Babilonia la grande

Apocalisse Cap. 17

“E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
la reverenza delle somme chiavi
che tu tenesti nella vita lieta,
io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.
Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
quella che con le sette teste nacque,
e dalle dieci corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.
Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento:
e che altro è da voi all’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?
Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco parte!”.

Alighieri Dante, La Divina Commedia - Inferno XIX:100-117; Purgatorio XXXII:129-153.

 

 

Spiegazione dei simboli profetici:

 

  Vento =                           Guerra Isaia: 21:1-2; Zaccaria 7:14; Geremia 25:32; 49:36-37
Bestia =                           Re o Regno Daniele: 7:17
Corno e testa di animale = Re o Governatore Daniele 8:21
Acque (mare) =                 Nazioni/genti: Apocalisse 17:15
1 giorno =                        1 anno: Numeri 14:34 ed Ezechiele 4:6
Ali =                                velocità
Donna =                           pura (chiesa fedele) impura/prostituta (chiesa o popolo infedele)
 
 

 

 

Video: La prostituta dell'Apocalisse

 

Babilonia la grande - tratto da "Quando la profezia diventa storia" di Adelio Pellegrini -pdf

 

 

Babilonia la grande
Tratto da:
IL GRIDO DEL CIELO
Studio profetico dell’Apocalisse di Giovanni
Jacques Doukhan
Edizioni ADV


 

Interludio: la bella e la bestia

In questa caotica transizione, Dio si ferma un istante per dare una spiegazione. «Vieni, ti farò vedere il giudizio che spetta alla gran prostituta che siede su molte acque. I re della terra hanno fornicato con lei e gli abitanti della terra si sono ubriacati con il vino della sua prostituzione» (17:1,2). Non è un caso che il suo portaparola è un angelo associato alle sette coppe (17:1). L’intenzione della sua rivelazione è giustificare il castigo insito in essa.

Il gesto del grande giudice è sorprendente. Dio non si comporta da despota che «sa quello che fa» e che «ha le sue ragioni». Egli ama e rispetta l’essere umano che ha creato, tanto da rendergli conto dei suoi atti, assicurandosi l’approvazione e la comprensione profonda delle sue creature.

Si tratta dell’ultimo interludio. Fino a questo momento, gli interludi riguardavano i redenti, la cui salvezza, ancora al di fuori della storia, era vissuta nella prospettiva della speranza (7;10:11-14; 15:1-5), al contrario di Babele, che è una realtà presente.

In questa terza e ultima parte dell’Apocalisse (capp. 15-22) la visione del salvati è rappresentata nel suo divenire storico, mentre l’interludio su Babele, questa volta, porta il lettore fuori dalla realtà. L’Apocalisse parla di speranza e di giudizio anche nel ritmo della sua struttura.

La bella

La Babele dell’interludio è presentata nelle vesti di una donna, i cui tratti ricordano, nel suo contrario, la donna del capitolo 12 che rappresenta il popolo di Dio, ancora alle prese con la storia di quaggiù. Entrambi hanno una dimensione cosmica, esse occupano un posto centrale nell’universo, sono associate al deserto (cfr. 17:3, 12:6,14) e al dragone (cfr. 17:3,7; 12:4,13). Il contrasto tra le due figure femminili risalta in modo sconvolgente.

La prima donna era sospesa nel cielo e incoronata di stelle (12:1); la seconda è seduta sulle acque e si trova circondata da re debosciati (17:1,2). La prima era perseguitata e oppressa dal dragone (12:4, 13-17); la seconda è unita al dragone (17:3) e opprime il popolo di Dio (17:6). La prima era una profuga, sperduta nell’esilio (12:6); la seconda, istituzionalizzata, domina, vestita come una regina (17:4). La prima, soffre per l’isolamento nel deserto (12:6,14); la seconda, festeggia nella città (17:4). La prima è nutrita da Dio (12:6,14); la seconda è ebbra del sangue dei santi (17:6). La prima è la madre del Messia (12:5) e del rimanente d’Israele (12:17); la seconda è la madre delle prostitute (17:5). È chiaro ormai, che la donna del capitolo 17 è la perfetta antitesi di quella del capitolo 12.

