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L'ERESIA DI DANTE
Tratto da "Dante il padre della Riforma"
di Adelio Pellegrini -Cap. V

In questa sezione, l'ultima del nostro lavoro, proponiamo
una breve panoramica dell'abate E. Aroux sull'eresia nella
Chiesa; menzioneremo gli autori, fino al tempo di Dante, che
presentavano l'anticristo annunciato da Daniele,
dall'apostolo Paolo e da Giovanni nell'Apocalisse XIII;
vedremo come queste figure siano state realizzate dal
vescovo di Roma. Vedremo come la cristianità, fin dai primi
secoli, aveva identificato la donna-Chiesa adultera di
Apocalisse XVII con la Chiesa di Roma, la sua curia e/o il
potere papale. Di conseguenza vedremo come il pensiero di
Dante, sia già stato espresso prima di lui, sia all'interno
della Chiesa, dai francescani gioachimiti e da altri
religiosi e, all'esterno della Chiesa, dai movimenti
ereticali quali valdesi, albigesi, catari, e come con la sua
Commedia Dante sia stato fermento di Riforma, in attesa che
Lutero la proclami, al di fuori dei confini dell'Impero
romano.[1] Il linguaggio chiaro e forte dirompente del
monaco di Wittenberg è stato preceduto nella terra
dell'antico impero romano latino con un linguaggio
dissimulato. Dante, dopo Valdo, i trovatori provenzali, i
Fedeli d'Amore, poi in altre contrade con Wycliff, Giovanni
Huss, Girolamo da Praga, e ancora in Italia con Girolamo
Savonarola e tanti altri, furono la miccia che prepararono
nel tempo la detonazione di Lutero.
«La Divina Commedia è, nella maggior parte del suo sviluppo
un libello politico contro la Santa Sede»[2] e il Rossetti
scriveva che «i più maturi critici convengono che i
Riformatori del XVI secolo non fecero altro che mettere
fuoco alla mina, ciò che i loro predecessori avevano, a poco
a poco e di età in età, accumulato una gran quantità di
polvere sotterranea».[3]
L'eresia nella Chiesa
Scrive l'abate Aroux che le eresie hanno caratterizzato la
storia della Chiesa dalla morte degli apostoli, i quali già
l'avevano annunciate come qualcosa che riguardava il
futuro[4] e come realtà del presente che s'infiltrava nella
Chiesa e influenzava la comunità dei fedeli,[5] esprimendosi
poi nelle diverse ramificazioni prendevano il nome di
ariani, nestoriani, pelagiani, ecc. con i manichei che si
perpetuarono fino al XII secolo.
Ai movimenti spiritualisti come quello di Gioacchino da
Fiore, alla fine del XII secolo, dei francescani, di
Francesco d'Assisi[6] e dei domenicani, che rimasero
nell'alveo della Chiesa si contrapposero quelli dei Lollardi,
seguaci di Wycliff in Inghilterra, di Giovanni Huss e
Girolamo da Praga in terra ceca, e ancor prima di loro con i
poveri di Lione, cioè di Valdo, i catari e gli albigesi. «Lo
scopo finale di questi dissidenti era di costituire una
società nuova, il cui loro primo sforzo doveva dirigersi
contro la potenza che dominava allora. «Da qui - come dice
M. Cousin - la necessità che la prima rivoluzione, moderna
fosse una rivoluzione religiosa».[7]
Dal XIII secolo esplode nel Languedoc e nella Provenza, con
sintomi minacciosi, un rinnovamento, un risveglio spirituale
che si rinnova di generazione in generazione fino al tempo
di Lutero.
Alla base di questi movimenti bisogna riconoscere il
contributo delle crociate che, intraprese con uno scopo
diverso, avevano messo in relazione l'Europa con la cultura
classica della Grecia e con l'Oriente musulmano. La
metafisica di Aristotele era venuta da Costantinopoli e i
suoi commentatori arabi erano tradotti in Castiglia e in
Italia.
Il filosofare, il republicanesimo e un'accresciuta attività
organizzata nella lavorazione dei prodotti assieme o
isolatamente attaccarono l'autorità sovrana della Santa Sede
e l'ordine stabilito. Un immenso movimento religioso si
manifestò contemporaneamente su due punti: l'impegno valdese
nelle Alpi, nell'annuncio della parola, e il misticismo
tedesco sul Rodano, nei Paesi Bassi, dove si rinnovavano
continuamente le rivolte operaie, dei tessitori e degli
altri mestieri che si svolgevano a Gand, Bruges, Ypres,
contro i conti, i vescovi e il clero. I montanari piemontesi
e del Delfinato, respingevano i simboli e le immagini, la
croce e i misteri. I settari di Pietro de Bruys, la cui
pretesa era di riprodurre la Chiesa primitiva nella sua
purezza e nella sua povertà, repressi per un istante si
riformarono a Lione nel 1170, con il mercante Valdès o
Valdus. In Italia avevano avuto per capo Arnaldo da Brescia
il cui pensiero segnava la rivolta del ragionamento che
trionfa sull'autorità.
Nel Nord, Amaury de Bène e il suo discepolo David de Dinant
si mettevano, verso la fine del XII secolo, a predicare una
specie di panteismo mistico, pescato negli scritti di Scoto
Eringena, risultato alterato delle sette eterodosse comparse
sotto il nome di Catari. Alcune delle loro dottrine
assomigliavano a quelle degli eretici d'Orléans del 1022;
altre erano puri gioachinismi.
L'abate Gioacchino da Fiore e Amaury de Bène parlavano di
"tre epoche successive", cioè: il regno del Padre, quello
del Figlio e quello dello Spirito Santo. Il regno del Padre
era durato per tutto il tempo della legge di Mosé; quello
del Figlio fino al 12° secolo, periodo delle cerimonie e dei
sacramenti; infine quello dello Spirito Santo, sarebbe
dovuto cominciare nel XIII secolo, nel quale tutte le
prescrizioni anteriori dovevano cessare, per lasciar
sussistere la religione della pura adorazione dell'anima. Il
XIII secolo ebbe due principali focolai che contrastavano
con Roma: la scuola francescana che faceva propria il
pensiero del cistercense Gioacchino da Fiore e l'Università
di Parigi.
Della prima, E. Renan scriveva: «La famiglia di San
Francesco non cessava di produrre ardenti spiriti che
sostenevano che la riforma francescana non avesse dato tutti
i suoi risultati, e che l'apparizione del serafico Francesco
non era né più né meno che l'avvenimento di un secondo
cristianesimo e dì un secondo Cristo, simile in tutto al
primo, superiore pure per la povertà. Da ciò questi
movimenti democratici e comunisti si rifacevano quasi tutti
allo spirito francescano, e ulteriormente al vecchio lievito
del catarismo, del gioachinismo, e dell'Evangelo eterno: il
terzo ordine di San Francesco, Begardi, Lollardi, Bizoques,
Fraticelli, Fratelli spirituali, Umiliati e Poveri di Lione.
Da ciò questa lunga lista di arditi pensatori, quasi tutti
molto ostili alla corte di Roma, che l'Ordine non cessò di
produrre: Giovanni d'Olivi, Duns Scot, Okkham, Marsilio di
Padova».[8]
I dissidenti si credevano abbastanza forti per impegnarsi in
una lotta, e giudicavano le circostanze favorevoli
ribellandosi con audacia. Deboli o vinti, si nascondevano
nell'ombra, dissimulavano la loro fede e si organizzavano in
associazioni segrete. Più la compressione era energica, più
la resistenza diventava tutta passiva, utilizzando l'astuzia
e l'abilità. Ma quando esplodeva apertamente, si manifestava
più terribile in quanto era alimentata da un doppio
fanatismo, l'esaltazione politica e l'esaltazione religiosa.
Per questi motivi la necessità di contrastarla con mezzi di
repressione in rapporto con le risorse che si disponevano:
istituire dei comitati di ricerche, quando si nascondeva,
origine dell'inquisizione; proclamare delle crociate quando
degenerava in ribellione dichiarata.
L'opposizione, con le sue istituzioni di riforma e di
rivoluzione, aveva nel Languedoc e nella Provenza un
carattere misto: il misticismo si alleava al razionalismo.
Questo paese offriva un miscuglio di popoli dove si
confondevano le razze iberiche, gotiche e romane con il
sangue saraceno e gotico. L'elemento giudaico e arabo era
considerato in questa regione. I Giudei erano il legame
commerciale con i cristiani della Francia e musulmani con
quelli della Spagna. Entrambi coltivavano la medicina e le
matematiche.
A partire dalle crociate, l'Alta Languedoc era tornata verso
l'Oriente, con i conti di Tolosa. Un commercio attivo
avvicinava via mare le tre fedi monoteiste: cristiana,
giudaica e musulmana, creando un deplorevole sincretismo di
dottrine e di credenze. Infine, i costumi e la fede equivoca
dei cristiani della Terra Santa, corrotta dalla vicinanza
degli infedeli, aveva influito in maniera forte sulle
province del Mezzogiorno della Francia. Tolosa, loro
capitale, era una vera repubblica sotto la sovranità di un
conte, il più ricco della cristianità e possessore di vasti
domini. Tolosa era la Roma degli eretici, era da lì che
partiva la direzione alla quale obbedivano nelle diverse
contrade dell'Europa, e specialmente dell'Italia, i
disertori del cattolicesimo. Per contrastare questo potere
nel 1167 un Concilio fu tenuto nel borgo Sant Féliz, sotto
la presidenza di un papa, Nicola di Costantinopoli, al quale
assistettero fra gli altri Robert d'Epernon, vescovo della
Francia del Nord e i vescovi della Lombardia, di Carcassonne,
d'Albi, d'Aran.
