fatta. In questa Parola era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno compresa. . . La Parola era la vera luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo. La Parola era nel mondo, ed il mondo fu fatto per mezzo di lei, ma il mondo non l'ha conosciuta. . . E la Parola si è fatta carne ed ha abitato fra noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, come gloria dell'unigenito proceduto dal Padre, piena di grazie e di verità. . . Poiché la Legge è stata data per mezzo di Mosé, ma la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo » (Gv 1, 1-17).
La Bibbia non è un manuale
scientifico
La Bibbia non va letta come un manuale scientifico, pretendendo di trovare in essa la spiegazione scientifica di ogni fatto. Lo scopo principale della Bibbia è quello di trametterci un messaggio religioso e non scientifico. Puramente casuale è l'esistenza di passi che potrebbero interessare la scienza, ma essi rappresentano soltanto la cornice entro la quale questo messaggio religioso viene presentato. Così, ad esempio, il primo capitolo della Genesi non ci dice come è avvenuta la creazione, ma chi ne è stato l'autore. Quando nel passato si perse di vista l'intento prettamente religioso della Sacra Scrittura sorsero gravi problemi, di cui il caso di Galileo Galilei fu il più emblematico. In quell'occasione lo studioso dimostrò un'acume telogico maggiore dei suoi inquisitori, ricordando loro un famoso detto del Baronio: « Che è intenzione dello Spirito Santo d'insegnarci (nella Scrittura) come si vadia (va) in cielo, non come vadia (va) il cielo ». La citazione di questo detto la troviamo in una lettera inviata da Galileo nel 1613 a O. Benedetti Castelli che lo accusava di contraddire la Bibbia (A. Favaro; "Galileo, opera", ed. Nazionale, vol V, Firenze, p. 279) . In questa lettera ed in quella successiva del 1615 alla granduchessa Cristina di Lorena, lo scienziato rispose alle accuse rivoltegli con una valutazione biblica precorritrice dei tempi e che ora è ammessa dalla maggior parte degli studiosi.
Prima di lui soltanto Agostino e Tommaso D'Aquino dimostrarono altrettanta genialità in questo campo. Per Agostino infatti: « Va detto che . . . lo Spirito Santo, non intendeva insegnare agli uomini la costituzione intima delle cose . . . la quale del resto non aveva alcuna utilità per la salvezza» ("De Genesi ad Litteram" 2, 9, 20 PL 34, 270); « Non si legge nel Vangelo che il Signore abbia detto: Mando il Paracleto per insegnarvi il corso del sole e della luna. Il Signore voleva fare dei cristiani non degli scienziati» ("De Actis cum Felice Manich." 1, 10 PL 42, 525) . Per Agostino la Scrittura non fa altro che esprimersi nel modo con cui i nostri sensi percepiscono le cose. Forse che anche noi non diciamo che il sole sorge e tramonta ad una certa ora? « Perché la Scrittura dovrebbe parlare in modo diverso? » ("Contra Faustum" 13, 7 PL 42, 5.6) . Tomaso d'Aquino, nel 13° secolo, nella sua massima opera, La Summa Theologica, affermava che Mosé « esprime solo ciò che appare ai sensi » in quanto questo è l'unico modo in cui si può parlare con i semplici (1, 9.68 a 3).
Una realtà può essere vista sotto aspetti e angolature diverse e conseguentemente presentata in forme differenti. Si consideri l'arcobaleno: per lo scienziato è frutto di rifrazione dei raggi di diverse lunghezze d'onda, per cui la luce viene così scomposta nei suoi elementi. Se lo scienziato sbaglia in questa valutazione compie un errore. L'artista ed il romanziere descrivono invece la bellezza incomparabile di tanti colori ed esprimono la piacevole sensazione che ne ricevono. Anche se la loro descrizione non si accorda con la scienza, non vi è alcun errore, in quanto essi non intendono presentare un'opera scientifica, ma solo le proprie sensazioni estetiche. L'errore ci sarebbe solo se sbagliassero nel comunicare le loro sensazioni di gioia o di tristezza suscitate da quei colori. Il teologo non ammira né il lato scientifico né il lato estetico, bensì la bellezza di Dio che lo ha creato. Egli vi vede un segno di pace tra Dio e l'uomo; vi rinviene come una promessa di non voler più mandare un diluvio devastatore. Vi vede la misericordia divina dopo il pericolo di un temporale. Se sbaglia nella descrizione scientifica non compie un errore. L'errore vi sarebbe solo se errasse nel suo campo specifico, se la presentazione dell'amore misericordioso di Dio non fosse vero. Solo questa valutazione è garantita dalla ispirazione divina.
Giobbe poté descrivere goffamente l'ippopotamo (Gb 40, 15-24), ma non errò scientificamente, poiché da tale descrizione popolare egli voleva trarre lo spunto per esprimere la grandiosa potenza di Dio sapiente (Gb 38).
L'insegnamento religioso della Bibbia non è presentato in forma astratta, come talora facciamo noi occidentali oggi, ma è inquadrato nella vita e nel mondo, che vengono descritti come appaiono ai sensi in funzione di una didattica religiosa. Il sole sembra sorgere e tramontare, spostarsi nel cielo, mentre la terra pare starsene immobile. Se l'acqua scende dal cielo deve ben esserci al disopra di esso. Questi dati non sono però ciò che la Bibbia vuole insegnarci, ma costituiscono solo la cornice entro cui il dato religioso si inquadra. Quel che importa è il quadro non la cornice.
Per comunicare un messaggio religioso comprensibile, Dio non poteva fare altrimenti. Doveva ben parlare secondo il linguaggio dell'epoca, secondo le conoscenze scientifiche del tempo, altrimenti non sarebbe stato capito. Il rivelare cognizioni scientifiche moderne in quell'epoca sarebbe equivalso a screditare lo stesso messaggio religioso. Resa inverosimile la cornice scientifica, sarebbe divenuto incredibile anche l'insegnamento religioso ivi contenuto.
E' tutto ispirato nella Bibbia? Anche l'espressione scientifica? Si! ma solo indirettamente. Se scelgo un pittore che ha a disposizione certi colori, certi mezzi espressivi, accetto pure questi suoi colori e questi suoi mezzi, altrimenti ne ricercherei un altro più conforme ai miei gusti. Così Dio, ispirando l'autore di quell'epoca, ne accolse pure tutti i mezzi espressivi e tutte le sue cognizioni scientifiche che usa come strumento per un più efficace insegnamento religioso.
Del resto se Dio avesse voluto esprimersi scientificamente non sarebbe stato compreso né dagli antichi né da noi, in quanto anche la scienza attuale è in continua evoluzione ed è sempre soggetta ad essere rettificata da scoperte future. Ma Dio nella sua infinita sapienza ha scelto l'espressione popolare sempre vera, che poteva essere compresa sia dagli antichi che da noi, essendo valida in ogni tempo.
Credeva lo scrittore a questa presentazione della scienza? Certamente egli vi credeva! Ma la rivelazione non riguarda ciò che l'autore pensava, credeva o supponeva, ma solo ciò che Dio ha voluto insegnarci in materia di fede. Egli non ha voluto insegnare agli uomini l'astronomia, la fisica, la chimica, la biologia o altre materie scientifiche, ma ha voluto comunicare loro il Suo infinito amore attraverso un invito alla salvezza.
La Bibbia, pertanto, descrivendo le realtà come appaiono, non presenta degli errori scientifici, ma solo delle convinzioni arcaiche sorte in un'epoca pseudoscientifica, usate come mezzo espressivo per insegnare verità religiose ispirate da Dio.
La Bibbia è Parola di
Dio per noi
Per scoraggiare la lettura e lo studio della Bibbia ci sono stati dei momenti nella storia della Chiesa in cui questo libro è stato addirittura messo all'indice, come libro proibito, vietato al volgo ignorante che non sarebbe stato in grado di comprenderlo. Ancora oggi da più parti si insiste nel dire che la Bibbia è un libro difficile da comprendere, che non è per tutti, che deve essere spiegato, che ci vuole la guida infallibile del Magistero, quasi che Dio, volendo parlare a tutti gli esseri umani, si fosse rivolto soltanto ad una stretta cerchia di iniziati. Se apriamo il Vangelo ci accorgiamo che Gesù non era di questo parere; egli si rivolgeva indistintamente alle folle ed ai dottori della Legge, senza alcuna distinzione. Ma coloro che accoglievano con entusiamo il suo messaggio liberatorio, raramente appartenevano all'elite della società; essi erano per lo più gente umile e semplice del popolo: pastori, pescatori, gente emarginata dalla società di quel tempo. «Beati i poveri di spirito, perché di loro è il regno dei cieli » (Mt 5, 3) diceva Gesù e, rivolto a Dio, esclamava: « Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai savi e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli fanciulli » (Lc 10, 21; cfr anche Mt 11, 25). Pietro e Giovanni, due apostoli scelti da Gesù, erano uomini illetterati e senza istruzione (At 4, 13); eppure proprio a loro Gesù aveva affidato il compito di annunziare il Suo Vangelo. Scrivendo ai Corinzi l'apostolo Paolo diceva: « non ci sono tra di voi molti savi secondo la carne » (1 Co 1, 26). Con questo egli non intendeva rivolgere ai Corinzi un rimprovero per la loro ignoranza, ma come si capisce dal contesto, intendeva affermare il principio che la sapienza umana è stoltezza agli occhi di Dio, in quanto inadeguata a penetrare il mistero divino, mentre la gente semplice molto spesso è più disponibile ad accogliere l'immediatezza del messaggio di Dio. Monroe E. Hawley, nella prefazione al suo libro "Riscavando Vecchi Pozzi - un ritorno al cristianesimo delle origini", scrive: « C'è una semplicità nel cristianesimo apostolico che richiama l'attenzione dell'uomo comune. Anche la persona meno illuminata può apprezzare l'amore meraviglioso che Dio ha avuto mandando il suo Figliolo a morire per noi; non è necessario essere un teologo per comprendere la "regola d'oro" ». La "regola d'oro", richiamata dall'autore si riferisce al detto di Gesù « Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro, perché questa è la legge edi profeti » (Mt 7, 12; cfr anche Lc 6, 31).