La lezione insita in questo rapporto si esplicita alla luce della metafora coniugale. Nell’Antico Testamento, come abbiamo già considerato, Israele è spesso paragonato a una donna, alla sposa di Dio; e la sua infedeltà è assimilata all’adulterio e alla prostituzione.271 L’Apocalisse parla lo stesso linguaggio. L’identità della prostituta dell’Apocalisse non rappresenta davvero un enigma. Non si tratta, né di una potenza pagana né di un potere politico. Nella linea delle immagini della Bibbia, la prostituta dell’Apocalisse simboleggia l’infedeltà del popolo di Dio. Nella prospettiva del Nuovo Testamento, si tratta di quella chiesa che ha deviato e si è compromessa con gli «amanti» della terra. Questa prostituta è d’altra parte esplicitamente identificata con la potenza di Babele. Il nome che la designa, «Babilonia la grande» (17:5), si riferisce alla sua natura religiosa, tradendone, nello stesso tempo, l’orgoglio e l’ambizione di prendere il posto di Dio.

Questa rivelazione è davvero sorprendente. Agli inizi dell’era cristiana, il profeta ne è completamente sconvolto. «Quando la vidi, mi meravigliai di grande meraviglia» (17:6).

La bestia

Per risolvere il mistero rappresentato dalla prostituta e rispondere alla perplessità del profeta, l’angelo fissa l’attenzione sul mistero della bestia alla quale questa figura viene associata. La formula del suo essere è data come un enigma in quattro tempi:

 A 1. «La bestia che hai visto era

2. e non è

3. essa deve salire dall’abisso

4. e andare in perdizione» (17:8).

Questa definizione della bestia ricalca la definizione stessa di Dio che «era, che è, e che viene» (4:8; cfr. 1:4,8). Questa coincidenza conferma l’identità e l’ambizione del potere che si considera come Dio.

Siamo di fronte alla stessa bestia di Apocalisse 13, «la bestia che sale dal mare», la quale, non dimentichiamolo, si faceva venerare come Dio (v. 4); essa è, del resto, blasfema come la precedente (cfr. 17:3; 13:6). Nello stesso tempo, la «bestia di colore scarlatto» (17:3) ricorda «un gran dragone rosso», simbolo di Satana nel capitolo 12:3 inoltre, al pari della bestia che sale dalla terra, essa ha il carattere di un potere terreno e politico, la cui funzione consiste essenzialmente nel sostenere gli altri poteri di natura religiosa o spiritualeggiante, cioè, la donna e il dragone (17:2,12; cfr. 13:11,12). È vero che il dragone, «bestia dalle dieci corna» del capitolo 12 si ritrovava anche nella bestia che sale dal mare, anch’essa «dalle dieci corna», del capitolo 13, come nella bestia che sale dalla terra e che parlava come un dragone. Per sintetizzare, questa nuova bestia del capitolo 17 raggruppa tutti i poteri malvagi e nemici di Dio; si tratta di una vera coalizione.

Il problema contenuto nel versetto 8, viene ripreso e analizzato in due fasi successive e parallele, nei versetti 10 e 11. Nella prima fase, viene rappresentata la storia dei sette re di cui si fa allusione:

B 1. «Cinque sono caduti

2. uno è

3. l’altro non è ancora venuto

4. e quando sarà venuto, dovrà durare poco» (17:10).

Nella seconda, si narra la stessa storia in quattro tempi, combinando l’esposizione generale, riguardante la bestia (17:8) con quella più specifica, relativa ai re in questione (17:10).

C 1. «E la bestia che era,

2. e non è,

3. è anch’essa un ottavo re, viene dai sette,

4. e se ne va in perdizione» (17:11).