Ma se c'erano nel Medioevo divergenze d'opinione fra i
settari, essi erano uniti da un sentimento unanime
d'ostilità contro la Santa Sede. Intrattenevano
corrispondenza con tutti i dissidenti, nelle altre contrade,
e si sforzavano di farsene degli alleati: così quelli della
Provenza e del Languedoc cercavano di persuadere gli "stedingers"
dell'Olanda che i sacerdoti cattolici erano i ministri di
Satana, e pervenivano a far accettare i dogmi manichei. Gli
eretici che abitavano la Frisia Orientale dove essi si
rifiutarono di pagare le decime al clero e di sottomettersi
a qualsiasi obbligo feudale, si reclutavano mediante
un'iniziazione misterica, le cui cerimonie hanno una
singolare assomiglianza con quelle che costituivano uno dei
capi di accusa contro i templari. Il papa Gregorio IX, che
li espose in tutti i loro dettagli, promosse contro di loro
una campagna di sterminio nel 1233, e fu necessario un
esercito di quarantamila uomini per ridurli. L'eresia si
propagò anche in Germania, poiché il prete Conrad, inviato
per informarsi, fu ucciso dagli abitanti di Marburg e la
dieta credette di dover accordare agli eretici le forme
della procedura ordinaria.[9]
Come attraverso i secoli è stato identificato
l'Anticristo annunciato da Daniele, dall'apostolo Paolo e da
Giovanni nell'Apocalisse.
Fin dal II secolo della vita della Chiesa, il piccolo corno
di Daniele VII, (il potere che sarebbe emerso dalle ceneri e
tra i confini dell'Impero romano), e la prima bestia di
Apocalisse XIII erano stati identificati con l'Anticristo
che sarebbe dovuto venire.
In quei primi secoli a causa delle simbologie del testo
biblico, ma soprattutto della brevità della storia, perché
si credeva, fino al IV secolo, in un'imminente venuta del
Signore, la figura profetica di Daniele è stata compresa
come indicante una persona, un individuo, piuttosto che come
un regno, una dinastia, insegnamento che Giovanni in
Apocalisse XIII rende più esplicito. L'immagine di Daniele
fu identificata con l'Anticristo da: Ireneo (c. 205 d.C.)[10],
Ippolito di Roma (c. 236), Vittorino de Patteua (c. 304),
Cirillo (c. 386), Crisostomo (407), Gerolamo (420),
Teodoreto (457), Agostino (430), Gregorio I (604),
Venerabile Beda (735), Peter Comestor (1178), Gioacchino da
Fiore (1202), Pseudo Gioacchino (c. 1248), Tommaso d'Acquino
(c. 1274).
Il vescovo Eberhard II di Salisburgo (1246) fu il primo a
identificare il simbolo di Daniele con il papato. Dopo di
lui possiamo indicare Wycliff (c. 1379), Walter Brute, con
Roma, (c. 1393).
Diversi di questi padri della Chiesa ed altri videro nella
bestia di Apocalisse l'Anticristo: Ireneo (c. 205),
Tertulliano (240), Cipriano (258), Vittorino de Patteua (c.
304), Lattanzio (330), Efraim (373), Sant'Ambrogio (397),
Primario (560), Andrea, Walafrid (849), Bruno di Segni
(1123), Alberto Magno (d. 1280). Ubertino da Casale (1305)
identifica la bestia con Bonifacio VIII.
Dante ci risulta essere stato il primo scrittore cattolico a
identificare la Chiesa di Roma con la bestia apocalittica,
come del resto è stato anche il primo a identificare
l'argilla della statua tetrametallica con il potere
ecclesiastico. Dopo di lui c'è stato Wycliff, Mattia de
Janow, John Purvey (c. 1390), Giovanni Huss (c. 1412).
Per quanto riguardava «l'uomo del peccato» di Paolo (2
Tessalonicesi 2:4) c'era un coro unanime che vedeva questa
espressione del male realizzarsi dopo che la figura
dell'imperatore e dell'impero fossero cadute. Questa
spiegazione era data dai padri quali: Tertulliano, Ippolito,
Lattanzio, Cirillo di Gerusalemme, Cipriano, Atanasio,
Eusebio di Cesarea, Metodio, Vittorino, Isidoro di Peluso,
Teodoreto, Sulplicio Severo, l'Ambrosiaste, �cumenius,
Crisostomo.
Il prof. Döllinger scriveva: «Fino al termine del XII secolo
il papa fu denominato Vicario di San Pietro ma a partire da
Innocenzo III (1198-1216) si preferì il titolo di vicario di
Cristo e l'antica denominazione fu dimenticata...
Anticamente si era dato a tutti i vescovi il titolo di
rappresentante di Cristo; ma il giorno in cui il papa lo
prese esclusivamente per sé, questo titolo significò: Io
sono sopra la terra il rappresentante di Dio onnipotente, il
mio potere domina dall'alto ogni potenza e barriera
terrestre, in me, e solo per mezzo mio, la Chiesa è libera.
Secondo la concezione clericale del Medio Evo la Chiesa è
libera solamente quando domina tutto e tutti e, in ultima
analisi, il papa è, per sé solo, tutta la Chiesa... Il
Papato nella forma assunta, appare nell'organismo della
Chiesa come escrescenza malata e difforme che l'opprime,
arresta e decompone la parte migliore delle sue forze,
generando a sua volta numerose infermità».[11]
Nei confronti di questo potere numerose furono le voci che
si levarono attraverso i secoli.
Il vescovo di Treviri e di Colonia nel IX secolo al papa
Nicola I (858-867) rivolgeva queste parole: «Tu ti sei
insolentemente preso gioco dei tuoi fratelli e compagni di
servizio. L'imperatore immortale ha arricchito la Chiesa,
sua Sposa, di doni eterni... Ma tu, come un ladro, glieli
rapini tutti, come se essi ti appartenessero... Sotto
l'abito del pastore, tu fai sentire il lupo; il tuo titolo
ci promette un padre, i tuoi fatti ci mostrano un Giove. Ti
dici servitore dei servitori[12] ma ti sforzi di essere
signore dei signori... Noi non riconosciamo per nulla la tua
voce; noi non crediamo per nulla alle tue folgori... La
città del nostro Dio, della quale siamo cittadini, è più
grande della città che i profeti chiamano Babilonia, che
usurpa la divinità, che si uguaglia al cielo e si vanta di
essere eterna, come se fosse Dio... Essa si glorifica
falsamente di non aver mai errato, e di non potere neppure
errare».[13]
Nello stesso periodo e in forma ancora più pesante la storia
riporta:
«Claudio, vescovo di Torino, rimproverato di declamare
contro il papa, scriveva di sé: "Non è meraviglia che i
membri di Satana parlino di me in tal guisa"».[14]
Il cardinale Baronio, zelante papista, diceva che «il IX
secolo vide sulla cattedra di San Pietro, trono di Gesù
Cristo, degli uomini mostruosi, d'una vita infame, di
costumi interamente perduti e d'una turpitudine abominevole»
e i papi del X secolo li sorpassarono in infamia.
Verso la fine del X secolo, Arnaldo, vescovo di Orléans, si
pose alla testa dell'episcopato francese per opporsi alle
empietà del papato. Promotore di un concilio che si tenne
nel monastero di S. Basile, vicino a Reims, nel giugno del
991, pronunciò un discorso veemente nel quale si ispirava al
passo dell'epistola di Paolo ai Tessalonicesi relativo
all'empio. «Quale è questo uomo seduto sul suo trono
risplendente nel suo abbigliamento di porpora e d'oro? Se la
carità gli fa difetto, e se egli non è gonfiato e sostenuto
che dalla scienza, è l'Anticristo che si siede nel tempio di
Dio, e volendo far credere che egli è Dio».[15] «Presentava
lo svolgersi dei papi (a lui) recenti, esponeva i loro vizi
e i loro crimini. È ha tali mostri, si chiedeva, vuoti della
scienza divina e umana, che noi dobbiamo essere
legittimamente sottomessi? Li chiamava l'anticristo, statue
senza anima, idoli nel tempio. E il suo discorso concludeva
con un melanconico sarcasmo contro questa Roma di cui
Alessandria, Antiochia, Costantinopoli, si erano
separate».[16]
E il monaco Ramperto Scaknaburgense, nella sua storia
scritta nel 1076, diceva di lui: «Satanasso è sbucato dalla
prigione e devasta la Chiesa».[17]
Nel XII secolo, un sacerdote di Autun, Honorius, esclamava:
«Guardate questi vescovi e questi cardinali di Roma! Questi
degni ministri che circondano il trono della bestia! Essi
sono sempre occupati da nuove iniquità e non cessano per
nulla di commetterne delle altre". Concludeva poi
tristemente: "Il regno di Dio è finito, e quello
dell'Anticristo è incominciato: un nuovo diritto ha
rimpiazzato l'antico diritto; la teologia scolastica è
uscita dal fondo dell'inferno per soffocare (strangolare) la
religione; infine, non c'è più né morale, né dogma, né
culto, ed ecco venire gli ultimi tempi annunciati
dall'Apocalisse».[18]
Del papa Ildebrando, Gregorio VII (1073-1085), si diceva:
«Il rabbioso Satanno è stato scatenato (che la potente mano
di Dio voglia distruggerlo)».