Con questo non si vuole tuttavia negare che nella Bibbia ci siano dei punti difficili da capire, che richiedono una particolare applicazione da parte del lettore, se non altro perché questo libro è stato scritto parecchi secoli fa in un ambiente culturale molto diverso dal nostro. L'occhio della scienza può guidarci in questo caso con diversi strumenti messi a nostra disposizione dall'intelligenza umana, che è un dono di Dio. L'apostolo Pietro riconosce che nelle lettere di Paolo « vi sono alcune cose difficili da comprendere, che gli uomini ignoranti ed instabili torcono, come fanno con le altre Scritture, a loro propria perdizione » (2 Pt 3, 16). L'ignoranza e l'instabilità di cui parla qui Pietro si riferisce tuttavia all'ostinazione di coloro che non vogliono accogliere l'invito di Dio. Il messaggio centrale di Cristo e dei suoi apostoli riguardante la nostra salvezza eterna, si impone per la sua chiarezza e semplicità, ma non potrà mai essere compreso da coloro che lo ignorano volutamente o che si accostano ad esso con un atteggiamento prevenuto. Lo stesso apostolo Paolo ai Corinzi dice: « Se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo (Satana) ha accecato la mente incredula » (2 Co 4, 3-4). Se Satana acceca la mente di coloro che non vogliono dare ascolto alla Parola di Dio, questo non significa che tale parola sia difficile da comprendere, ma è la durezza del loro cuore che li induce a non sottomettersi ad essa.
I punti difficili della Bibbia si trovano in alcuni passaggi che non riguardano in maniera diretta il piano di salvezza. I primi cristiani quando accolsero l'invito di Pietro e degli altri apostoli a ravvedersi e ad essere battezzati per la remissione dei peccati e per ricevere il dono dello Spirito Santo (At 2, 37-38), non compirono un particolare sforzo intellettuale nel comprendere le semplici parole degli apostoli. Nella loro semplicità si accorsero di aver sbagliato e presero la decisione di rimediare ai loro errori, accettando l'invito alla salvezza che veniva loro rivolto. Forse non avevano ancora compreso tutta la profondità del messaggio cristiano, ma in quel momento la loro fede e la loro ubbidienza furono sufficienti a porli sulla via della salvezza (At 2, 47), iniziando un percorso che li avrebbe portati a crescere sempre nella fede e nella conoscenza mediante l'insegnamento degli apostoli che essi frequentavano con assiduità (At 2, 42).
"Bibbia" è una parola che, in forma più o meno modificata, si conserva in tutte le lingue moderne. Deriva dal greco e più propriamente significa "(i) libri" (plurale), benché con il tempo sia stata considerata un nome singolare con il senso di "libro per eccellenza" ( in greco "biblos"). L'uso di questa parola si rinviene per la prima volta in un'omelia del 2° secolo, falsamente attribuita a Clemente, dove conserva ancora il valore plurale di "i libri"( in greco: ta biblia). Da allora essa è entrata nel linguaggio comune per indicare il complesso di quei libri che tanto gli ebrei quanto i cristiani ritengono sacri e ispirati da Dio.
Già nelle parole dell'autore della lettera agli Ebrei (Eb 1, 1-2), abbiamo le prime indicazioni della divisione della Bibbia cristiana in due grandi parti: Antico e Nuovo Testamento. La denominazione di Antico Testamento, usata per lo più in campo cristiano, deriva da 2 Co 3, 14 (cfr anche Eb 9, 15), mentre la designazione di Nuovo Testamente proviene da Gr 31, 31 e Mt 26, 28. Gli Ebrei invece usavano riferirsi ai libri dell'Antico Testamento chiamandoli semplicemenete "la Scrittura" o "Le Scritture" o gli "Scritti sacri", oppure anche "la Legge di Mosè", "Legge di Mosè, i profeti ed i salmi", (Lc 4, 21; Mt 22, 29; 2 Ti 3, 15, Lc 2, 22; Lc 24, 44).
L'Antico Testamento contiene il primo gruppo di libri che il cristianesimo condivide con la religione ebraica. Essi furono scritti per impulso divino da diversi autori ebrei per il popolo ebraico nel corso del primo millennio avanti Cristo. Nella prospettiva ebraica essi sono sempre stati considerati i libri sacri sui quali si basava e si basa tuttora la fede di ogni buon israelita. Al tempo di Gesù e degli apostoli venivano letti e commentati dai rabbini nel tempio di Gerusalemme o nelle sinagoghe, per gli Ebrei che non abitavano a Gerusalemme. Per un certo tempo essi costituirono le sole Scritture Sacre a cui facevano riferimento anche i cristiani, prima che venissero alla luce i libri del Nuovo Testamento.
Di fatto l'Antico Testamento costituisce l'ambiente vitale di cui il cristianesimo si è nutrito e nel quale si è sviluppato sotto l'impulso del suo fondatore Gesù. Il nome "Testamento" è un termine infelice, perché nel caso specifico non indica l'ultima volontà di un morto, ma si tratta di un patto o di una alleanza. L' Antico Testamento o meglio la Bibbia ebraica contiene infatti le esigenze del patto che verso il 1250 a.C. Dio stabilì con il popolo ebraico per mezzo di Mosè. Anche se al tempo di Gesù e degli apostoli l'Antico Testamento costituiva la base della fede dei Giudei e dei primi cristiani, esso tuttavia non era ancora stato fissato nella sua ampiezza definitiva. Circolavano infatti due raccolte di libri:
Elenco dei libri della Bibbia ebraica secondo il canone giudaico-palestinese:
Torah (o legge) che corrisponde al Pentateuco cristiano, ossia "cinque libri"
« Allora io presi cinque uomini come mi era stato comandato. E il giorno dopo ecco che una voce mi chiamò dicendo: Esdra apri la tua bocca e bevi ciò che ti do da bere. Io lo presi e bevvi e quando ebbi bevuto, il mio corpo produsse intendimento; la sapienza crebbe nel mio petto e il mio spirito ritenne la sua memoria. La mia bocca si aprì e non si chiuse più. L'Altissimo diede conoscenza ai cinque uomini ed essi scrissero quanto io dettavo loro in ordine e in caratteri ad essi sconosciuti. Ed essi sedettero per quaranta giorni, scrissero di giorno e di notte mangiarono del pane. Ma in quanto a me, io parlai di giorno e di notte non rimasi silente. Così in quaranta giorni furono scritti novantaquattro libri. E avvenne che quando i quaranta giorni furono compiuti, l'Altissimo mi parlò dicendo: Metti in pubblico i ventiquattro libri che hai scritto, in modo che tanto i degni quanto gli indegni li possano leggere; ma i settanta ultimi procura di consegnarli solo al saggio di tra il popolo, perché in essi vi è la sorgente dell'intendimento, la fontana della sapienza e il fiume della conoscenza. Io feci ciò il settimo anno, nella settima settimana dopo 5000 anni, tre mesi e 12 giorni dalla creazione del mondo » (4° Esdra 14, 37-48, in R.H.Charles, "The Aprochripha and Pseudepigrapha of the O.T. in English", vol II, Oxford, 1964, pp. 623s. Il libro 4° Esdra fu scritto vero il 120 d.C.)
Si tratta evidentemente di una leggenda, che però documenta l'esistenza di soli 24 libri ritenuti sacri e letti a tutti nelle sinagoghe. Sono i libri dell'Antico Testamento, che regolarmente nel Talmùd e nei Midrash sono chiamati "i 24 libri". Il racconto di Esdra ha uno scopo apologetico; vuole difendere la propria ispirazione e quella degli apocrifi che al suo tempo erano diffusi, ma che erano stati sconosciuti prima. Essi esistevano – scrive il libro – senza essere però noti perché erano stati volutamente tenuti nascosti per ordine divino. Anzi questi libri sono più importanti degli altri, perché mentre i primi si possono leggere da tutti, gli "apocrifi" (da apokrüpto = "occultare") sono invece riservati alle persone dotte e più intelligenti.