Un quadro sintetico dei tre passi paralleli (ABC) faciliterà l’interpretazione del nostro brano enigmatico:

Primo tempo

A. essa era

B. cinque re sono caduti

C. essa era

Secondo tempo

A. essa non è più

B. un re esiste

C. non è più

Terzo tempo

A. essa deve salire dall’abisso.

B. un re non ancora venuto

C. ottavo re

Quarto tempo

A. va alla perdizione

B. resta per breve tempo

C. va alla perdizione

Per decodificare i fatti rappresentati da questa bestia, occorre ritornare alla descrizione che ne viene fatta al capitolo 13. La bestia dalle dieci corna agisce in quel periodo storico che il profeta Daniele descrive nel capitolo 7. Non soltanto ricorda la quarta bestia di Daniele (v. 7) e il piccolo corno (con il suo comportamento arrogante e usurpatore delle prerogative divine, v. 8), ma essa possiede anche le caratteristiche delle bestie precedenti, il leopardo, l’orso e il leone.

La bestia dalle dieci corna di Apocalisse 13, occupa i cinque periodi storici annunciati da Daniele 7: Babilonia, Medo-Persia, Grecia, Roma e il piccolo corno.272 Questa è la prima fase: i cinque re di cui parla Apocalisse 17:10.

La seconda fase prevede un periodo d’assenza che corrisponde alla ferita della bestia (v. 7). Questo è il tempo del sesto re. Il profeta osserva il paradosso di questo re che «esiste» nonostante la sua morte apparente (v. 10; cfr. 13:3).

La terza fase annuncia la guarigione della ferita: la bestia sale dall’abisso (17:8; cfr.11:7). Siamo all’epoca del settimo re la cui durata arriverà fino alla fine; per questa ragione viene descritto anche come «l’ottavo re» (17:11), essendo il suo regno proseguito, oltre il ciclo dei sette. Il settimo re rappresenta,  dunque, il potere politico religioso che ha ricevuto la ferita mortale, ma che si è ristabilito e che durerà fino alla fine.

La quarta fase proietta la visione nel tempo della fine, con l’ottavo (settimo) re che rappresenta la chiesa del tempo della fine e che conoscerà, purtroppo, «la perdizione» (v. 11). Il regno dell’ottavo re coincide con quello dei dieci re; mentre i due periodi sono definiti con l’espressione «non ancora» (Ap 17:12; cfr. 17:10). Entrambi sono rappresentati come «brevi»: la breve durata del settimo (ottavo) re (17:10) corrisponde a «un’ora» dei dieci re (v. 12).

Il linguaggio è simbolico e vuole sottolineare l’estrema brevità del tempo. Nel capitolo 18, la rapidità del giudizio che pone fine al regno di Babilonia è, d’altra parte, resa nello stesso modo, «in un momento», (greco «in una sola ora») (18:10,16,19).273

Un po’ più avanti, nello stesso capitolo, la stessa idea viene tradotta con un’altra misurazione: «in uno stesso giorno» (18:8).

I dieci re rappresentano gli ultimi poteri politici che regneranno su tutta la terra. Li avevamo già incontrati al capitolo 16 nel contesto di Harmaghedon (16:12). Li ritroveremo subito dopo al capitolo 18 nello stesso contesto che riprende il racconto della battaglia di Harmaghedon (18:9).

Harmaghedon

Quest’ultima fase attira tutta l’attenzione del profeta. Dopo una breve luna di miele, durante la quale tutti i poteri si accordano per governare insieme sotto l’autorità della bestia (Ap 17:13), la battaglia di Harmaghedon esplode (v. 14). Dio vince sugli eserciti terreni. A questo punto, spinti da profondi sentimenti di frustrazione, i re della terra, delusi da colei che avevano adulato e incoronato (vv. 17,18), le si rivoltano contro. La profezia prevede che le dieci corna (i re della terra), «odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la consumeranno con il fuoco» (v. 16).