Bernard de Clairvaux, l'ecclesiastico più distinto del XII
secolo si lamentava del fatto che gli ambiziosi, i
fornicatori, gli avari, i simoniaci, i sacrileghi, gli
incestuosi, accorrevano da tutte le parti a Roma, per
ottenere delle dignità clericali, o per mantenersi in quella
che già possedevano. Ecco cosa scrive al papa Eugenio III
(1145-1153): «La tua sede è il domicilio dei demoni
piuttosto che il parco delle pecore Che il tuo argento
perisca con te! O voce di tuono! Sembra che il tempo della
persecuzione sia passato. Ma l'esperienza ci ha ben mostrato
che mai la persecuzione manca né ai cristiani, né a Gesù
Cristo. E ciò che c'è di più terribile, è che la
persecuzione viene ora da coloro che portano il nome di
cristiani. Dalla pianta dei piedi alla sommità della testa
non c'è niente di sano nella Chiesa Ahimé, mio Signore e mio
Dio! Quelli sono i primi a perseguitare, che primato amaro
nella vostra Chiesa, e che vogliono essere i maestri».[19]
Bonifacio VII, che era dovuto fuggire a Costantinopoli con
il tesoro della Chiesa, ritorna dopo la morte di Ottone II,
fa morire di fame il suo successore, nelle segrete di Castel
S. Angelo, Giovanni XIV e strappa gli occhi ai suoi
cardinali. In questo secolo nasce il terrore dell'anticristo
e un vescovo di Firenze, Ranieri, dice che è già nato.[20]
Ancora nel XII secolo Pierre de Blois diceva: «O vana
gloria! O ambizione cieca! O fame insaziabile degli onori
della terra! Come ha prevalso questa esecrabile presunzione
che siano i più indegni che ambiscono le dignità... Coloro
che dovrebbero essere i vicari degli apostoli e i figli di
Pietro sono diventati i compagni di Giuda e i precursori
dell'Anticristo... Coloro che dovrebbero essere le luci del
firmamento sono diventati delle macchie nella luna. Il sole
è oscurato dal fumo che sorge dal pozzo dell'abisso. Il sale
della terra si è reso insipido e la luce del mondo si è
cambiata in tenebre... Oggi la compagnia dei preti è la
rovina dei popoli...».
Fluentius, vescovo di Firenze, predicava che l'anticristo è
venuto nel mondo e che l'Italia lo ha visto nascere.
Gioacchino da Fiore, abate di Calabria, morto nel 1205,
insegnava che l'anticristo era nato negli Stati romani e che
si sarebbe elevato perfino sul seggio di Roma.[21]
Nel sinodo di Ratisbona, in Baviera, nell'anno 1241,
Eberhard di Truchsen, arcivescovo di Salisburgo, alzava a
sua volta la voce contro il dispotismo romano, ed è alle
profezie di Daniele VII e alla II Tessalonicesi II che
prende in prestito le sue armi: «Da circa 170 anni
Ildebrando (Gregorio VII) sotto pretesto della religione,
cominciò a gettare le fondamenta dell'impero
dell'Anticristo... Questi sacerdoti di Babilonia vogliono
regnare da soli Colui che si chiama il servitore dei
servitori vuole essere il Signore dei signori come se egli
fosse Dio, e parla magnificamente come se fosse Dio, svolge
dei nuovi disegni nel suo cuore, medita di farsi un impero
in cui lui solo sia il padrone, cambia le leggi, stabilisce
le sue, insozza, guasta, saccheggia, spoglia, imbroglia,
uccide: è ciò che fa questo uomo di peccato che si chiama
l'Anticristo, sulla fronte del quale è scritto questo nome
di bestemmia: io sono Dio, io non posso errare. È seduto nel
tempio di Dio e domina in lungo e in largo».[22]
Robert Grouteheade (Grosseteste), vescovo di Lincoln, dal
1235 al 1253, fu autore di un commentario sull'Apocalisse in
cui identificava l'anticristo con il papato.[23]
Nel Dizionario degli uomini illustri, sotto la voce
Palingenio, si legge che fu perseguitato in vita e le sue
ceneri vennero bruciate, perché la Santa Inquisizione non
poté prenderlo vivo grazie ai numerosi amici che aveva,
perché aveva fatto una allegorica figura con la quale
chiamava il papa Lucifero e i suoi preti Demoni. La sua
opera si intitola Zodiaco della Vita e assomiglia
straordinariamente alla raffigurazione che lo stesso Dante
fa di Satana, solo che l'allusione è molto più palese. Il
papa è rappresentato come una bestia enorme con le ali di
pipistrello, ha una cesta sul capo con 7 corna ed è
accompagnato da una scorta: sacerdotes casti!
Valdesi, wycliffiti e hussiti combattevano le pretese papali
appoggiandosi sugli scritti di Daniele, di Paolo e
dell'Apocalisse.[24]
«Gioachimiti e francescani spirituali, nel XIII e XIV
secolo, cercavano l'anticristo sul trono pontificale, nella
persona di un antipapa. Roger di Hovedenm nella sua Cronica,
redatta a partire dal 1192[25], attribuisce all'abate
Gioacchino da Fiore la strana opinione secondo la quale
l'anticristo sarebbe stato sul punto di occupare la sede
apostolica. Pierre de Jean Olivi annunciava l'apparizione di
due anticristi, di cui uno, detto anticristo mistico,
sarebbe un antipapa. La Chiesa carnale retta da un antipapa
non sarebbe che la sinagoga di Satana di cui bisognerebbe
sbrigarsi a uscire al fine di prepararsi alla venuta del
Cristo».[26]
In Lutero stesso c'è stata una evoluzione dall'ipotesi, alla
convinzione e alla assoluta certezza che il papato fosse
l'anticristo.
«Egli aveva emesso questa idea (che le profezie bibliche
concernenti l'anticristo avessero trovato il loro compimento
nel papato) come ipotesi l'11 dicembre 1518 in una lettera a
un amico intimo Spalatino[27]. Il 13 marzo 1519 scriveva a
Spalatino (aggiungendo tra parentesi: "io te lo dico
all'orecchio"), che "non so se il papa è l'anticristo o
solamente il suo apostolo, tanto la verità è sfigurata nei
suoi decreti". Il 24 novembre 1520, in una ulteriore lettera
a Spalatino, è di già più categorico. Dopo aver letto il
trattato di Hutten, che dichiarava apocrifa la donazione di
Costantino, esclamava: "La mia angoscia è tale che io sono
vicino a non più dubitare che il papa sia veramente
l'anticristo che tutti attendono". Il 18 agosto 1520,
qualche giorno dopo la pubblicazione del Proclama, scriveva
a Lang: "Noi siamo persuasi che il papato è la sede
dell'anticristo vero e autentico". E l'11 ottobre 1520, dopo
aver letto la Bolla che lo minaccia di scomunica, dichiarava
a Spalatino: "Ora io sono certo che il papa è l'Anticristo"
e infine nel suo scritto del 1521 contro Ambrosius
Catharinus, spiegava che il papa aveva usurpato il potere
romano, inventando la donazione di Costantino. È una piaga
che Dio ha inviato nella sua collera. Vuole spegnere la luce
dell'Evangelo destinata a illuminare il mondo. È dunque
l'Anticristo predetto da Daniele, dal Cristo, da S. Pietro,
da S. Paolo e dall'Apocalisse».[28] Ciò che Lutero disse
confidenzialmente nella sua corrispondenza lo pubblicò nel
1520 nel suo Appello alla Nobiltà Cristiana scrivendo: «Io
non posso impedirmi di credere che si potrebbe senza
ingiustizia chiamare il papa hominem peccati, l'uomo di
peccato»,[29] e più lontano lo chiamava Anticristo. Ma è nel
1545 che appare «lo scritto più duro, più feroce che sia
uscito dalla penna violenta di Lutero».[30] Il panflet di
Lutero aveva per titolo Wider das Papstum su Rom, vom Teufel
gestiflet - Il Potere del papato a Roma è stato costituito
dal diavolo.
Nel 1603 la Chiesa riformata di Francia, al sinodo Nazionale
di Gap, stabilisce una confessione di fede. Uno dei suoi
articoli verteva sull'Anticristo e «divenne un affare di
Stato». L'articolo diceva: «Poiché il vescovo di Roma,
essendosi elevato a monarchia nella cristianità,
attribuendosi un dominio su tutte le Chiese e i pastori, si
è elevato fino a nominarsi Dio, a voler essere adorato, a
vantarsi d'avere ogni potenza in cielo e in terra, a
disporre di tutte le cose ecclesiastiche, a decidere degli
articoli di fede, ad autorizzare e interpretare a suo
piacere le Scritture, a fare traffico delle anime, a
dispensare dai voti e dai giuramenti, a ordinare nuovi
servizi a Dio; e sotto gli occhi della giustizia, a
calpestare l'autorità legittima dei magistrati, togliendo,
donando, scambiando i regni: noi crediamo fermamente che è
propriamente l'Anticristo e il figlio della perdizione,
predetto nella parola di Dio, sotto l'emblema del vizio
vestito di scarlatto».[31]
«Malgrado l'opposizione del re (di Francia), tutte le chiese
accettarono, con una approvazione quasi generale, il decreto
del sinodo. Il papa si lamentò vivamente. Il suo nunzio fece
a Enrico IV delle lamentele amare; ma la parola era scritta,
acclamata».[32]
«Il sinodo nazionale della Rochelle, convocato nel 1607,
decise che, pur approvando unanimemente l'articolo
contestato, e tenendolo conforme a ciò che è stato
annunciato nelle Scritture, consentiva, dietro ordine
espresso del principe, a lasciarlo fuori dalla confessione
di fede.