Un'altra numerazione, riferita da Giuseppe Flavio , parla di soli 22 libri, ma in realtà si accorda con il 24 precedente. Ecco come ne parla:
« Noi non possediamo una moltitudine di libri che sono in disarmonia e si contraddicono l'un l'altro (come avviene presso i greci), ma abbiamo solo ventidue libri che contengono il ricordo del passato, e giustamente vi prestiamo fede. Di essi cinque appartengono a Mosè, e contengono le sue leggi e le tradizioni dall'origine dell'umanità sino alla sua morte. Questo intervallo di tempo fu poco meno di 3000 anni; ma dalla morte di Mosè sino al regno di Artaserse, re di Persia, che regnò dopo Serse, i profeti che furono dopo Mosè, scrissero ciò che avvenne in tredici libri. Gli altri libri contengono inni a Dio e precetti di condotta della vita umana . . . Da Artaserse (sec. V) fino a noi, tutto fu scritto, però questi libri non hanno presso di noi la stessa autorità che i precedenti, perché non vi fu una sicura successione profetica » (Contro Apione 1, 8).
Il numero 22, tratto dalle lettere dell'alfabeto, è raggiunto combinando Rut con i Giudici e Lamentazioni con Geremia. Tale numero è pure ricordato da Origene, Epifanio e Girolamo. Segno quindi che agli altri libri apocrifi noti, usati e stimati anche in Palestina, non si attribuiva il medesimo valore degli altri libri ritenuti sacri.
Se teniamo conto della separazione dei singoli 12 profeti minori, che nella Bibbia ebraica sono considerati un libro unico, e della divisione in due dei libri dei Re (I° e II°), delle Cronache (I° e II°), di Samuele (I° e II°) e di Esdra-Nehemia, considerati anch'essi un libro unico, raggiungiamo il numero di 39 libri, che è appunto la cifra riconosciuta dai Riformatori. Essi costituiscono i libri protocanonici , vale a dire inclusi nel primo elenco ("canone"), e sono accolti come sacri tanto dagli ebrei quanto dai cristiani.
A questi libri ammessi da tutti, i cattolici aggiungono altri sette scritti, più alcuni frammenti aggiunti al libro di Ester, Daniele e II° Cronache, che mancano invece nell'originale ebraico, ma sono presenti nella versione greca dei LXX. Questi libri sono detti dai cattolici deuterocanonici , ossia appartenenti al secondo canone (dal greco: deuteros "secondo" e canone "elenco"), secondo la terminologia usata da Sisto Senese (m. 1569), perché si pensava che gli Ebrei di Alessandria avessero un loro elenco di libri sacri più esteso di quello palestinese. Essi sono:
Per i protestanti, gli evangelici e gli ebrei sono detti:
canonici , i libri appartenenti al canone giudeo-palestinese, dichiarati ufficialmente libri sacri ed ispirati dagli Ebrei nel sinodo giudaico di Jamnia verso 90 d.C., che invece i cattolici chiamano protocanonici .
apocrifi ("nascosti") i sette libri e le aggiunte al canone ebraico, che i cattolici invece chiamano deuterocanonici .
Pseudoepigrafi quegli scritti ebraici molto antichi, falsamente attribuiti a personaggi dell'antichità, che in realtà non li scrissero mai. Per esempio: il libro di Enoc, I Salmi di Salomone, il 3° ed il 4° di Esdra, il 3° ed il 4° di Maccabei, il libro dei Giubilei, ecc., che da parte cattolica invece sono detti apocrifi , "nascosti", cioè non appartenenti alla Bibbia.
E' preferibile, secondo noi, non usare il termine apocrifi ("nascosti") riferendoci a libri che, pur non essendo riconosciuti come sacri e quindi ispirati, venivano tuttavia letti e stimati sia dai giudei che dai primi cristiani.
Per maggiore chiarezza, ecco le differenze fra la Bibbia ebraica, la Bibbia protestante e la Bibbia cattolica nel seguente schema riassuntivo:
BIBBIA
| Ebraica | Protestante | Cattolica |
| libri 24 corrispondenti ai 22 di Giuseppe Flavio ed ai 39 dei Riformatori | A.T. identico alla Bibbia ebraica, ma per la diversa numerazione, i libri sono 39 | A.T. = 39 libri più 7 deuterocanonici |
| N.T. non accolto | N.T. 27 libri | N.T. 27 libri |
| Totale 24 | Totale libri 66 | Totale libri 73 |
La questione dei libri
deuterocanonici
Non riteniamo sacri e quindi ispirati i sette libri deuterocanonici aggiunti dalla Chiesa Cattolica Romana al canone ebraico per i seguenti motivi:
1) Pur essendo stati inseriti nella traduzione greca dei LXX (Settanta) (II° sec. a.C.), questi libri non sono mai stati ritenuti sacri e quindi ispirati dagli Ebrei, come risulta dalla testimonianza di 4° Esdra e di Giuseppe Flavio che abbiamo già citato più sopra. A conferma c'è anche la decisione del sinodo giudaico di Jamnia (90 d.C. ca.). Gesù stesso, pur censurando il comportamento degli scribi e dei farisei, ha detto: « Gli scribi ed i farisei siedono sulla cattedra di Mosè. Osservate dunque e fate tutte le cose che vi dicono di osservare » (Mt 23, 2-3). L'apostolo Paolo dice inoltre che agli Ebrei furono affidati gli oracoli di Dio (Rm 3, 2). Se gli scribi ed i farisei, come dice Gesù, siedono sulla cattedra di Mosè e se ad essi furono affidati gli oracoli di Dio, come ribadisce Paolo, possiamo essere certi che la loro decisione di stabilire quali fossero i libri sacri ed ispirati da Dio, fu una decisione pienamente legittima e conforme alla volontà divina.
2) Questi libri – a differenza dei protocanonici – presentano una grande varietà di recensioni (lunghe e corte) e di varianti, dimostrando che verso di loro si aveva una maggiore libertà di azione rispetto ai libri sacri, ritenuti intangibili.
3) Non vi fu mai discussione fra gli Ebrei di Palestina e quelli di Alessandria sul numero di libri sacri. Segno che le due correnti erano d'accordo a loro riguardo. I cattolici dicono che i palestinesi prima avevano anch' essi i deuterocanonici, che vennero poi rimossi per pregiudizi. Infatti a Qumrân si sono rinvenuti allo stato frammentario i libri di Tobia e di Ben Sira (Siracide o Ecclesiastico). Di più nella versione dei LXX i libri deuterocanonici si presentano frammisti a quelli protocanonici. Va però notato che i qumraniti possedevano molti altri scritti oltre ai deuterocanonici, come il Documento di Damasco, la Regola della Comunità, la Regola della Guerra, i Giubilei, ecc.. E' vero che gli attuali codici dei LXX presentano i deuterocanonici, tuttavia essi contengono anche altri scritti che non sono stati accolti dalla chiesa cattolica come sacri, quali le Odi di Salomone, il 3° ed il 4° di Esdra. Come mai si sono accolti i primi e non i secondi se entrambi esistevano nei medesimi codici frammisti con i canonici? Segno dunque che la pura presenza degli scritti in tali codici non bastava a dichiararli sacri. Perché da parte cattolica si sono accolti solo i sette deuterocanonici sopra nominati, tralasciando gli altri che vi si trovano a pari titolo presso i qumraniti e i manoscritti della LXX?
4) Passando poi all'epoca cristiana va notato come il N.T., nelle sue 263 citazioni dei libri sacri, non presenti mai i deuterocanonici, anche quando ciò avrebbe potuto servire per i suoi ragionamenti. Sono citati nel libro di Giuda alcuni apocrifi (come il libro di Enoc e l'apocalisse di Mosè), ma i deuterocanonici non sono mai citati. Anche le allusioni sono ridotte al minimo. E' ben difficile che ciò sia dovuto al puro caso, specialmente se si pensa che il loro uso sarebbe stato utile anche per sostenere dottrine del Nuovo Testamento. Si può quindi concludere che con grande probabilità ciò era dovuto al fatto che ad essi non si attribuiva il medesimo valore dei protocanonici. I pochissimi scritti protocanonici (come il Cantico dei Cantici . . .) che non sono citati nel N.T., si deve al fatto che essi non contenevano alcun riferimento alla dottrina neotestamentaria.
5) Circa l'uso dei
deuterocanonici presso i primi cristiani, dobbiamo riconoscere che essi,
utilizzando la Bibbia dei LXX, leggevano pure i libri deuterocanonici. Spesso
anzi li presentavano come libri sacri in quanto usavano espressioni come
"La Scrittura dice; la Sapienza dice". Ippolito, Cipriano ed Ireneo,
introducono in tal modo brani della Sapienza di Salomone, di Baruc, di Tobia.
Era difficile per loro agire diversamente. Tuttavia essi citano in tal modo
anche il 3° dei Maccabei, il 3° e il 4° di Esdra, i Salmi di Salomone, i
libri Sibillini che in seguito non furono ritenuti sacri.
Di più va ricordato che gli
scrittori i quali fecero apposite ricerche sul canone biblico, eliminarono i
libri deuterocanonici per accogliere solo i protocanonici, come appare dalle
seguenti indicazioni:
II - III secolo
: Melitone, vescovo di Sardi (ca 170), presenta come sacri e canonici solo i
libri degli Ebrei.