Curiosamente, non ci viene detto niente sul loro destino. La profezia si concentra, per il momento, sul giudizio di Dio di cui si sono fatti strumento e si limita alla semplice constatazione: «È caduta, è caduta Babilonia la grande» (18:2).Questa proclamazione dell’angelo riecheggia parola per parola l’annuncio del secondo angelo che aveva gridato sulla terra proprio alla fine della storia umana (14:8). La ripetizione del messaggio è il segno che la profezia si compirà alla lettera. Non poteva essere altrimenti, perché è Dio stesso che «ha messo nei loro cuori di eseguire il suo disegno... fino a che le parole di Dio siano adempiute» (17:17).

Come nel caso dell’indurimento del cuore di faraone, Dio prende su di sé tutta la responsabilità degli avvenimenti; siamo di fronte a una sfida ironica della volontà di indipendenza di Babele, ma anche per segnare il carattere definitivo di questa iniquità che ha raggiunto il punto di non ritorno. La verità è presente persino nel tono del verso che sembra parlare come un computer dal programma preciso e irrevocabile.

In contrasto con questa parola dura e seria, il racconto profetico è tessuto con paradossi e ironie. La bella, così civettuola e preoccupata del piacere, vestita d’oro e adorna di pietre preziose (v. 4), «aveva in mano» con eleganza e stile «un calice d’oro pieno di abominazioni e delle immondezze della sua prostituzione» (v. 4). Ella è seduta come una regina maestosa su una bestia orribile sulla quale si possono leggere «nomi di bestemmia» (v. 3). Ella è intimamente unita con la bestia tanto da confondersi con essa (vv. 17,18); ma, comunque, sarà la bestia a ricevere il colpo fatale (v. 13).

La bella-bestia è anche il luogo dove sorge Babele. Anche se essa viene chiamata «Babilonia la grande», eccola che crolla in un deserto devastato (18:2). In realtà, questo linguaggio tanto contraddittorio e depistante, traduce tutta una filosofia della storia. Al di là degli imbrogli politici e delle intenzioni malefiche che hanno origine dal basso, Dio controlla tutto e conduce gli avvenimenti conformemente ai suoi piani. La storia ha un senso, anche al di fuori di Dio e contro Dio, essa non si concluderà in un incidente assurdo e tragico. Ciò afferma, da un lato la giustizia di Dio, dall’altro offre uno spunto per la speranza.

Uscite da essa

A questo punto, la parola proveniente dall’alto diventa estremamente attuale e in una parentesi che si stacca dall’insieme del racconto, lancia un chiaro appello a tutti gli uomini: «Uscite da essa, o popolo mio» (18:4). La frase è presa dal profeta Geremia e si riferiva agli israeliti esiliati a Babilonia affinché si apprestassero a fuggire dalla città (cfr. Ger 51:45). Le ragioni della predicazione di allora non riguardavano soltanto il futuro, cioè l’esigenza di sfuggire all’ira di Dio e permettere il ritorno in patria (cfr. Ger 50:9; Is 48:20); essa si applicava anche al presente, sottolineando l’esigenza di proteggersi dall’influenza nefasta e corruttrice dell’idolatria (Ger 51:47,51). Questo appello si era fatto sentire molte volte nel corso della storia d’Israele: Abramo l’aveva udito a Ur dei Caldei (cfr. Gn 12:1), Lot a Sodoma (cfr.19:12), gl’Israeliti in Egitto (cfr. Es 12:31). Nel Nuovo Testamento, i cristiani sono tutti interpellati (cfr. 2 Cor 6:14; Ef 5:11; 1 Tm 5:21). È sempre lo stesso messaggio di sradicamento e di avventura in vista di nuovi orizzonti.

Il grido del cielo che risuona qui, sulla piazza di Babilonia, è gravido della stessa inquietudine e della stessa supplica di Dio. Qui, non si tratta di lasciare fisicamente dei luoghi per emigrare altrove. Dopo la caduta della Babilonia storica, l’appello a uscire da Babilonia, non è più accompagnato da traslochi e biglietti d’aereo.

Babilonia si trova ovunque. Essa è, certo, lo abbiamo studiato, l’istituzione religiosa che ha segnato con la sua impronta, generazioni di cristiani. Ma, non è uscendo da un’organizzazione umana anche se religiosa, che si esce da Babilonia.