Per contro, incaricò uno dei suoi membri di provare che
l'accusa era giusta, e il pastore Viguier adempì la
richiesta della commissione pubblicando un libro intitolato
Le théatre de l'Antichrist».[33]
Altre confessioni di fede protestanti si sono espresse nello
stesso modo.
Anche alcuni giansenisti sono giunti alle stesse
conclusioni.
Per esempio, Vittore di S. Maria Sopransi (1739-1804),
giansenista, carmelitano scalzo, scriveva nelle sue
riflessioni sulla Chiesa dei suoi tempi: «Non c'è posto per
cercare un altro Anticristo; impossibile trovarne uno più
grande di questo. Il cristianesimo non saprebbe vedere nello
stesso individuo, nella stessa Chiesa, sullo stesso seggio,
il ministro di Dio e quello di Satana, il pastore legittimo
e il ladro e assassino, il vicario del Cristo e
l'Anticristo, il centro dell'unità e la prostituta
dell'Apocalisse, la Chiesa di Dio e la sinagoga di
Satana».[34]
Purtroppo oggi «l'interpretazione anti-papale è sulla via di
essere abbandonata dagli studiosi protestanti».[35] Scrive
il cattolico J.T. Forestell: «Sulla scia di eretici
medioevali, i Riformatori hanno identificato l'Anticristo
con il Papa; tale opinione è abbandonata dalla seria esegesi
protestante moderna».[36]
Ciò che ci rende perplessi e ci sconcerta, non è tanto
l'abbandono di una spiegazione che è stata un patrimonio
storico, ma il sostituirla con un'altra che non tiene conto
delle espressioni del testo biblico, che non ha nulla a che
vedere con l'esegesi e il tutto non tanto nel nome della
teologia, ma di un pensiero filosofico, che la teologia
liberale protestante e poi cattolica ha fatto proprio, non
considerare la Bibbia come una rivelazione da parte di Dio,
dove Dio prende l'iniziativa per parlare all'uomo il quale
ascolta. Con questo presupposto non si può più accettare che
il libro di Daniele e dell'Apocalisse contengano delle
profezie. A causa di questo presupposto si può affermare che
non ci sia una sola spiegazione proposta che soddisfi il
commentatore e il lettore del testo biblico. A causa di
questo atteggiamento il protestantesimo si presenta oggi
come un albero le cui radici sono stata scalzate dalla terra
dei padri, sono esposte al sole e non ha più nessun
orientamento escatologico. La teologia cattolica non può che
ringraziare i fratelli separati che l'hanno liberata, nel
nome della (ir)razionalità, da un incubo millenario.
Chi non desidera riallacciarsi a questa tradizione della
Chiesa che viene da lontano, come abbiamo indicato sopra,
che vedeva nell'uomo del peccato il potere che sarebbe
succeduto a quello dell'imperatore, è invitato a riflettere
sulle parole del cardinale Henry Edward Mannig che, a
proposito del cattolicesimo, scriveva: «Un sistema come
questo è così diverso da tutto ciò che è umano; porta delle
note, dei segni, delle impronte di un carattere così
evidentemente soprannaturale, che gli uomini vi riconoscono
oggi, sia il Cristo, sia l'Anticristo. Non c'è una via di
mezzo tra questi due estremi. Non ci sono altre soluzioni al
di fuori di questa alternativa: o la Chiesa cattolica è il
capolavoro di Satana, o essa è il Regno del Figlio di
Dio».[37] Si può forse pensare che queste parole del
cardinale facciano eco a quelle del protestante Jacopo
Brocardo scritte tre secoli prima: «Il papa è il vicario del
Cristo o altrimenti è l'Anticristo».[38]
Dopo di lui il cardinale Newman diceva la stessa cosa: «Il
problema, in realtà, si riassume in questa alternativa: la
Chiesa di Roma è la casa di Dio o quella di Satana; nessuna
via di mezzo tra queste due posizioni. - Il Cristo ha, sì o
no, lasciato un rappresentante dopo di lui? - Colui che
parla nel nome del Cristo deve essere il suo vero
ambasciatore o l'Anticristo; non può essere che l'Anticristo
se non c'è ambasciatore designato. Quali che siano i suoi
atti, è santissimo o colpevolissimo secondo che ha o che non
ha l'autorità voluta. O questi atti sono quelli del Cristo o
l'Anticristo ne è l'autore; essi appartengono all'Anticristo
se il Cristo non è l'autore. Nessuna via di mezzo tra il
vice-Cristo e l'Anticristo. - Storicamente, un ordine
sacerdotale costituisce l'essenza della Chiesa; se non è di
istituzione divina, costituisce l'essenza dottrinale
dell'Anticristo».[39]
Ancora più vicino a noi il teologo cattolico tedesco Karl
Adam afferma: «Il papato si fonda sulla volontà del Cristo,
o l'Anticristo ha trovato in esso una forma storica? Per dei
cristiani credenti, solo la luce della rivelazione può
risolvere questa questione».[40]
La luce della rivelazione presenta questo potere con una
radiografia con tratti così distinti che non si lasciano
contraffare. Sono l'insieme di questi tratti che ci pongono
nell'obbligo morale di riconoscere nel vescovo di Roma la
loro piena e completa realizzazione. Del resto il Papato e
la sua Chiesa non sono altro che, come ha fatto notare
l'accademico francese Wladimir, conte d'Ormesson, che è
stato ambasciatore presso la Santa Sede per otto anni, il
punto d'incontro e di fusione di tutte le correnti
spirituali che vengono dall'Asia, dal mondo egiziano, greco,
celtico e germanico. «Quel che si chiama la Chiesa romana è
una fusione di queste diverse spiritualità».[41]
«Tutte le caratteristiche dell'Anticristo si sono più che
abbondantemente manifestate nel papato, noi non vediamo per
nulla la necessità di cercare altrove la realizzazione della
profezia di S. Paolo».[42]
L'autore sconosciuto del Trattato valdese sull'Anticristo,
dopo aver citato II Tessalonicesi II e aver ricordato che il
tempio è la Chiesa, dice: «Se questo ribelle è di già venuto
in ogni perfezione, non bisogna più cercarlo».[43]
Come attraverso i secoli è stata identificata la donna di
Apocalisse 17
Roma chiamata la Babilonia dell'Apocalisse da diversi suoi
figli è il titolo di una nota suggestiva contenuta
nell'opera di É. Guers[44], in cui la storia della Chiesa è
studiata dal punto di vista profetico. Possiamo così
elencare questi figli cattolici: Gunthar, arcivescovo di
Colognia dall'850 all'864, e Theutgaud, arcivescovo di
Treviri dall'847 all'868; Honoré d'Autun, verso il 1120;
Bernard de Morlaix, nel XII secolo; Gerhoh von Reichersberg
(verso 1093-1169), Giovanni di Parma (verso 1208-1289); il
francescano provenzale Pierre de Jean Olieu (Olivi), nel
1297; Ubertino di Casale, verso il 1305; Michele di Cesena
(verso 1270-1342); Jean de Roquetaillade, verso 1342; Dante
Alighieri (1265-1321), Francesco Petrarca (1304-1374), il
sacerdote ceco Mattia da Janow (verso 1350-1393); Konrad von
Megenberg, verso il 1337; Nicolas Oresme, nel 1364; Heinrich
von Hessen (verso 1325-1397), Nicolas de Clémanges, verso il
1414, il francescano Johann Hilten (verso 1425-1500), il
domenicano Gerolamo Savonarola (1452-1498); Pietro
Bonaventura, nel 1516; Johannes Staphilaeus, vescovo di
Sebenico in Dalmazia dal 1512 al 1528; Berthold Birstinger,
vescovo di Chiemsee dal 1508 al 1525; il francescano Pietro
Colonna (verso 1460-1540); Francisco Melchor Cano
(1509-1560); il cardinale Vital du Four, nel 1600, il monaco
agostiniano Manuel Santos de San Juan Berrocosa, nel 1758;
il gesuita Manuel de Lacunza (1731-1801), il domenicano
Bernard Lambert (1738-1813), Pierre Jean Agier
(1748-1843).[45] A conclusione di questo elenco ricordiamo
che nella Bibbia luterana di Hans Lufft, pubblicata a
Wittemberg nel 1534, la cortigiana ha il capo coperto da una
tiara.[46]
Se pochi possono sembrare gli scrittori cattolici, per
contro sono numerosissimi i protestanti che hanno ravvisato
in questa donna la Roma papale.
Numerose minoranze religiose, nel corso dei secoli, hanno
giustificato la loro separazione dalla Chiesa cattolica
denunciando in questa la prostituta apocalittica:
I Donatisti - Secondo un trattato anonimo, Contra Fulgentium,
composto in Africa tra il 412 e il 420 da un membro del
clero che circondava Agostino, la Chiesa cattolica era stata
designata come la prostituta in un Libellus de baptismo, del
quale si conosce solamente il nome dell'autore, Fulgenzio,
unito ai donatisti. «Se dunque, esclama, la Chiesa dei
traditori non è che una caverna, si vanta delle sue
molteplici acque, si inebria del suo battesimo, poi fornica
con i re, seguendo le parole di Giovanni "Vieni, io ti
mostrerò la condanna della grande cortigiana che siede su
molte acque; e tutti gli abitanti della terra sono stati
inebriati dal vino della sua fornicazione", Apocalisse XVII:1,2.