Anche Origene (ca 240), pur citando
anche gli altri libri, nel suo Commento al Salmo 1 dà l'elenco degli scritti
sacri che sono fatti equivalere alle 22 lettere dell'alfabeto ebraico e
consistono solo nei protocanonici.
Anzi Giulio Africano cercò di
rimuovere dal testo greco di Daniele i brani che non si trovavano nell'originale
ebraico e aramaico (brani deuterocanonici).
IV secolo
: seguono la lista ebraica:
Atanasio nella sua Epistula
festalis 39
Cirillo di Gerusalemme
Gregorio Nazianzeno
Epifanio
Anfilochio, l'autore dei canones
apostolorum
V secolo:
Rufino
Girolamo
Pseudo-Atanasio
li accoglie invece Agostino
6) Dal fatto che anche coloro i quali negano l'autorità dei deuterocanonici ne facciano uso, si può dedurre che essi siano stati inconsistenti e riconoscano in pratica ciò che negano in teoria. Contro ciò milita l'affermazione di Girolamo il quale nella sua lettera ai vescovi Cromazio ed Eliodoro così scrive:
« Noi abbiamo tre libri di Salomone: I Proverbi, l'Ecclesiaste (o Qoelet) e il Cantico dei Cantici. Di fatto il libro intitolato l'Ecclesiastico ( o Siracide) e l'altro che falsamente si chiama Sapienza di Salomone, sono nell'identica situazione del libro di Giuditta, di Tobia e dei Maccabei. La chiesa li legge in verità; ma non li riconosce tra gli scritti canonici; li legge per edificazione del popolo, ma non per provare o autorizzare alcun articolo di fede»
Anche nel Prologo galeato (protettivo) Girolamo scrive:
« Questo prologo, che è come il principio galeato (= uno scudo, una difesa) delle S. Scritture, può convenire a tutti i libri che abbiamo tradotto in latino, affinchè possiamo sapere che i libri che stanno al di fuori (della cit. precedentemente presentata), devono essere ritenuti apocrifi. Perciò la Sapienza che volgarmente si dice di Salomone, il libro di Gesù figlio di Sirac, Tobia e il Pastore non sono nel canone. Ho trovato in ebraico anche il primo libro dei Maccabei; il secondo invece è greco, come si può dedurre anche dallo stesso stile ».
Questo è confermato anche dal fatto che nella comunità si leggevano altri scritti oltre a quelli sacri: a Corinto si leggevano le lettere speditevi da Clemente Romano e da Sotere. In Africa, in Asia e in Spagna si leggevano, nell'anniversario della morte, le passioni dei martiri senza per questo che divenissero ispirate.
7) Dal secolo VI in oriente i dubbi contro i deuterocanonici svanirono quasi del tutto, pur essendo stati sostenuti ancora nel secolo VI da Leonzio di Bisanzio e da Giunilio Africano; nell' VIII secolo solo da Giovanni Damasceno e nel IX secolo da Niceforo Costantinopolitano. In Occidente, forse per influsso di Girolamo, i dubbi persistettero più a lungo: circa quindici vescovi o studiosi si opposero ai deuterocanonici (o almeno ad alcuni di essi) nel corso di undici secoli. Tra costoro vanno segnalati:
Gregorio M., papa (m. 604)
Ugo di San Vittore (sec. XII)
S. Antonino di Firenze (sec. XV)
Il cardinale Gaetano (sec. XVI)
Nicola di Lira (sec. XIX)
Secondo il cardinale Pallavicini al Concilio di Trento (1545-1563) si chiese se si dovessero distinguere il libri sacri in due classi: quelli su cui poggiano i dogmi e gli altri utili a promuovere la pietà. Il cardinale Seripando (in un erudito opuscolo) propose di distinguere i libri sacri in "canonici" ed "ecclesiastici", ma non ebbe seguaci. Anche il cardinale Gaetano sostenne la distinzione in libri "protocanonici" e "deuterocanonici". Tuttavia il Concilio di Trento (1545-1563) non accolse tale idea e presentò l'elenco dei libri sacri, inclusi i deuterocanonici, concludendo con le seguenti parole:
« Se qualcuno non riterrà per sacri e canonici gli stessi libri integri con tutte le loro parti, così come si usò leggere nella chiesa cattolica e si contengono nell'antica edizione della Volgata latina, spezzando consapevolmente e imprudentemente le predette tradizioni, sia scomunicato »
Talvolta si dice che il Concilio di Trento (1545-1563) fu il primo a stabilire il canone degli scritti sacri, in realtà esso non ha fatto altro che ripetere ciò che già prima avevano stabilito il concilio di Firenze nel Decreto per i Giacobiti nel 1442 ; Innocenzo I, vescovo Roma, nella sua lettera al vescovo di Tolosa; Esuperio l'anno 405 ; il concilio III di Cartagine nel 397 e infine il cosiddetto decreto di Damaso, a lui falsamente attribuito, nel 381.
Il primo nucleo della Bibbia fu costituito dalla Torah che usualmente si traduce con "Legge". In realtà il vocabolo, provenendo dal verbo jaràh "insegnare", equivale ad "insegnamento". La Torah contiene infatti l'insegnamento che fu trasmesso agli Ebrei dal Pentateuco, ossia nei "cinque libri" (da pente = cinque e teucos = volume, libro) attribuiti a Mosè. Esso si trova non solo nelle parti legislative, ma anche in quelle narrative, perché il racconto biblico non è inteso come una pura cronaca del passato a sé stante, bensì come il resoconto di eventi normativi, carichi di insegnamenti d'importanza vitale.
Nel corso del volume conserverò il nome di "Legge", ormai codificato, perché, attraverso il greco nòmos, prevale nell'uso comune e lo riserverò al Pentateuco contenente la legislazione ebraica, considerata di origine divina, proveniente da Mosè.
Il seme della Torah fu infatti gettato da lui nella steppa sinaitica, quando egli stesso, secondo l'uso degli antichi popoli, mise per iscritto alcuni fatti importanti e alcune norme divine. Ad esempio egli redasse in "un rotolo" la vittoria sugli Amalekiti per conservarne il ricordo in perpetuo (Es 17, 14). Egli scrisse pure tutte le parole del Signore ('Adonaj) e tutte le sue leggi (Es 24, 3 s); ordinò che il "rotolo della legge", che aveva appena finito di scrivere, fosse posto nell'arca dell'alleanza, dove si pensava che Dio mostrasse in modo particolare la sua presenza (Dt 31, 24 s). Perciò anche allo stesso libro gli Ebrei attribuirono un valore profetico e divino: « Egli Mosè scrisse questa legge e la diede ai sacerdoti, figli di Levi, che portavano l'arca dell'alleanza del Signore . . . Alla fine di ogni sette anni, quando tutto Israele verrà a presentarsi dinanzi al Signore, tuo Dio, nel luogo che egli avrà scelto, leggerai questa legge di fronte a tutto Israele, agli orecchi di tutti » (Dt 31, 9-10) (1)
Evidentemente questo passo è l'annotazione di colui che ha dato la forma definitiva al Pentateuco, perché Mosè non poteva parlare così di sé stesso ("egli scrisse"). Se la legge indica le parti da lui scritte, implicitamente vuol dire che altre parti non furono messe per iscritto da lui, ma trasmesse per lungo tempo in forma orale da conservarsi a memoria.
Fin dall'inizio, a mano a mano che la legge veniva scritta, godette di un valore sacro e normativo. Il "Libro del Patto" fu subito accolto come parola di Dio (Es 24, 7). Giosuè chiamava lo scritto ricevuto da Mosè " il libro della legge di Dio" (Gs 24,26). Egli stesso avrebbe dovuto meditarlo di continuo: « Questo libro non si diparta mai dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte » (Gs 1, 8). In accordo con questo scritto, Amasia, re di Giuda (796-731), fece uccidere i servi che avevano assassinato il suo predecessore Joacaz, ma non ne mise a morte i figli «secondo ciò che stava scritto nel libro di Mosè » (2 Re 14, 6 da Dt 24, 16).
In due occasioni Israele si obbligò in modo solenne a obbedire alle leggi che Dio gli aveva dato "per mezzo di Mosè"; una al tempo di Giosia (640-609) e l'altra dopo l'esilio durante la riforma di Esdra e di Nehemia. In entrambi i casi la lettura della legge suscitò entusiasmo e rimorso nel popolo che si propose di seguire più perfettamente la volontà divina e di rimuovere la condotta disordinata del passato. Nel primo caso la legge era il Deuteronomio o "seconda legge" (ebr. Devarîm) che riproduceva, adattandola alle nuove esigenze, la legge mosaica, o almeno la parte centrale legislativa del libro, che aveva ispirato la riforma di Giosia. Tale rotolo che era andato perduto o tenuto nascosto, certamente dimenticato, durante il periodo dei re idolatri Manasse (687-642) e Amon (642-640), fu riscoperto al tempo di Giosia e costituì la base della sua riforma (2 Re 22-23; 2 Cr 34-35).