Babilonia si trova al di là delle sue mura, si tratta di una mentalità, di un bagaglio di abitudini e di errori che si sono propagati negli ambienti religiosi più disparati.

Uscire da Babilonia significa smettere di fare della chiesa, la porta di Dio (Babele), sostituire Dio con l’organizzazione ecclesiastica e la fede con i negoziati politici.

Uscire da Babilonia significa sbarazzarsi della mentalità orgogliosa e imperialista. Significa guarire dall’antisemitismo. E, per un cristiano, equivale a ricordarsi delle proprie radici ebraiche.

Uscire da Babilonia è avere il coraggio di rimettere in discussione le proprie idee e tradizioni. Significa anche correre il rischio di arrivare a credere in cose diverse da quelle ereditate dalla nascita, per aprirsi alla verità che viene dall’alto, anche se essa urta contro i luoghi comuni umani, dal basso.

Uscire da Babilonia è un programma di conversione. La questione è grave, ne va della nostra sopravvivenza. Uscire da Babilonia s’impone come il solo modo per sfuggire al massacro, ma anche per scoprire la propria identità nella terra promessa.

È un appello alla speranza che viene lanciato per le strade stesse di Babilonia, quando la città vibra, in tutto il suo tessuto, un appello che riguarda tutti.

Il lutto di Babilonia

E, come per convincere ancora di più, la voce del cielo prosegue la sua predicazione per dissipare ogni illusione a proposito del suo futuro, dopo la caduta di Babilonia. La terra è interamente in lutto (18:9-19). Il periodo post-babilonese non è certo dei più felici. I re della terra (18:9), i mercanti della terra (18:11), tutti gli speculatori (18:17), tutti coloro che hanno approfittato della sua ricchezza e della sua influenza, piangono su tutto ciò che hanno perduto. La cosa peggiore è che essi stessi sono all’origine della caduta di Babilonia. Sono loro che l’avevano gettata nel fuoco (17:16). Come un bambino viziato e capriccioso che reclama il suo giocattolo, dopo averlo rotto, gli amanti di Babele, pestano i piedi inutilmente.

Questo comportamento irrazionale, non è inverosimile. Gli abitanti della terra non sanno fare altro, ormai, che adorare Babilonia, nonostante la sua scomparsa. I loro lamenti hanno conservato il carattere idolatrico di una volta. L’interrogativa «quale città fu mai simile a questa grande città?» (18:18), riprende la vecchia formula di adorazione della bestia, «chi è simile alla bestia?» (13:4); e ricalca, capovolgendolo, l’antico «chi è come Dio!» degli israeliti in adorazione davanti a Dio.274

Si tratta di un lutto straordinario, annunciato dal nome stesso di Harmaghedon: un lutto riguardante un dio, come quello di Hadad Rimmon. Tuttavia, c’è una differenza: il dio pianto in questo momento, non è della stessa natura di quello cananeo che era la divinità della fertilità. Questo dio non segue il movimento delle stagioni, non risusciterà a primavera.

Contrariamente alle consuetudini funerarie tradizionali,275 queste non contengono alcuna rivolta, né consolazione. La storia termina tragicamente e senza speranza. Per spiegare meglio la caduta della «grande Babilonia», l’angelo, drammaticamente, sottolinea con il suo gesto di gettare «una grande macina» in mare, il destino di Babilonia: «Così, con violenza, sarà precipitata Babilonia, la gran città, e non sarà più trovata» (18:21).

Il profeta Geremia aveva compiuto lo stesso gesto, per simboleggiare la caduta della Babilonia storica. Per ordine di Dio, egli aveva gettato una pietra nell’Eufrate, dicendo: «Così affonderà Babilonia, e non si rialzerà più, a causa del male che io faccio venire su di lei; cadrà esausta» (Ger 51:64). Il gesto e l’intenzione sono identici. Solo l’oggetto differisce. Questa volta Babilonia è rappresentata da una macina e non una pietra comune. Il dettaglio è importante, perché la macina è menzionata poco dopo, come simbolo di vita (Ap 18:22). Il fatto che si possa gettare via una macina, significa che non c’è più nessuno in grado di utilizzarla. Non c’è più vita. La macina era così necessaria che la legge di Mosè aveva proibito di darla in pegno: «Nessuno prenderà in pegno le due macine, nemmeno la macina superiore, perché sarebbe come prendere in pegno la vita» (Dt 24:6).