Io chiedo, quali sono queste molte acque, se non la
pluralità dei battesimi? quale è questa cortigiana, se non
la caverna dei traditori, che si assoggetta ai piaceri dei
re, che beve alla coppa delle persecuzioni, e che, accecata
dall'ubriachezza, si mischia ai popoli per trascinare nella
follia coloro che essa abbevera?».[47]
Gli Amalriciani - Amaury de Bène, morto verso il 1207,
insegnava ai suoi discepoli che la grande prostituta doveva
essere cercata a Roma. «Secondo Cesario d'Heisterbach (circa
1180-1240), l'orefice Guillaume aveva annunciato a Maître
Rodolphe di Nemours degli eventi meravigliosi: "Perciò
profetizzò che cinque anni dopo sarebbero dovute venire
quattro piaghe... nella quarta discenderà fuoco sopra i
prelati della Chiesa che sono membra dell'Anticristo, diceva
infatti che il papa era l'Anticristo e Roma Babilonia"».[48]
Gli Arnaldisti - In una discussione pubblica che si è tenuta
a Carcassonne nel 1207, Arnaldo da Brescia sosteneva questa
proposizione: «Roma papale è la Babilonia
dell'Apocalisse».[49]
Gli Ortliebiti - Ortlieb insegnava a Strasburgo nel 1212. I
suoi discepoli si sono interessati alle teorie apocalittiche
dei gioachimiti. Anche per loro Roma papale si confondeva
con la prostituta. La grande chiesa è la cortigiana
dell'Apocalisse. «Perciò dicono che il Papa fosse il capo di
ogni male e quella grande meretrice sulla quale si legge in
Apocalisse».[50]
I Guglielmiti - Membri di un ordine religioso fondato nel
XII secolo, hanno denunciato Roma papale come la grande
prostituta.[51]
I Begardi - Stessa applicazione delle profezie presso le
comunità di Beghards, stabilite principalmente nei Paesi
Bassi e che subirono contemporaneamente l'influenza
dell'abate Gioacchino da Fiore e quella di Ortlieb.[52]
I Catari - Un domenicano che scriveva verso il 1240
dichiarava che i catari identificavano la Chiesa romana con
la Babilonia mistica.[53] Lo storico Wilhelm Neander
attribuisce questa professione di fede al predicatore
albigese Arnold Hot: «La Chiesa di Roma non è la sposa del
Cristo, la santa Chiesa, ma la Babilonia di Apocalisse,
ubriaca del sangue dei santi e dei martiri».[54]
I Valdesi - In un'opera polemica, Rainerio Sacconi,
domenicano italiano, morto verso il 1262, dichiarava a
proposito dei valdesi: «Essi dicono che la Chiesa romana è
la prostituta».[55] Giovanni Léger nella sua storia della
Chiesa valdese riporta molti documenti delle sette
antipapali che per sicurezza vennero deposti (e si trovano
tuttora) nell'università di Cambridge da Oliviero Cromwebs.
Il seguente manoscritto fu trovato nelle Valli piemontesi il
1120, in esso si dice che La Fe' Morte è la seduzione
dell'Anticristo. «Anticristo è falsità di dannazione eterna,
coperta della specie della verità e della giustizia di
Cristo e della sua sposa amministrata dai falsi apostoli.
Cotale congregazione insieme presa è appellata Anticristo,
meretrice, uomo di peccato, figlio di perdizione» Alla
domanda di quali siano le opere dell'Anticristo si risponde:
«Opera dell'Anticristo è togliere la verità e cambiare lei
in falsità ed errore. La santa madre chiesa coi suoi veraci
figli plora per lo parlar di Geremia dicendo: "In qual
maniera siede sola la città del popolo pagano? Ella è fatta
vedova la donna delle genti pel soggiogante degli errori; la
principessa delle provincie per la divisione del mondo. -
Opra dell'Anticristo è ch'egli eserciti la sua insaziabile
avarizia, e non faccia alcuna cosa senza simonia. - Opra
dell'Anticristo è ch'ei non segga pel Santo Spirito, ma per
potestà secolare, e insieme prenda lei in ajuto delle cose
spirituali - Iniquità dell'Anticristo e di ornarsi del nome
di autorità, di podesta, dignità ». Ciò veniva insegnato 145
anni prima che Dante nascesse.
Alberto de Capitaneis, delegato da Innocenzo VIII
(1484-1492), nell'art. 9 del suo rapporto sugli eretici
scrive: «Essi hanno creduto e credono che la Chiesa Romana è
la casa della confusione, la Babilonia dell'Apocalisse, la
Sinagoga del Diavolo. E ciò è pubblico, notorio, vero e
manifesto».[56]
Nel seno stesso della Chiesa delle voci si sono alzate ed
hanno fatto eco a quelle degli eretici.
Parlando del papato nel IX secolo, il cardinale Baronio
scrisse nei suoi annali: «Mai le divisioni, le guerre
civili, le persecuzioni dei pagani, degli eretici e degli
scismatici hanno causato alla santa sede tante sofferenze
quanto i mostri che si sono istallati sul trono di Cristo
per mezzo della simonia e dell'omicidio. La Chiesa romana fu
trasformata in una cortigiana svergognata, coperta di seta e
di pietre preziose, che si prostituiva pubblicamente per
loro; il palazzo del Laterano era diventato una taverna
impura dove gli ecclesiastici di tutte le nazioni
disputavano a delle prostitute il prezzo dell'infamia. Mai
prima dei preti e dei papi commisero tanti adulteri,
rapimenti, incesti, scroccherie e omicidi; e mai l'ignoranza
del clero è stata così grande come durante questo
deplorevole periodo... In questo secolo si vide
l'abominazione della desolazione nel tempio del Signore; e
nella cattedra di S. Pietro, riverita dagli angeli, si vide
sedersi gli uomini più empi, non pontefici, ma dei
mostri».[57]
Arnaldo, vescovo Aurelianense, nel Consiglio Redense, due
secoli prima di Dante, parlando del pontefice romano diceva:
«Quid hune in sublimi solio residentem, veste purpureâ et
aureâ radiantem, quid hunc, inquam, esse censetis? Nimirum
et charitate destituitur, solâque scientiâ inflatur et
extollitur, Antichristus est in templo Dei sedens».
Verso il 1120 Honoré d'Autun designava Roma con il nome di
Babilonia.[58]
Gerhoh von Reichersberg (1093-1169), in un opuscolo composto
verso il 1161, identifica 1a Babilonia apocalittica con Roma
cristiana.[59]
Bernard de Morlaix, monaco di Cluny, che viveva, lui pure,
nel XII secolo, ha tenuto lo stesso linguaggio nel suo De
Contemptu mundi, Parígi 1843. «I secoli d'oro sono passati,
le anime pure non sono più; noi viviamo negli ultimi tempi;
la frode, l'impurità, le rapine, gli scismi, le querele, le
guerre, i tradimenti, gli incesti e gli omicidi desolano la
Chiesa. Roma è la città impura del cacciatore Nimrod; la
pietà e la religione hanno disertato le sue mura; ahimè! il
pontefice o piuttosto il re di questa odiosa Babilonia
calpesta l'Evangelo e il Cristo e si fa adorare come
Dio».[60] Giovanni Burelli da Parma (1208-1289), generale
dei francescani dal 1247, dimissionario nel 1257,
gioachimita, si è espresso nello stesso senso.[61]
«Consigliò ai rappresentanti del partito rigorista, che non
potevano osservare l'Evangelo nel seno di Babilonia, di
emigrare in Asia».[62]
Il francescano Gherardo Segarelli, morto verso il 1300;[63]
fra Dolcino, capo degli apostolici, morto nel 1307;[64]
Joannes Rokitzana, arcivescovo di Praga (1435) diceva: "Io
dichiaro apertamente che la Chiesa romana è 1a Babilonia
occidentale; dove regna il peccato contro lo Spirito
Santo".[65] Nel XIII secolo il polemista cattolico Salvo
Burce.[66] Il gioachimita ceco Jan Milicz, morto nel
1374.[67]
Il francescano provenzale Pierre de Jean Olieu (Olivi),
autore di un Commentario sulla Apocalisse, inedito,
terminato un anno prima della sua morte nel 1297,[68]
attendeva la condanna della Chiesa carnale, che perseguitava
i francescani spirituali. Sessanta articoli estratti dal suo
libro furono censurati dai dottori di Roma, nel 1318, tra
gli altri, gli art. 3 e 54 dove la Chiesa romana era
identificata con la grande prostituta, e gli artt. 7 e 46,
dove la Chiesa carnale e mondana era designata con il nome
di Babilonia.[69]
Ubertino da Casale, nella sua opera Arbor Vitae Crucifixae,
composta nel 1305 e pubblicata a Venezia nel 1485,
annunciava «1a disfatta della prostituta di Babilonia, cioè
della Chiesa carnale piena di ricchezza e di godimenti».[70]
Si può dire la stessa cosa del francescano Michele da Cesena
(1270-1342).[71]
Jean de Roquetaillade (Rupescissa), chiamato a comparire ad
Avignone davanti al papa Clemente VI, non si astenne dal
dire che la Chiesa romana era la prostituta babilonese.[72]
Un apologeta del cattolicesimo, il teologo spagnolo Pelayo
Alvaro, faceva questa confessione, verso il 1320: «In
presenza della simonia che dalla curia papale si è sparsa in
tutta la Chiesa e di conseguenza nella corruzione di tutta
l'istituzione religiosa, è naturale che gli eretici
indichino la Chiesa come la prostituta».[73]
In un'opera latina, Commentario sull'Apocalisse, di autore
ignoto, pubblicato a Venezia nel 1600 sotto il nome di Vital
du Four, cardinale dal 1312, morto nel 1327, poi sotto
quello di Alexandre de Hales, Parigi 1647, infine inserito a
torto nelle opere di S. Bonaventura, Trento 1773, Roma
cattolica è designata come la Babilonia di Giovanni a causa
della sua vanità, della sua mondanità e della sua simonia.