Al tempo di Esdra (V-IV secolo a.C.) (2) sembra che la parola "legge" indicasse già l'attuale Pentateuco nella sua forma finale: «Allora il popolo si radunò come un solo uomo sulla piazza antistante la porta delle acque e disse ad Esdra di portare il libro della legge di Mosè, che il Signore aveva dato a Mosè » (Ne 8, 1 cfr Ed 7, 6). La riforma allora attuata riguardava infatti la separazione da ogni straniero (Ne 13, 1 ss; cfr Dt 23, 3 s), il rispetto del sabato e il compimento dei sacrifici richiesti (3) . Che la parte scritta, pur avendo il punto di partenza da Mosè e pur essendo sostanzialmente mosaica, sia stata completata da altri, risulta chiaro dalle stesse testimonianze bibliche. Giosuè, ad esempio, aggiunse "al libro della legge di Dio". lo statuto stipulato a Sichem (Gs 24, 26). Inoltre le diverse esigenze della vita esigevano un perenne adattamento delle norme anteriori alla nuova situazione. Lo testimonia lo stesso Mosé quando prima disse che la terra palestinese sarebbe dovuta essere divisa tra i clan maschi (Nm 26, 55), ma poi vi incluse anche quelli femminili nel caso che vi mancassero eredi di sesso maschile; però in tal caso le ragazze dovevano sposare membri dello stesso gruppo familiare perché la proprietà non passasse ad altri ceppi. La legge sui sacrifici andò maggiormente liturgizzandosi nel corso dei secoli, con norme sempre più fisse e particolarregiate secondo la pratica del culto di Gerusalemme (4) . La stessa "legge del re", di cui parla Samuele e che ricorre nel Deuteronomio, deve essere stata composta nel periodo dell'istituzione monarchica. Non si capisce infatti la difficoltà del profeta a scegliere un re, quasi che tale struttura gerarchica fosse contro il volere di Dio, qualora Mosè avesse già chiaramente preannunciato la forma di governo monarchico con tutte le norme che lo riguardavano. Esse risalgono a Samuele, non a Mosè (cfr Dt 17, 14-20 con 1 Sm 8, 11-18).
Ad ogni modo il Pentateuco aveva già assunto la sua forma definitiva prima dello scisma samaritano, realizzatosi nel IV sec. a.C., perché questi scismatici già la possedevano in una forma quasi identica all'attuale. Essi che non accettarono i libri profetici e gli altri scritti perché raggruppati dopo il loro scisma, non avrebbero di certo accolto eventuali posteriori aggiunte al Pentateuco, dal momento che già accusavano i sacerdoti di Gerusalemme d'aver eliminato quei testi che sostenevano, a loro dire, il culto sul monte Garizim. Per S.Z. Leiman la legge sarebbe stata fissata verso il 450 a.C., per A.C. Sundberg verso il 400 avanti l'era cristiana.
2.
La fase
della virilità biblica. La collezione profetica o Neviim
La raccolta profetica per gli Ebrei, si distingue in due sezioni, l'anteriore, corrispondente ai nostri libri storici di Giosuè, Giudici, Samuele e Re; la posteriore, la più propriamente profetica, almeno secondo il nostro punto di vista, comprendente i libri di Isaia, Geremia, Ezechiele e i 12 profeti minori.
Per l'ebreo biblico non vi era una chiara distinzione tra parola e fatto, per cui anche gli eventi storici di Giuda e di Israele contenevano una comunicazione divina ("Profezia"), manifestatasi mediante un'azione anziché tramite la parola. Chi li racconta è pur sempre un profeta, pari a colui che comunica gli oracoli di Dio. Non per nulla il vocabolo ebraico "davar" significa tanto "parola" quanto "azione". Alcuni profeti scrissero qualcosa di proprio pugno, come Isaia, almeno per qualche parte del suo libro (Is 30, 8; cfr Ha 2, 2), il quale invita gli uditori a leggere "nel libro di Adonai", già esistente, la predizione che Edom sarebbe stato sterminato e ridotto a un covo di bestie selvatiche (Is 34, 16).
Altri profeti dettavano i loro oracoli a uno scriba, come fece Geremia utilizzando Barùc; il suo rotolo, bruciato da Joakim, fi redatto nuovamente dal medesimo scriba con l'aggiunta di altre profezie dettate da Geremia che ne rincaravano ancor più la dose (Gr 36, 4-32). Aggiornamenti si leggono pure in Isaia che, parlando di Moab, così afferma: « Questo è il messaggio che pronunciò un tempo il Signore su Moab. Ma ora il Signore dice: In tre anni . . . sarà deprezzata la gloria di Moab con tutta la sua numerosa popolazione » (Is 16, 13 s).
Altre profezie, anziché essere poste subito per iscritto, circolarono dapprima oralmente tra i discepoli del profeta, i quali solo più tardi vi diedero la forma scritta. Così si spiega il detto di Isaia: « Si chiuda questa testimonianza, si sigilli questa rivelazione nel cuore dei miei discepoli» che solo più tardi la inclusero nel libro isaiano (Is 8, 16).
Le profezie vengono dal Signore perché le loro parole sono messe in bocca al profeta dallo stesso Dio (Gr 1, 9) per cui sono paragonate a un rotolo che il Signore gli fa mangiare: «Mangia di questo rotolo - dice il Signore ad Ezechiele - poi va e parla della casa di Israele » (Ez 3, 1). Quando la profezia fu raccolta in un manoscritto « la potenza della parola di Dio fu in certo qual modo catturata e resa efficace per tutti i tempi e per tutti i luoghi » (5) .
La distruzione di Gerusalemme, che avverava le profezie, donò loro una risonanza ancora maggiore, per cui Zaccaria poteva dire ai suoi contemporanei postesilici:
« Non siate come i vostri padri, ai quali i profeti un tempo andavano gridando: Dice il Signore degli eserciti: tornate indietro dal vostro cammino perverso e dalle vostre opere malvage. Ma essi non vollero ascoltare e non prestarono attenzione, dice il Signore: dove sono i vostri alleati? I profeti verranno forse per sempre? Le parole e i decreti che io avevo comunicato ai miei servi, i profeti, non si sono forse adempiuti? Essi si sono allora convertiti e hanno detto: Quanto il Signore degli eserciti ci aveva minacciato a causa dei nostri traviamenti e delle nostre colpe, egli lo ha eseguito su di noi » (Zc 1, 4-6).
Non è chiaro quando la raccolta profetica sia stata unita alla legge, certo non lo fu molto tempo dopo la canonizzazione della Torah, perché l'elogio degli antenati, composto verso il 200 a.C. da Gesù figlio di Sirac, autore dell'Ecclesiastico (o Siracide), contiene riferimenti, non solo alla legge, ma anche a tutti i libri profetici (cc. 45-50).
Segno quindi che tale raccolta era già stata conclusa. Per lui, il cosiddetto Deutero-Isaia appartiene a Isaia perché così scrive: « Con grande ispirazione il profeta (Isaia) vide gli ultimi tempi e consolò gli afflitti di Sion. Egli manifestò il futuro sino alla fine dei tempi, le cose nascoste prima che si avverassero » (Sir 48, 24-27) (6) .
Gli scritti dei Maccabei pongono accanto alla Legge anche i Profeti, come se godessero uguale autorità divina; infatti Giuda Maccabeo confortava i suoi seguaci « con la parola della legge e dei suoi profeti » (2 Mac 15, 9). Daniele, uno scritto che gran parte dei cristiani pone nella sua stesura finale al periodo maccabaico (ca 170 a.C.), conosce già la profezia di Geremia, come libro sacro e lo cita a sostegno della sua presentazione delle settanta settimane (Dn 9, 2 da Gr 25, 11 s). Il fatto che Daniele non sia stato incluso nel canone profetico - se non è dovuto al suo particolare carattere apocalittico - si spiegherebbe, secondo alcuni, con la sua composizione dopo che il gruppo profetico era già stato fissato verso il IV secolo avanti Cristo. Infatti per S.Z. Leiman la collezione profetica è stata completata verso il 450 o almeno, secondo A.C. Sundberg, verso il 200 avanti l'era volgare.
3.
Il periodo della maturità biblica (Gli scritti o Ketuvîm)
La maturità, ossia la completezza della Bibbia, si realizzò quando alle due precedenti raccolte se ne aggiunse una terza ben più eclettica, che riunì tutti i libri sacri rimasti fuori dalle precedenti collezioni. Vi appaiono così alcuni libri prevalentemente storici (Esdra, Nehemia, Cronache, Ester, Rut), altri di indole profetica (Lamentazioni, Daniele), un libro di preghiere (Salmi) e infine alcuni scritti di sapienti (Giobbe, Proverbi, Cantico, Ecclesiaste). Siccome la sua parte più prestigiosa è data dai Salmi, non di rado l'intero gruppo è chiamato con tale nome. Così, Gesù, al dire di Luca, trasse le profezie circa la sua morte e la sua resurrezione « dalla legge, dai profeti e dai salmi» (Lc 24, 44).