A tutto questo si aggiunge il fatto che la grande macina risulta più pesante della pietra. Occorreva un cavallo o un asino per girarla. In questo caso deve sollevarla «un potente angelo» (Ap 18:21). La grande macina affonda, dunque, con decisione nelle acque. L’angelo commenta, inoltre, che la macina precipiterà «con violenza» (18:21). Notiamo, d’altra parte, che è il mare e non un semplice fiume ad accoglierla.

Questi particolari contribuiscono a sottolineare il carattere definitivo della caduta di Babilonia. Il lutto su Babilonia è assoluto. In qualche modo, questa è anche la sua consolazione. Non c’è più nulla da temere, nessuna recidività, in prospettiva. La notizia rassicura, soprattutto se si ricorda che «in lei è stato trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti quelli che sono stati uccisi sulla terra» (18:24). L’Apocalisse vive l’avvenimento con un’intensa emozione. Alla gioia di un giusto giudizio, si unisce la certezza della speranza.

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271 Osea 5:3; Ezechiele 16:15; 23:1.

272 Le soupir del la terre, pp. 42-48; 143-160.

273 1 Tessalonicesi 2:17.

274 Esodo 15:11,12; Michea 7:18.

275 2 Samuele 1:18-27; 3:33,34.

 

 Liks utili

End Time Prophecies: http://www.endtimeprophecies.co.za/video/video-four-beasts-and-little-horn-in-daniel (video sulle profezie bibliche)

The Real Antichrist: http://www.endtimes-bibleprophecy.com/page18.htm

The Anti-Christ Revealed! The Beast Exposed! (VIDEO- vivamente consigliato) http://www.maranathasda.tv/

 

 

 
                                                             L'ERESIA DI DANTE
                                                             Tratto da "Dante il padre della Riforma"
                                                                      di Adelio Pellegrini -Cap. V

                                                                            


In questa sezione, l'ultima del nostro lavoro, proponiamo una breve panoramica dell'abate E. Aroux sull'eresia nella Chiesa; menzioneremo gli autori, fino al tempo di Dante, che presentavano l'anticristo annunciato da Daniele, dall'apostolo Paolo e da Giovanni nell'Apocalisse XIII; vedremo come queste figure siano state realizzate dal vescovo di Roma. Vedremo come la cristianità, fin dai primi secoli, aveva identificato la donna-Chiesa adultera di Apocalisse XVII con la Chiesa di Roma, la sua curia e/o il potere papale. Di conseguenza vedremo come il pensiero di Dante, sia già stato espresso prima di lui, sia all'interno della Chiesa, dai francescani gioachimiti e da altri religiosi e, all'esterno della Chiesa, dai movimenti ereticali quali valdesi, albigesi, catari, e come con la sua Commedia Dante sia stato fermento di Riforma, in attesa che Lutero la proclami, al di fuori dei confini dell'Impero romano.[1] Il linguaggio chiaro e forte dirompente del monaco di Wittenberg è stato preceduto nella terra dell'antico impero romano latino con un linguaggio dissimulato. Dante, dopo Valdo, i trovatori provenzali, i Fedeli d'Amore, poi in altre contrade con Wycliff, Giovanni Huss, Girolamo da Praga, e ancora in Italia con Girolamo Savonarola e tanti altri, furono la miccia che prepararono nel tempo la detonazione di Lutero.