I. Döellinger riporta le parole di Vital du Four, che
attribuisce a Bonaventura, che, a sua volta, aveva deplorato
la corruzione della chiesa e il clero: «Un uomo pure come S.
Bonaventura, che il papa aveva colmato di onori, e che, come
generale del suo ordine e come cardinale, si trovava
agganciato a Roma con i legami più stretti, non si è fatto
alcuno scrupolo nel suo commentario sulla rivelazione di
Giovanni, di dichiarare che Roma era la prostituta che
inebriava i re e i popoli con il vino della sua
fornicazione, poiché, a Roma, dice, si riuniscono i principi
e i dignitari della Chiesa che disprezza Dio, abbandonandosi
alla deboscia, attaccandosi a Satana e predando i tesori di
Cristo. Egli mostra in seguito come i prelati...
contaminando con i loro crimini il clero e come questo, a
sua volta, imitando l'esempio dell'alto a causa del suo
orgoglio e della sua pigrizia avvelenata, renda miserabile
l'intero popolo cristiano».[74]
Francesco Petrarca (1304-1374) ha fustigato l'empia e avara
Babilonia dalla quale è assente ogni senso di vergogna, dove
il bene è straniero, scuola di errori, tempio di eresie,
Roma una volta, ora Babilonia falsa e cattiva, inferno dei
viventi.[75] Il sonetto dice: «Scuola d'errori, tempio
d'eresia, / Già Roma, or Babilonia falsa ria / Di vivi
Inferno».[76]
Il prete ceco Mattia da Janow (verso 1350-1393) ha
presentato la Babilonia romana nelle sue Regulae veteris et
novi Testamenti, Innsbruck 1908-1913, soprattutto nel libro
III, tr. 6: Tractatus de abominatione desolationis.[77]
Roma papale è stata identificata con Babilonia da Kornad von
Megenberg nel suo trattato, Planctus Ecclesiae, pubblicato
verso il 1337.
Nicolas Oresme, morto nel 1382, nel suo sermone pronunciato
nel 1364 alla presenza di papa Urbano V e dei cardinali,
riconosceva la Chiesa del suo tempo nella prostituta.[78]
Heinrich Heinbuche von Langenstein, o von Hessen
(1325-1397), ha scritto, Invectiva contra monstrum Babylonis,
nel 1393.[79]
In un'opera composta nel 1414 e 1415 Nicolas Poillevillain
de Clémanges, rettore della Sorbona, applicava alla Chiesa
cattolica il capitolo XVII e XVIII dell'Apocalisse.
Esortava: «Risvegliati tu dunque infine dal tuo lungo sonno,
infelice sorella della sinagoga... sonda gli scritti dei
profeti;... essi hanno parlato di te... Ma, supposto che le
loro profezie si applichino ad altri, che penserai tu della
tua propria profezia, dell'Apocalisse di S. Giovanni?...
Ricorda e leggi la condanna della grande prostituta... e là
contempla le tue azioni e i tuoi destini che verranno».[80]
Il francescano Johann Hilten (1425-1500), di Fulda,
dichiarava, a proposito dell'Apocalisse XVII: «Questa
prostituta è Roma».[81] Che si tratti della Roma attuale è
stato dimostrato da Leonid Arbusow, Die Einfuehrung der
Reformation in Liv - Est - und Kurland, Leipzig 1921, p.
162.
Il domenicano Gerolamo Savonarola (1452-1498) gridava in uno
dei suoi sermoni: «Fuggi, o Sion, che dimori presso la
figlia di Babilonia; fuggi lontano da Roma, poiché Babilonia
significa confusione, e Roma ha messo la confusione in tutta
la Scrittura, essa ha confuso tutti i vizi, essa ha tutto
confuso. Fuggite dunque da Roma ed emendatevi».[82]
«Pietro Bonaventura sorse a Roma nel mese di maggio 1516...
Questo predicatore compose uno scritto al Doge di Venezia.
In questo scritto rappresentava la Chiesa romana sotto i
tratti della donna dell'Apocalisse».[83]
A seguito della presa di Roma da parte delle armate
imperiali, Johannes Staphilaeus pronunciò un sermone per
mostrare che la Babilonia cattolica aveva attirato su di sé
i giudizi divini.
Nel 1524 appariva a Landshut uno scritto anonimo, Onus
Ecclesiae, attribuito a Berthold Pirstinger, vescovo di
Chiemsee dal 1508 a1 1525. Presentava un quadro dei costumi
della Chiesa nel quale si esponevano le piaghe della
Babilonia romana.[84]
Nello stesso anno 1524 il francescano italiano Pietro
Colonna, detto Galatinus (1460-1540), componeva il suo
Commentario in Apocalisse inedito[85], dedicato
all'imperatore Carlo V, dove stigmatizzava la Chiesa carnale
col nome di Babilonia.
La stessa identificazione è fatta da Francisco Melchor Cono
(1509-1560). Per lui «Conosce male Roma chi pretende di
guarirla», poi cita Geremia 51:9: «Noi abbiamo voluto
guarire Babilonia, ma essa non è guarita».[86]
Uno scrittore italiano, fingendo di essere francese,
pubblicò nel 1586 con la data di Monaco un libricino dal
titolo "Avviso piacevole dato alla bella Italia da un nobile
giovane Francese" dove sfogò tutto il suo odio contro il
papa. Parlando dei titoli dati al papa (Anticristo e Satana)
e a Roma (Babilonia) disse: «Non è già, Italia Mia, non è
già novella questa dottrina né eretica Son mille e
quattrocento anni che Ireneo ciò previde, il quale dice
appunto così: " L'Anticristo, quantunque sia servo, vorrà
essere adorato come Dio"; vero ritratto del Papa il quale si
noma servo de' servi, cui Re e Imperatori sono costretti a
baciare il piede come a Dio in terra. Tertulliano chiama
Babilonia Roma superba; S. Girolamo interpretando quel luogo
di S. Giovanni, ecc. dice: ch'essendo tolto via il potente
Impero Romano, si leverebbe un altro Principe Sovrano che
s'attribuirebbe un altro principato spirituale e temporale;
e ciò s'intende per lo Pontefice Romano». Parlando poi del
nostro poeta disse: «Dante e 'l Petrarca, li quali tra la
spessezze delle tenebre di quel secolo scopersero il lume
della verità, apertamente manifestarono la sedia papale
essere la Babilonia, e la gran meretrice predettaci; anzi
antividero e desiderarono la sua rovina, la quale stimarono
molto più vicina, parendo loro di toccarla con mano».
Henry-Charles Lea ha consacrato un lungo paragrafo al monaco
agostiniano Manuel Santos de San Juan (Berrocosa),
condannato dall'Inquisizione di Toledo, nel 1758 e nel 1711
per aver detto che Roma era diventata una Babilonia, un
ricetto di demoni e di vizi.[87]
Concludiamo, come scrive il maestro A.F. Vaucher, questo
excursus ricordando un fatto: «Luigi XII ebbe delle gravi
contese con Giulio II (1503-1513); irritato dalle pretese
orgogliose di questo pontefice, fece coniare una medaglia
sulla quale si leggono queste parole significative: "Nomen
Babylonis perdam", facendo così intendere che vedeva nella
Roma dei papi la Babilonia di Apocalisse».[88]
Occorrerebbe un volume per enumerare tutti gli autori
protestanti e la folla di commentatori e controversisti che
hanno identificato Roma papale con Babilonia.
G. Rossetti osserva che Lutero nel suo scritto La Cattività
di Babilonia «nulla insegnò di nuovo nel sostenere che il
papismo è Babilonia, il papa vomitava diavoli, dicendosi
stabilito da Satanno sulla terra, e cose simili».[89]
A dimostrazione della proverbialità che Roma è Babilonia
ricordiamo che nel 1830 nel Teatro Valle andò in scena la
Semiramide di Rossini. Quando il personaggio Arsace entrò in
scena dicendo: "Eccoti Arsace, in Babilonia" scoppio un
ridere smodato e un batter di mani che interruppe lo
spettacolo per un po' di tempo. Quando la Curia lo seppe
pensò di vietare il melodramma, ma pensando che avesse fatto
ridere ancor di più, cambiò consiglio ma anche di questo la
gente rise.[90]
Come abbiamo dimostrato nelle pagine precedenti è cosa assai
noto che Dante, come alcuni santi suoi contemporanei,
riconosciuti ed onorati dalla Chiesa cattolica, inveisse
contro i papi e ne chiama alcuni per nome, ma la differenza
tra lui e gli altri è che il grande Poeta non si fermava
alle singole persone ma, come era saputo, voleva attaccare
l'istituzione, cosa che non poteva fare apertamente senza
incorrere nella pena di morte. Ha fatto il nome di alcuni
esponenti già defunti della cattolicità e per evitare di
essere accusato di rinnegare l'autorità della Chiesa colpì
alcuni personaggi della mitologia pagana, come Tiresia,
Giasone, Pluto, quali figure rappresentative di ben
determinate autorità che non era possibile nominare
apertamente.