Il valore ispirato di questa raccolta risulta dal fatto che la vera sapienza, per gli Ebrei, non è frutto di ricerca umana, bensì dono di Dio. Da lui la ricevette Salomone, che ebbe « sapienza, intelligenza larghissima e mente vasta come la sabbia che giace sulla spiaggia del mare» (1 Re 4, 29), affinché potesse così « amministrare rettamente la giustizia» (1 Re 3, 9.28). La sapienza dell'Ecclesiaste proviene da « un solo pastore» ossia da Dio (Ec 12, 11). Per questo il libro dei Maccabei cita un salmo usando l'espressione tecnica per i libri sacri: «secondo la parola che fu scritta» (1 Mac 7, 16 da Sl 79, 2 s).
Questo terzo raggruppamento della Bibbia era già esistente verso il 150 a.C., anche se non è possibile stabilirne l'estensione (S.Z. Leiman), perché già noto nel 130 a.C. al traduttore dell'Ecclesiastico quando tradusse il libro del nonno. Infatti nel prologo a questo libro, egli distingue già le tre parti della Bibbia che divennero poi tradizionali: Legge (Torah), Profeti (Neviìm) e altri scritti (Ketuvîm):
« Molti e profondi insegnamenti ci sono stati dati nella Legge, nei Profeti e negli altri Scritti successivi e per essi si deve lodare Israele come popolo istruito e sapiente. E' infatti necessario che i lettori non si accontentino di divenire competenti solo per se stessi, ma gli studiosi possono rendersi utili anche ai profani con la parola e con gli scritti. Quindi anche mio nonno Gesù, dope essersi dedicato lungamente alla lettura della Legge, dei Profeti e degli altri Scritti dei nostri antenati, e dopo esserne divenuto un ottimo competente, fu spinto a scrivere anche lui qualcosa sull'insegnamento e sulla sapienza. Infatti gli amanti del sapere dopo averlo assimilato, possono progredire sempre più in una condotta conforme alla legge »
Il traduttore osserva pure come egli si sia sforzato di fare del suo meglio, ma chiede venia per l'imperfezione del proprio lavoro perché:
« le cose dette in ebraico non hanno la medsima forza quando vengono tradotte in altra lingua. E non solamente quest'opera, ma anche la stessa Legge, i Profeti e il resto degli Scritti conservano un vantaggio non piccolo se vengono letti nel testo originale»
Ripeto che non è possibile dedurre dalle precedenti espressioni l'estensione esatta di questa terza raccolta degli scritti sacri, tuttavia è lecito fare un'osservazione importante: il traduttore del Siracide fa lui stesso una distinzione tra il libro che gli sta dinanzi e gli Scritti sacri. Questo libro, secondo lui, non è possibile tradurlo bene, come non è possibile tradurre bene nemmeno gli stessi libri della Legge, dei Profeti e degli altri Scritti. Questi, meditati a lungo da suo nonno, stavano alla base della sua fede e della sua condotta, mentre il libro di Gesù ben Sirah è solo un commento per vivere meglio e per aiutare i lettori a capire i primi. Dunque il nipote del Siracide non poneva il libro del nonno sullo stesso piano dei libri sacri e non lo includeva nel canone precedente, che quindi doveva già essere completo e non poteva includere il libro da lui tradotto (7) .
La Bibbia è un libro cosmopolita che affonda le sue radici nella storia dell'umanità, in quanto le vicende in essa narrate attraversano quasi tutto il mondo antico allora conosciuto. Nata nelle steppe sinaitiche più di 3000 anni fa, al tempo dell'esodo degli Ebrei dall'Egitto, assistette al trionfo di Dio (Javéh) sul Faraone ostile al suo popolo. Le divinità dei popoli avversari nulla poterono fare contro « la mano potente ed il braccio teso del Signore » (Dt 4, 34) e contro la brama di libertà di Israele.
Con gli Ebrei la Bibbia penetrò nella regione cananea, in mezzo a popoli sedentari e si stabilì in un terriorio, che in seguito fu chiamato Palestina. Qui essa trascorse la sua virilità e vide trasformarsi il popolo di Dio; cantò al sorgere della dinastia davidica e contemplò la bellezza del tempio salomonico, dove i suoi inni furono usati per ringraziamento e implorazione. Ma li assistette pure, impotente, alla divisione del popolo in Regno del Nord (Israele) e Regno del Sud (Giuda). In Palestina la Bibbia sviluppò la sua letteratura sapienziale, che in termini popolari racchiudeva la saggezza pratica della gente ebrea. In quel piccolo angolo di mondo dove le bianche case riflettone la luce del sole nel terso cielo d'oriente, squillò la voce dei profeti, perenne richiamo dell'amore divino che invitava il suo popolo alla fedeltà verso Dio e alla fiducia in lui più che in persone umane. Ancora oggi nella Bibbia queste voci profetiche risuonano in modo vigoroso.
Tuttavia il popolo, anziché accogliere l'invito divino, seguì l'incanto dei falsi profeti ed il fascino dei culti sessuali di Canaan per cui finì per soccombere di fronte alla pressione delle potenze degli Assiri e dei Babilonesi: lo stato del Nord (Israele) cessò di esistere con la caduta di Samaria nel 722 a.C., mentre quello di Giuda fu conquistato nel 597 a.C. da Nabucodonosor che distrusse Gerusalemme ed il tempio e deportò il re e l'elite della società giudaica in Babilonia.
La Bibbia emigrò con gli esuli in terra straniera, dove i canti di gioia cessarono per essere sostituiti (almeno presso i pii ebrei) dai lamenti più vibranti:
A quel tempo la Bibbia incoraggiò e sostenne l'epopea dei Maccabei (175-134 a.C.), i quali, sorretti dalla sua parola, iniziarono una lotta di liberazione dal politeismo seleucida, che fu coronata dalla definitiva sconfitta del re Antioco IV, attuando così la profezia di Daniele. Nutriti dalla meditazione della Bibbia, «i poveri di Israele», persone viventi nell'attesa del Messia, aspettavano colui che avrebbe dovuto portare luce, serenità e amore verso Dio e verso gli uomini.
Ormai la Bibbia ebraica ha raggiunto la sua maturità, con una sua fisionomia che non cambierà più on seguito.
Ormai essa deve solo attendere il tocco finale che le darà il Cristo, del quale fungeva da pedagogo. «Prima che venisse la fede (espressa nel Nuovo Testamento), noi (ebrei) eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge. Così la legge - qui intesa in senso largo come il complesso di tutti i libri sacri giudaici - è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perche fossi giustificati per fede » (Gl 3, 23-25)
(1) Non si può pensare a una finzione per sottolineare l'unità del santuario stabilito da Giosia (o da Ezechia), perché in tale caso non si sarebbe mantenuto anonimo tale luogo, ma si sarebbe chiarito che si trattava di Sion, così come il Pentateuco Samaritano talora vi introdusse il monte Garizim, luogo del loro santuario e del loro culto. torna al testo
(2) Era l'anno 444 o 398 a seconda che il contemporaneo re persiano Artaserse si identifica con il I o con il II (cfr Esdra 7, 7). torna al testo
(3) Ne 10, 31-36 con Lv 25, 4; 24, 5 s; 6, 12. torna al testo
(4) Cfr Nm 15, 22-31 con Lv 4 (sacrificio per il peccato). torna al testo
(5) H. Haag, La parola di Dio, in Mysterium salutis, Brescia, Morcelliana, I p. 412). torna al testo
(6) L'attendibilità critica dell'autore è alquanto discutibile, perché nello stesso versetto sembra attribuire al profeta anche la cosiddetta Apocalisse di Isaia "vide gli ultimi tempi", la quale è certamente apocrifa. torna al testo
(7) Questo naturalmente milita contro
la sua inclusione nel canone cattolico, come uno scritto ispirato
deuterocanonico. Se avesse goduto la medesima autorità degli altri scritti, non
si capisce il ragionamento del nipote. torna al testo
L'ispirazione biblica riguarda solo il testo originario come uscì dalla penna dello scriba e non le sue traduzioni. È quindi utile ricercare il modo con cui la Bibbia fu scritta e le lingue nelle quali essa venne composta.
Molti studiosi del secolo scorso, la cui ipotesi fu accolta anche dal Voltaire, pensavano che la scrittura fosse sorta al tempo della monarchia ebraica (sec. 9° a.C.), quindi alcuni secoli dopo Mosè, vissuto nel 13° secolo. Nel 1815 Wellhausen ne prendeva lo spunto per negare che Mosè avesse scritto il libro della Legge. Renan, nella sua famosa "Storia del popolo di Israele", ripeteva che la scrittura apparve presso gli Israeliti soltanto tre o quattro secoli dopo Mosè e Giosuè. Con la scoperta della biblioteca di Amenofi IV a Tell el-Amarna in Egitto risultò invece che i vari re di Canaan, già nella prima metà del 14° secolo, si rivolgevano al Faraone in assiro babilonese e con caratteri cuneiformi, per cui il Winckler e il Naville, poco dopo il 1900, supposero che anche Mosè avesse scritto parte della Legge in caratteri cuneiformi (1) .
a) L'alfabetoUlteriori scoperte hanno mostrato che i fenici a quel tempo già avevano scoperto l'alfabeto, perché a Ugarit (Ras Shamara), importante centro commerciale sulla costa siriana dal 1550 a circa il 1350 a.C., furono scoperte nel 1929 tavolette d'argilla in caratteri cuneiformi, ma in scrittura alfabetica (2) .