«La Divina Commedia è, nella maggior parte del suo sviluppo un libello politico contro la Santa Sede»[2] e il Rossetti scriveva che «i più maturi critici convengono che i Riformatori del XVI secolo non fecero altro che mettere fuoco alla mina, ciò che i loro predecessori avevano, a poco a poco e di età in età, accumulato una gran quantità di polvere sotterranea».[3]

L'eresia nella Chiesa

Scrive l'abate Aroux che le eresie hanno caratterizzato la storia della Chiesa dalla morte degli apostoli, i quali già l'avevano annunciate come qualcosa che riguardava il futuro[4] e come realtà del presente che s'infiltrava nella Chiesa e influenzava la comunità dei fedeli,[5] esprimendosi poi nelle diverse ramificazioni prendevano il nome di ariani, nestoriani, pelagiani, ecc. con i manichei che si perpetuarono fino al XII secolo.

Ai movimenti spiritualisti come quello di Gioacchino da Fiore, alla fine del XII secolo, dei francescani, di Francesco d'Assisi[6] e dei domenicani, che rimasero nell'alveo della Chiesa si contrapposero quelli dei Lollardi, seguaci di Wycliff in Inghilterra, di Giovanni Huss e Girolamo da Praga in terra ceca, e ancor prima di loro con i poveri di Lione, cioè di Valdo, i catari e gli albigesi. «Lo scopo finale di questi dissidenti era di costituire una società nuova, il cui loro primo sforzo doveva dirigersi contro la potenza che dominava allora. «Da qui - come dice M. Cousin - la necessità che la prima rivoluzione, moderna fosse una rivoluzione religiosa».[7]

Dal XIII secolo esplode nel Languedoc e nella Provenza, con sintomi minacciosi, un rinnovamento, un risveglio spirituale che si rinnova di generazione in generazione fino al tempo di Lutero.

Alla base di questi movimenti bisogna riconoscere il contributo delle crociate che, intraprese con uno scopo diverso, avevano messo in relazione l'Europa con la cultura classica della Grecia e con l'Oriente musulmano. La metafisica di Aristotele era venuta da Costantinopoli e i suoi commentatori arabi erano tradotti in Castiglia e in Italia.

Il filosofare, il republicanesimo e un'accresciuta attività organizzata nella lavorazione dei prodotti assieme o isolatamente attaccarono l'autorità sovrana della Santa Sede e l'ordine stabilito. Un immenso movimento religioso si manifestò contemporaneamente su due punti: l'impegno valdese nelle Alpi, nell'annuncio della parola, e il misticismo tedesco sul Rodano, nei Paesi Bassi, dove si rinnovavano continuamente le rivolte operaie, dei tessitori e degli altri mestieri che si svolgevano a Gand, Bruges, Ypres, contro i conti, i vescovi e il clero. I montanari piemontesi e del Delfinato, respingevano i simboli e le immagini, la croce e i misteri. I settari di Pietro de Bruys, la cui pretesa era di riprodurre la Chiesa primitiva nella sua purezza e nella sua povertà, repressi per un istante si riformarono a Lione nel 1170, con il mercante Valdès o Valdus. In Italia avevano avuto per capo Arnaldo da Brescia il cui pensiero segnava la rivolta del ragionamento che trionfa sull'autorità.

Nel Nord, Amaury de Bène e il suo discepolo David de Dinant si mettevano, verso la fine del XII secolo, a predicare una specie di panteismo mistico, pescato negli scritti di Scoto Eringena, risultato alterato delle sette eterodosse comparse sotto il nome di Catari. Alcune delle loro dottrine assomigliavano a quelle degli eretici d'Orléans del 1022; altre erano puri gioachinismi.

L'abate Gioacchino da Fiore e Amaury de Bène parlavano di "tre epoche successive", cioè: il regno del Padre, quello del Figlio e quello dello Spirito Santo. Il regno del Padre era durato per tutto il tempo della legge di Mosé; quello del Figlio fino al 12° secolo, periodo delle cerimonie e dei sacramenti; infine quello dello Spirito Santo, sarebbe dovuto cominciare nel XIII secolo, nel quale tutte le prescrizioni anteriori dovevano cessare, per lasciar sussistere la religione della pura adorazione dell'anima. Il XIII secolo ebbe due principali focolai che contrastavano con Roma: la scuola francescana che faceva propria il pensiero del cistercense Gioacchino da Fiore e l'Università di Parigi.