Dante e l'eresia
Non riteniamo utile verificare se qualche espressione del
Poeta possa risentire di qualche teologia ereticale, o se il
suo atteggiamento lasciasse intravedere questa o quella
linea di pensiero non condiviso dall'ortodossia, o se lui
avesse sostenuto questi fedeli della Parola al di fuori di
Roma, o se il suo fare riferimento agli astri riflettesse
qualche frangia estrema alla Chiesa e vedere di trovare nel
suo scritto qualche espressione al di fuori di quelle che
abbiamo preso in considerazione possano avere sapore di
eresia.
Dante ha avuto poche figure prima di lui che in forma chiara
gli hanno indicato la via, ma dopo di lui i testimoni sono
stati più numerosi fino a costituirne una schiera
innumerevole che, pur amando i cattolici, hanno contrastato
Roma perché l'hanno considera la radice e pianta di ogni
male.
Sarebbe ben strano se, alla fine della storia, durante il
giudizio universale, il Poeta nella schiera dei coraggiosi
Testimoni dell'Eterno, con prudenza, ma con forza e
determinazione, hanno fatto sentire la loro voce e hanno
contribuito a preparare e realizzare la Riforma e
continuarla, in un raptus di follia uscisse dalla falange
dei fedeli e dicesse: «Ho scherzato, non avete capito nulla,
sono un buon cattolico, la Chiesa del Signore è santa,
apostolica e Romana, faccio parte dell'altra sponda».
__________________________________________________
[1] Vedere il nostro lavoro, Perché la
Riforma protestante non è sorta e non si è affermata nei
Paesi Latini, in Quando la Profezia diventa Storia, ed. AdV,
Falciani 1998, pp. 287-302.
[2] GEBHART Emile, L'Italie mystique, Paris 1890, p. 239
[3] ROSSETTI Gabriele, Sullo Spirito Antipapale che produsse
la Riforma e sulla segreta influenza ch'esercitò nella
letteratura d'Europa e specialmente in Italia come risulta
da molti suoi classici, massime da Dante, Petrarca,
Boccaccio, Disquisizione di Gabriele Rossetti, Stampato
dall'autore e venduto in sua casa, 38 ChaiBotte Strett,
Portland Place, Londra 1832, p. 11.
[4] Atti 20:29; 1 Timoteo 4:1; 2 Timoteo 4:3.
[5] 1 Giovanni 4:2; Colossesi 2:8.
[6] «Il Papa Giovanni XXII lo dichiarò eretico e falso. E
così cento anni dopo la morte di Francesco i suoi seguaci
più fedeli e coerenti salirono sul patibolo
dell'Inquisizione» MONTANELLI Indro, Dante e il suo secolo,
Rizzoli, Milano 1965, p. 127.
[7] La nota in calce, sbagliando, fa riferimento a quanto è
avvenuto al Concilio di Basilea.
[8] RENAN Ernest, Averroès et l'Averroisme, Paris 1852, p.
177; cit. AROUX Eugène, Dante l'Hérétique, Paris 1854;
ristampa 1976, p. 5.
[9] Vedere E. Aroux, Idem, pp. 3-11.
[10] La data indica quella della morte.
[11] DÖLLINGER Ignazio, Il Papato dalle origini al 1870,
Mendrisio 1914, pp. 121,122,15.
[12] Fu Gregorio I a prendere il titolo di "servo dei servi
di Dio". Nella bocca dei suoi successori fu, però, spesso un
nome d'orgoglio.
[13] Cit. GUERS Émile, Histoire abrégée de l'Eglise de Jésus
Christ, t. I., Genève-Toulouse 1850, p. 137.
[14] Apologeticum prescriptum Claudii Episcopi etc. LÈGER
Giovanni, parte I, p. 138; cit. da ROSSETTI Gabriele, La
Divina Commedia di Dante Alighieri, t. II, Inferno, Londra
1827, p. 479. Il talento oratorio di questo uomo colpì molto
Louis le Débonnaire figlio di Carlomagno, del quale era
cappellano. Questo re constatando l'ignoranza della Sacra
Scrittura degli italiani del Piemonte, regione che faceva
parte del suo regno, gli offrì l'episcopato di Torino che
comprendeva Piemonte, Provenza e Delfinato (817). Claudio
sosteneva la salvezza per fede, sebbene non volesse una fede
disgiunta dalle buone opere. Rifiutava le preghiere per i
morti, e suscitò una grande reazione quando volle liberare
le chiese dalle abominazioni delle immagini. Insegnava che
Dio domanda di portare la croce in senso spirituale e non di
portarla in processione. Se si adora la croce allora perché
non adorare la stalla, la mangiatoia, le lenzuola, la
lancia, la corona di spine ecc.. Vedere É. Guers, Op.Cit.,
pp. 159-165.
[15] LECLERCQ H., in HEFELE, Histoire des Conciles, vol. IV,
2, p. 858 nota; cit. VAUCHER Alfred Félix, L'Antichrist,
Collonges sous Savève 1960, p. 39.
[16] GOYAY Georges, Histoire religieuse Histoire de la
Nation Française, de abriel HANOTAUX, t. VI), p. 159. IL
testo latino del discorso d'Arnaldo è riportato nel Recueil
des historiens des Gaules et de la France, X, Paris 1760, p.
525 e seg. ; in MIGNE, P.L., CXXXIX, col. 314 e seg.; in
PERTZ, German. Hist. Scriptorum, III, Hann., 1839, p. 672 e
seg. In �uvres de Gerbert, ed. Olleris 1867, pp. 173-236,
traduzione francese in LOT, Ètudes sur le règne de Hugues
Capet, Paris 1903, pp. 57-67. Cit. VAUCHER Alfred Félix, L'Antichrist,
Collonges sous Salève 1972, pp. 39,40.
[17] Concili impressi in Colonia, t. II, anno 1551, p. 814;
cit. da G. Rossetti, Op.Cit., p. 479.
[18] CHAVARD F., Le célibat des prètres et ses conséquences,
Genève 1874, pp. 383,384.
[19] E. Guers, Op.Cit., p. 213.
[20] Gregorovius, Gesch. Des Stadt Rom im Mittelalter, Tomo
I e IV.
[21] Cit. idem, pp. 213,214,221,239.
[22] Il discorso ci è stato conservato da THUERMAIER (AVENTINUS)
Johann, Annal. Boiorum, livre VII, cap. V. Nell'edizione di
Bale, 1850, p. 547, vi si trova il passo in latino. Per la
traduzione francese, JURIEU Pierre, Préjugés légitimes
contre le papisme, t. I, Amsterdam 1685, pp. 157-159.
[23] Vedere BALE John, Scriptorum ill. Majoris Brit.
Catalogus, t. I, Basilea 1557, p. 304.
[24] «Valdesi, Wiclyffiti e Hussiti riunirono papi e
antipapi in uno stesso rimprovero, e combatterono le pretese
papali con l'aiuto delle profezie di Daniele, di Paolo e
dell'autore dell'Apocalisse. Vedere il Traité de l'Antichrist,
testo e traduzione francese in Jean Paul PERRIN, Histoire
des Vaudois, Genève 1619, pp. 253-295; - il trattato di Jean
MILICZ, scritto nel 1637, Prophecia et revelatio de
Antichristo, ed. Ferdinand Mencik in Sitzungsberichte der
Boehm. Gesellsch. Der Wissensch. (Philos., Gesch. U. Philol.),
Praga 1890, pp. 328-336; - i trattati sull'anticristo (1389)
e sull'abominazione della desolazione (1392) di Mattias da
JANOW, De regulis veteris et novi testamenti, lib. III, fr.
5, 6, ed. Vlastimil Kybal, Innsbruck 1911, 1913; - Jan HUSS,
De anatomia Antichristi, Strasburg 1526» A.F. Vaucher,
Op.Cit., ed. 1960, p. 44; ed. 1972, p. 41.
[25] OGER de HOVEDEN, Chronica, ed. William Stubbs, vol. III,
London 1870.
[26] A.F. Vaucher, Op. Cit., ed, 1960, p. 44; ed. 1972, pp.
40,41. Vedere CALLAEY Jean Baptiste Auguste (Frédégand),
ictionnaire de Théologie Catholique, vol. XI, col. 987 ;
DOUIE Decima Langworthy, The nature and the effect of the
Heresy of the Fraticelli, Manchester 1932, p. 115.
[27] Cioè Georg Burckhardt, cappellano dell'elettore
Federico.
[28] STROHL Henri, L'épanouissement de la pensée de Luther,
Strasburg 1924, p. 316; cit. da A.F. Vaucher, Op.Cit., p.
41.
[29] LUTHER Martin, Appel à la Noblesse chrétienne, ed. fr.
Felix Kuhn, Paris 1879, pp. 69,82,85; cit. A.F. Vaucher,
Op.Cit., p. 41.
[30] BUONAIUTI Ernesto, Lutero e la Riforma in Germania, p.
373; cit. A.F. Vaucher, Op.Cit., pp. 41,42. «Dal punto di
vista religioso, Lutero ha avuto ragione di ripetere con
insistenza che il papa fosse l'anticristio. Un vicario di
Cristo sulla terra non può essere altra cosa, in un certo
senso, che un anticristo» NIEBUHR Reinhold, The nature and
destiny of men, vol. I, 1949, p. 202. Nel vol. II, p. 144 lo
stesso autore scrive a proposito del papa anticristo: «Di
fatto degli avversari politici del papa avevano preceduto la
Riforma mediante la stessa affermazione nel corso delle età
cattoliche». Cit. idem, ed. 1972, p. 42.
[31] GUILLAUME Adam de FELICE, Histoire des protestants de
France, 8a ed., Toulouse 1895, pp. 291,292.
[32] PUAUX F., Histoire de la Réformation Française, vol. IV,
Paris 1860, p. 277; cit. da A.F. Vaucher, Op.Cit., p. 43.