La scrittura ebbe inizio con la pittografia nella quale gli Egizi, ad esempio, raffiguravano la realtà che volevano esprimere: occhi, naso, bocca, sole, luna e via dicendo (3) . I semiti vi introdussero un reale capovolgimento, in quanto usarono quegli stessi segni, un po' stilizzati, per indicare la lettera dell'alfabeto con la quale i nomi di tali realtà, così raffigurate, iniziavano. Ad esempio, la testa di un bue, chiamato 'alùf in ebraico, servì per indicare la leggera aspirazione iniziale chiamata 'alef. Tale forma, sia pure stilizzata, si ritrova ancora capovolgendo il nostro A. Il quadrilatero, indicante una casa, fu adoperato per indicare il b perché la casa si chiamava in semitico bet (bajit), da cui il nome baita tuttora esistente in qualche isolata valle italiana a ricordo di un antico passaggio di semiti. La forma del pesce, detto dag in ebraico, divenne la lettera d (dalet): il segno di una serpe, detta nacash in ebraico, significò una n ; una bocca aperta, il segno di una p (ebr, pe' = bocca); un occhio fu usato per segnare la gutturale ' con cui inizia la parola 'ain "occhio"; Il profilo di una testa umana assunse il valore di r, da rosh "capo", divenuto in greco la lettera r (ro). la cui forma maiuscola ( R ) riproduce in modo assai stilizzato il capo con il collo.
L'origine dell'alfabeto vero e proprio, dal quale derivano tutti gli altri alfabeti anche moderni, si avverò, a quanto sembra, nella miniera di turchese, rame e malachite della regione sinaitica ad opera di schiavi semiti che vi lavoravano. Gli scavi di Serabit el-Hadim, iniziatisi nel 1904, la comprovano con sicurezza. Sir Flinders Petrie, che per primo scoprì tali segni (circa una trentina), pose le iscrizioni proto-sinaitiche o proto-fenicie verso il 1500 a.C.; altri studiosi le fanno risalire addirittura al periodo degli Hyksos (sec. 18°) (4) . Siccome segni affini ai precedenti (sec. 18°-13°) furono trovati anche nel mezzogiorno della Palestina (Sichem, Bat Shemesh, nei pressi di Betlemme) su "cocci" (ostraca) e punte di giavellotto, tale alfabeto paleoebraico si chiama anche palestinese meridionale. Le punte di giavellotto, assai rovinate, sono ora indecifrabili, ma rappresentano certamente il dialetto cananeo dell' 11° secolo a.C. Questi reperti costituirono una tappa fondamentale per il passaggio dalle iscrizioni protosinaitiche a quelle fenicie del 10° secolo. Un vaso di Lakish del 13° secolo reca anch'esso una iscrizione cananea arcaica.
Tutti gli alfabeti provengono, attravero una particolare loro evoluzione, da questo alfabeto antico, tramite i fenici, grandi navigatori e celebri commercianti dell'antichità. Tra il 9° e l' 8° secolo a.C. adottarono tale alfabeto anche i greci, i quali, dal momento che scrivevano da sinistra a destra e non da destra a sinistra, come i fenici, capovolsero la direzione dei segni. Di più i greci, che non possedevano le gutturali semitiche, utilizzarono questi segni superflui unitamente alle vocali (j, w), per indicare le vocali greche, mancanti invece nell'alfabeto semitico. Un indizio dell'origine semitica dell'alfabeto greco si ha nella leggenda che attribuisce l'invenzione delle lettere, dette cadmee, al fenicio Cadmeo, nel quale si può individuare il qedem ossia "l'Oriente". Con più chiarezza Plinio il Vecchio (1° sec. d.C.) scrisse che « la gente fenicia ebbe la grande gloria di avere inventato le lettere alfabetiche » (5) . Lo stesso nome "alfabeto" ricorda le prime due lettere ebraiche alef , bet unite all'ultima tau (t).
b) Scrittura paleoebraicaLa scrittura paleoebraica era assai simile a quella fenicia. L'esemplare più antico, per ora, consiste in un esemplare di ca 3000 anni fa, scoperto nel 1976, e che stava per essere buttato via come un pezzo privo di valore. Deve risalire verso il 1200 a.C., ossia oltre 200 prima del noto calendario di Ghezer (ca 900-950 a.C.). Fu estratto da un pozzo di Izbeh Sarte, una quindicina di chilometri ad oriente di Tell Aviv. L'iscrizione sembra essere stata l'esercitazione di uno studente aspirante scriba. Contiene un acrostico, combinazione voluta in modo che, leggendo di seguito la prima lettera di ogni capoverso, si ottenga una parola, ma purtroppo il senso ci sfugge. Essa costituisce un anello di congiunzione tra la pittografia e la scrittura alfabetica. L'ultima riga presenta un alfabeto analogo a quello ebraico moderno di 22 lettere; ha infatti 21 lettere più uno spazio bianco al posto della lettera m .
La scrittura ebraica antica non ha subito forti variazioni nel corso dei secoli, passando dal calendario agricolo di Ghezer (ca 950-900 a.C) ai 75 ostraca (cocci) di Samaria segnanti gli acquisti di vino ed olio per il palazzo reale di Geroboamo II (ca 760 a.C), alla iscrizione di Mesha (ca 850 a.C. cfr 2 Re 1, 1 e 3, 4-9.24-27), a quella di Siloe al tempo di Ezechia (ca 710 a.C.).
L'ostracon rinvenuto a Mesad Hashaviyahu, che contiene la protesta di un contadino perché si era visto portare via il mantello per non aver terminato il proprio lavoro (sec. VII cfr Es. 22, 25 s), e quelli di Lakish di poco posteriori (sec. VI contemporanei di Geremia), mostrano un leggero passaggio verso una scrittura più corsiva.
Vi si devono pure aggiungere i frammenti dell'Esodo, del Levitico e dei Profeti Minori, rinvenuti a Qumran, i quali conservano caratteri arcaici. Origene e Girolamo, profondi cultori cristiani della Bibbia, che non ebbero conoscenza di questi reperti archeologici, potevano tuttavia vedere nella forma primitiva almeno le quattro lettere del nome divino (YHWH) conservata nelle copie della versione greca di Aquila, simili a quelle dei frammenti trovati nel 1897 nella Gheniza del Cairo o rinvenuti di recente a Qumran (Profeti Minori).
c) Scrittura aramaicaLa scrittura aramaica ha subito invece una evoluzione assai più marcata. Dalla forma dei testi di Arslan Tash e Tell Halaf (ca 850 a.C.), assai vicini a quella fenicia originaria, è passata a un altro tipo più corsivo nell'iscrizione della stele di Bar-Rekub (7° secolo a.C.) e nei papiri di Elefantina in Egitto (5° secolo a.C.). Con la sua diffusione ad opera della cancelleria persiana, che ne adottò la forma e la lingua, fu accolta pure dagli ebrei verso il 2° secolo a.C. Essa apparve nel papiro di Nash (150 a.C.), così chiamato dal nome del segretario della Society of Biblical Archeology, che lo comprò nel 1902; nella iscrizione dei figli di Haziz; nella pietra di confine di Ghezer (2° e 1° sec. a.C.) e nella maggioranza dei manoscritti di Qumran. Per la prevalenza delle rette e degli angoli sulle linee curve, è detta anche "quadrata".
Il cambiamento della scrittura al tempo della restaurazione postesilica è testimoniato da un testo talmudico, per il quale la forma quadrata sorse in Assiria e fu portata in Palestina da Esdra:
Tralascio il materiale prezioso che si adopera per puro ornamento, come la lamina d'oro portata dal sommo sacerdote sulla mitra e che portava scritto « consacrato a Jahvè» (Es 28, 36).
1) È strano che gli Ebrei - a differenza dei popoli confinanti che scolpivano molto sulla pietra - abbiano lasciato pochissime iscrizioni di tal genere. Perché? Forse per rispetto alle due tavole dei comandamenti (« Tavole della legge ») che furono scolpite « con il dito stesso di Dio » affinché durassero per sempre (Es 24, 12; 31, 18; 34, 1; Dt 4, 13)? Anche le due pietre, rizzate dopo aver attraversato il Giordano, non furono scolpite, ma solo intonacate di calce, sulle quali si scrissero poi « le parole di questa legge » (Dt 27, 2 s; Gs 8, 32). Dunque l'iscrizione non conteneva parole umane, bensì solo parole divine. L'unica iscrizione preellenistica su pietra, ancor oggi esistente, è la celebre iscrizione di Siloe (710 a.C.), scolpita per perpetuare sulla roccia il ricordo del tunnel scavato a Gerusalemme da Ezechia per approvigionare la citta di acqua durante gli assedi (cfr 2 Re 20, 20; 2 Cr 32, 30). Tuttavia era stata messa in un posto invisibile al pubblico. Essa così suona:
2) Per materiale su cui scrivere gli Ebrei usavano talora delle lastre di piombo o di bronzo. Giobbe avrebbe desiderato che le sue parole di innocenza « fossero scolpite nella roccia con scalpello di ferro oppure sul piombo » perché rimanessero indelebili (Gb 19, 24). Di bronzo era pure la copia della lettera inviata ai Romani da Giuda Maccabeo per stabilire un'alleanza con loro e che stava conservata nel tempio di Gerusalemme (1 Mac 8, 22). In bronzo fu scritta anche l'alleanza che Sparta e Roma vollero rinnovare con Simone dopo la morte di Giuda (1 Mac 14, 18).