[33] Guillaume A. de Felice, Op.Cit., p. 291.
[34] Vittore di S. Maria Sopransi, vedere nota 12.
[35] HICHCOCK George-Stewart, The Beasts and the Little Horn,
London 1911, 1912, p. 4; cit. da A.F. Vaucher, Op.Cit., p.
42.
[36] J.T. Forestell, Op.Cit., p. 1128.
[37] MANNING Henry Edward, The Fourfold Sovereignty of God,
London 1871, pp. 171,172; cit. A.F. Vaucher, Op.Cit., p. 42.
[38] BROCARDO Jacopo, The Revelation of St. John, traduzione
di James SANFORO, London 1582, fol. 20.
[39] NEWMAN John Enry, The protestant idea of Antichrist -
Essays critical and History, t. II, Basil Montagu Pickering,
London 1901, pp. 116,171-173; cit. A.F. Vaucher, Op.Cit., p.
42.
[40] ADAM Karl, Vers l'Unité chrétienne, Paris 1949, p. 100;
cit. da A.F. Vaucher, Op.Cit., pp. 42,43.
[41] ORMESSON Wladimir de, Il Papato, ed. Paoline, Catania
1958, p. 156.
[42] ELDIN François, Derniers temps et Avenir éternel du
grand �uvre humain d'après l'Apocalypse, Paris 1885, p.
296; cit. A.F. Vaucher, Op.Cit., p. 36.
[43] A. Monastier, Op.Cit., p. 333.
[44] GUERS Émile, Histoire de l'Eglise de Jésus Christ,
Genève 1832, p. 648.
[45] VAUCHER Alfred Félix, L'homme son origine sa destinée,
ed. S.d.T., Dammarie les Lys 1974, pp. 62,63.
[46] La caduta della grande prostituta è stata rappresentata
da L. Signorelli, nel XV secolo, nei suoi affreschi della
cattedrale di Orvieto e nell'Apocalisse, figurata da Jean
Duvet nel 1561.
[47] MONCEAUX Paul, Histoire littéraire de l'Afrique
chrétienne depuis les origines jusqu'à l'invasion Arabe, t.
II, Paris 1922, p. 227.
[48] DELACROIX Henri, Le Mysticisme spéculatif en Allemagne,
Paris 1900, p. 45, nota 2. CAPELLE Catherine, Amaury de Bède,
Paris 1932, p. 102.
[49] ELLIOTT Edward-Bishop, Horae Apocalypticae, t. II, 5a
ed., London 1862, p. 371; t. IV, p. 430.
[50] H. Delacroix, Op.Cit., pp. 68,69.
[51] AEGERTER Emmanuel, Les Hérésies du Moyen Âge, Paris
1939, p. 103.
[52] Vedere EYMERIC Nicolas, Directorium Inquisitorum,
scritto ad Avignone nel 1376, pp. 283,285.
[53] MONETA, Adversus Catharos et Valdenses, Roma 1743, pp.
397-399. Vedere il domenicano Nicolas ENYMERIC, che scriveva
ad Avignone nel 1376, Directorium Inquisitorum, Venezia
1607, p. 274.
[54] NEANDER Wilhelm, General History of the Christian
Religion and Church, t. IV, 11a ed., New York 1871, p. 641,
[55] SACCONI Rainerio, Contra Valdenses, c. VI, in Bibl.
Max. Vet. Patr., XXV, Paris 1677, p. 272.
[56] Tutto il rapporto dell'opera di Giov. Léger, G.
Rossetti, Spirito, p. 10.
[57] VUILLEUMIER Jean, Les prophéties de Daniel, Genève
1906, p. 338.
[58] HONORÉ d'Autun, Inevitabile sive de praedestinatione et
de libero arbitrio dialogus, pubblicato da CASSANDER Georges
(1513-1566), Col. 1552, e riportato nelle sue Opere, Paris
1616, pp. 623-639.
[59] REICHERSBERG Gerhoh von, De investigatione Antichristi,
pubblicato da Pertz, Monumenta germaniae historica. Libelli,
III, Hannover 1897, pp. 304-395,
[60] Cit. da CHAVARD Fortuné, Le celibat, le prêtre et la
femme, 6a ed. di Le celibat des prêtres et ses conséquences,
Genève 1874, p. 328. Vedere anche J.H. HEIDEGGER, Histoire
du Papisme, vol. 1, Amsterdam 1685, pp. 132,133. Jules
CLARAZ, Le mariage des prêtres, Paris 1911, p. 422.
[61] Vedere COSMO Umberto, Giornale Dantesco, vol. VI, p.
110.
[62] SCHNUERER Gustav, L'Eglise et la Civilisation au Moyen
Âge, t. III, Paris 1938, p. 33.
[63] Vedere DOWNHAM Geroge, Papa Anticristus, 1620, p. 139
[64] Vedere ASPESI Alessandro, L'angelo di Tiatiri. Studio
sul movimento dolciniano, Torino 1932, p. 69
[65] Cit. WOLF, Lect. Memor., vol. I, 1600, p. 822.
[66] Vedere De STEFANO Antonino, Le eresie popolari del
Medio Evo, in Questioni di storia medioevale, ed. E. Rota,
Milano, s.d., p. 767
[67] Vedere G. Dowhnam, Op.Cit., p. 141.
[68] Nel 1297 Iacoponi da Todi scriveva il seguente sonetto:
«O Papa Bonifacio / Molto hai giocato al mondo; / Penso che
giocondo /Non ten potrai partire / . / Quando la prima messa
/ Fu da te celebrata, / Venne una tenebra/ Per tutta la
contrata; / In la ecclesia fu levata / Lumera apiciata».
[69] Vedere BALUZE Étienne (1630-1718), Miscellanea Sacra,
t. II, Lucca 1761, p. 269, sulla proposizione n. 54.
[70] CALLAEY Jean-Baptiste Auguste (in religione Frédégand),
L'idéalisme franciscain spirituel au XIV siècle. Étude sur
Ubertin de Casale, Louvain 1911, p. 67.
[71] Vedere PACARD George, Description de l'Antichrist,
Niort 1604, p. 175.
[72] Vedere HERVORDIA Henricas de, Liber de rebus
memorabilioribus, sive Chronicon, ann. 1342, ed. August
Potthast, Goett. 1859, p. 266.
[73] ELAYO Alvaro De statu et planctu Ecclesiae, t. II, c.
7. Vedere DOELLINGER Ignazio von, La Papauté, Paris 1904,
pp. 97,329,330.
[74] I. Doellinger, Op.Cit., ed. francese, Paris 1904, p.
329, nota 327.
[75] PETRARCA Francesco, I1 Canzoniere, sonetti XCI, CVI,
CVII; in Le Rime Firenze 1896, pp. 160,211. Vedere anche
Epistole sine titulo, XVI. Vedere ROSSETTI Gabriele, La
Divina Commedia, t. II, Inferno, Londra 1827, p. 130.
[76] Vedere, Epistolario: 10,11,16,12,16,17 (anticristo);
cit. G. Rossetti, Spirito, p. 6.
[77] Vedere KYBAL Vlastimil, Étude sur les origines du
mouvement hussite en Bohème. Matthias de Ianov, in Revue
Historique, n. 103, I trimestre, Paris 1910, p. 22.
[78] Vedere FLACICH (FLACIUS ILLIRYCUS) Matthias, Catalogus
testium veritatis, Frankfort 1573, fol. CCCXXVIII-CCCXXXII,
ed. Lyon 1597, vol. II, p. 778-787. Wolf, Op.Cit., t. I, p.
648-653.
[79] Vedere PASTOR Luigi, Histoire des Papes, vol. I, 6a
ed., p. 170, n. 2; p. 172, n. 1; p. 187, n. 3.
[80] Nicolas Poillevillain de Clémanges, De Corr. Ecclesia
Statu, Paris 1671, pp. 51,52; cit. da È. Guers, Op.Cit., p.
648.
[81] ILTEN Johann, Opera Omnia, Biblioteca del Vaticano,
Col. Palat. Lat. 1849, fol. 287.
[82] COMBA Emilio, I nostri Protestanti, vol. I, Firenze
1895, p. 476.
[83] MAÎTRE Joseph, La prophétie des papes attribuée à S.
Malachie, Beaune 1901, p. 15 nota. Della stessa persona É.
Guers, Op.Cit., p. 468, scrive: «Sotto Clemente VII nel XVI
secolo, Jean Staphilée, vescovo in Dalmazia (1512-1528), osò
dire a Roma stessa, e in un discorso indirizzato agli
uditori della Rota, che Roma era, alla lettera, senza
figura, la Babilonia predetta nell'Apocalisse».
[84] Vedere PREUSS Hans, Die Vorstellungen vom Antichrist im
spaeteren Mittelalter, Leipz 1906, pp. 47-49.
[85] Biblioteca Vaticana, cod. lat. 5567, f. 204,296-505,
[86] CONO Melchor, Parecer, p. 6. Vedere MENENDEZ Y PELAYO,
His. de los Heter. Esp., V., 1947, p. 43.
[87] LEA Henry-Charles, Chapters from the religion History
of Spain, Philadelphia 1890, pp. 134-137. Vedere LLORENTE
Juan Antonio, Histoire critique de l'Inquisition d'Espagne,
vol. II, Paris 1817, p. 429.
[88] PUAUX François, Histoire de la Révolution Française,
vol. 1, Paris 1859, p. 32.
[89] G. Rossetti, Spirito, p. 11
[90] Idem, pp. 391,392.
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