3) Per gli scritti brevi come ricevute, biglietti, messaggi, si utilizzavano cocci di vasellame, i cosiddetti ostraca, tavolette di legno, scorza d'albero. Le placche di avorio o di legno, perché potessero ricevere un'iscrizione, erano prima incavate e poi su questo incavo si spalmava uno strato di cera. Il pezzo più antico finora scoperto, risalente al 705 a.C., proviene da Nimrud. La parola "gillayôn" di Isaia 8, 1 indica, a quel che pare, una piccola superfice sulla quale si può scrivere (tavoletta di legno, cuoio, ecc.). Su di essa il profeta scrisse il nome del nascituro che era un gioioso vaticinio di salvezza: « Presto, affrettati (o Assiria) a depredare (Israele e Siria, i due nemici di Giuda) », in ebraico Maher - shalàl - cash - bàz . Su di « una tavoletta » (di legno? di rame?) lo stesso profeta scrive un oracolo contro Giuda, « perché restasse una testimonianza perenne » (Is 30, 8). Ezechiele pose rispettivamente il nome di Giuda e di Israele, che poi unì assieme a simboleggiare la futura riunione dei due popoli prima divisi (Ez 37, 16 ss; cfr Ha 2, 2).
Anche i cocci furono usati dagli Ebrei, come appare dai vari ostraca di Samaria e di Lakish e altro. Erano d'uso corrente al tempo dei Greci e dei Romani; Zaccaria se ne servì per scrivervi sopra il nome Giovanni da imporre al neonato (Lc 1, 63).
4) Ezechiele, che scrisse in Oriente dove si scriveva sull'argilla da essiccarsi al sole o in una fornace, ricevette l'ordine divino di usare una « tavoletta d'argilla»:
5) Non mancava la pelle di cuoio (che diverrà più tardi la pergamena), di uso assai antico, anche se posteriore al papiro. Un rituale egiziano per la sua preparazione risale addirittura al 2000 a.C. È possibile che parti del Pentateuco siano state scritte su tale materiale, come risulta dalla possibilità di cancellarne le parole con acqua, il che suppone un materiale resistente. Infatti la donna sospettata di adulterio doveva bere l'acqua usata per cancellare le maledizioni scritte su di un rotolo, affinché si avverassero in lei, qualora fosse stata veramente colpevole (Nm 5, 23). Il volume si chiama infatti šefer che originariamente significaca "raschiare", come si usava per le pelli, ma anche per il papiro.
6) Un materiale assai comune era pur sempre il papiro, il cui nome sopravvive nel francese papier, nell'inglese paper e nel tedesco papier, usato per indicare la carta. Il papiro si ricava dalla pianta dello stesso nome. Il luogo classico di questa pianta (cyperus papyrus) fu in passato quello delle maremme egiziane (valle del Nilo), anche se ora si trova solo nella Nubia, in Abissinia e in Sicilia, non lontano da Siracusa.
Il papiro è un giunco di alto fusto che può raggiungere i quattro-sei metri di altezza. Dopo averlo tagliato longitudinalmente e privato sia della pannocchia sia delle radici, se ne estraeva la fibbra interna, che veniva macerata nelle acque del Nilo. Le liste - lunghe talora fino a 5 metri - disposte una a fianco dell'altra venivano poi intrecciate e sovrapposte con le altre traversalmente in modo da acquistare la consistenza di una pagina e rimanere incollate tra di loro dalla loro stessa polpa indurita, o mediante colla o pasta finissima. Il tutto veniva lasciato essiccare al sole e alla fine si metteva sotto una pressa (7) . Si aveva così il foglio di papiro chiamato in greco chartes (8) . Quando se ne voleva togliere la ruvidezza, il papiro veniva levigato con pomice o con seppia. Vi si poteva scrivere su entrambi i lati. I papiri così preparati formavano dei rotoli, che si avvolgevano attorno a due bastoncini attaccati alle sue due estremità; si avvolgeva a destra per srotolarlo e leggerlo (se scritto in ebraico), a sinistra per chiuderlo.
Questo materiale di scrittura era facilmente deteriorabile. Già Plinio, ai suoi tempi, lamentava che non vi fosse un papiro capace di durare duecento anni, mentre la pergamena era per lui «eterna».
Il papiro doveva essere assai diffuso nella Siria, ancora prima del periodo monarchico di Israele, come risulta dal resoconto dell'ufficiale egiziano Wen-Amon che, verso il 1100 a.C., riferì alle autorità del tempio di Amon a Karnak di aver lasciato 500 rotoli di papiro ai Siri come acconto per un carico di legname (9) .
Di papiro era il rotolo del profeta Geremia, perché venne tagliuzzato con facilità dal re Joakim e gettato ad ardere sul fuoco a mano a mano che veniva letto (Gr 36, 23) (10) ; di papiro erano pure i rotoli aramaici del V secolo a.C., trovati ad Elefantina nell'alto Egitto.
III. Gli strumenti di scritturaPer la pergamena di pelle e per il pairo gli scrivani usavano la penna e l'inchiostro: « io scrivevo nel libro con l'inchiostro », nota Geremia (36, 18). Questo tanto il solido quanto il liquido, era generalmente nero, fatto di fuligine, nerofumo o carbone di legna preparato con olio o con della pece. Per gli ostraca veniva formato con metalli fusi; quello usato a Lakish era composto con una miscela di carbone e di ferro. Ci fa meraviglia l'inalterabilità di questi inchiostri, che per altro si potevano cancellare con semplice acqua (Nm 5, 23).
La penna consisteva in un pezzo di canna (calamus) spaccata o tagliata con un temperino (scalpallum scribae Gr 8, 8) in modo da formare una specie di pennello duro. All'epoca greco-romana era così tagliata da presentare una estremità fine e tagliente come una penna d'oca: è il kàlamos del Nuovo Testamento. Le penne si conservavano in appositi astucci, che presentavano delle aperture per collocarvi le tavolette di inchiostro.
Gli scrivani, come tuttora si usa in Oriente, erano soliti portare « ai fianchi il calamaio» (Ez 9, 2) e un portapenne, quali distintivi della loro dignità. Se ne vede una figura sulla stele aramaica di Bar-Rekub. A Qumran si sono rinvenuti due calamai, uno in bronzo e l'altro in terracotta contenenti ancora un po' di inchiostro.
IV. Le lingue della BibbiaLa Bibbia è un poliglotta che parla tre lingue: l'ebraico, l'aramaico e il greco. Quasi tutto l'Antico Testamento è scritto in ebraico; in aramaico sono solo alcune parti di due libri (Ed 4, 7-16 e Dn 2, 4 - 7, 28); in greco furono scritti due deuterocanonici (sacri per i soli cattolici), vale a dire la Sapienza e il 2 Maccabei. Mi fermerò quindi sopra le due lingue bubliche usate nelle scritture sacre degli Ebrei e che appartengono al ceppo semitico.
Il ceppo semitico si suddivide generalmente nelle seguenti grandi classi linguistiche (11) :
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____________SEMITICO______________ settentrionale meridionale Nord-orientale Nord-occidentale Sud-occidentale Sud-orientale Accadico Aramaico Cananeo Arabo Etiopico sud arabico Fenicio e ebraico
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1. Ebraico
Usato dai Cananei di Palestina, fu adottato dagli Ebrei quando vi si stanziarono con Abramo. È la lingua usuale dell'Antico Testamento, in gran parte adottata anche per gli scritti deuterocanonici e pseudoepigrafi, come appare dai manoscritti frammentari rinvenuti nel 1949 sulla costa nord-occidentale del Mar Morto (Wadi Qumran) il cui testo era prima noto solo in traduzioni greche, latine o siriache, essendone andato smarrito l'originale.
a) Sua fisionomiaL'ebraico, appartenente al gruppo nord-occidentale, è assai simile al fenicio. Oggi si pensa che il suo prototipo sia dato dalla lingua, prima ignota, scoperta di recente ad opera di archeologi dell'università di Roma ad Ebla e nella Siria - perciò detta eblaita - che si ritiene una lingua proto fenicia.
L'ebraico, che si scrive da destra a sinistra, presenta l'idea con una radice usualmente di tre consonanti, per cui il triletterismo è una caratteristica condivisa pure da altre lingue camito-semitiche (12) .
Solo i pronomi e alcune parole antiche, indicanti parti del corpo e la parentela, hanno una duplice consonante, come figlio b(e)n, faccia p(e)n, mano jad, ecc. Le lettere in numero di 22 sono esclusivamente costituite da consonanti perché le vocali si possono facilmente aggiungere da chi conosce la lingua secondo il contesto che la parola assume nella frase. Vi si è cercato di supplire con le cosiddette matres lectionis, ossia madri - vale a dire guide - della lettura, come le semiconsonanti h, y, j.
L'ebraico, lingua fondamentalmente di azione