Della prima, E. Renan scriveva: «La famiglia di San Francesco non cessava di produrre ardenti spiriti che sostenevano che la riforma francescana non avesse dato tutti i suoi risultati, e che l'apparizione del serafico Francesco non era né più né meno che l'avvenimento di un secondo cristianesimo e dì un secondo Cristo, simile in tutto al primo, superiore pure per la povertà. Da ciò questi movimenti democratici e comunisti si rifacevano quasi tutti allo spirito francescano, e ulteriormente al vecchio lievito del catarismo, del gioachinismo, e dell'Evangelo eterno: il terzo ordine di San Francesco, Begardi, Lollardi, Bizoques, Fraticelli, Fratelli spirituali, Umiliati e Poveri di Lione. Da ciò questa lunga lista di arditi pensatori, quasi tutti molto ostili alla corte di Roma, che l'Ordine non cessò di produrre: Giovanni d'Olivi, Duns Scot, Okkham, Marsilio di Padova».[8]

I dissidenti si credevano abbastanza forti per impegnarsi in una lotta, e giudicavano le circostanze favorevoli ribellandosi con audacia. Deboli o vinti, si nascondevano nell'ombra, dissimulavano la loro fede e si organizzavano in associazioni segrete. Più la compressione era energica, più la resistenza diventava tutta passiva, utilizzando l'astuzia e l'abilità. Ma quando esplodeva apertamente, si manifestava più terribile in quanto era alimentata da un doppio fanatismo, l'esaltazione politica e l'esaltazione religiosa. Per questi motivi la necessità di contrastarla con mezzi di repressione in rapporto con le risorse che si disponevano: istituire dei comitati di ricerche, quando si nascondeva, origine dell'inquisizione; proclamare delle crociate quando degenerava in ribellione dichiarata.

L'opposizione, con le sue istituzioni di riforma e di rivoluzione, aveva nel Languedoc e nella Provenza un carattere misto: il misticismo si alleava al razionalismo. Questo paese offriva un miscuglio di popoli dove si confondevano le razze iberiche, gotiche e romane con il sangue saraceno e gotico. L'elemento giudaico e arabo era considerato in questa regione. I Giudei erano il legame commerciale con i cristiani della Francia e musulmani con quelli della Spagna. Entrambi coltivavano la medicina e le matematiche.

A partire dalle crociate, l'Alta Languedoc era tornata verso l'Oriente, con i conti di Tolosa. Un commercio attivo avvicinava via mare le tre fedi monoteiste: cristiana, giudaica e musulmana, creando un deplorevole sincretismo di dottrine e di credenze. Infine, i costumi e la fede equivoca dei cristiani della Terra Santa, corrotta dalla vicinanza degli infedeli, aveva influito in maniera forte sulle province del Mezzogiorno della Francia. Tolosa, loro capitale, era una vera repubblica sotto la sovranità di un conte, il più ricco della cristianità e possessore di vasti domini. Tolosa era la Roma degli eretici, era da lì che partiva la direzione alla quale obbedivano nelle diverse contrade dell'Europa, e specialmente dell'Italia, i disertori del cattolicesimo. Per contrastare questo potere nel 1167 un Concilio fu tenuto nel borgo Sant Féliz, sotto la presidenza di un papa, Nicola di Costantinopoli, al quale assistettero fra gli altri Robert d'Epernon, vescovo della Francia del Nord e i vescovi della Lombardia, di Carcassonne, d'Albi, d'Aran.

Ma se c'erano nel Medioevo divergenze d'opinione fra i settari, essi erano uniti da un sentimento unanime d'ostilità contro la Santa Sede. Intrattenevano corrispondenza con tutti i dissidenti, nelle altre contrade, e si sforzavano di farsene degli alleati: così quelli della Provenza e del Languedoc cercavano di persuadere gli "stedingers" dell'Olanda che i sacerdoti cattolici erano i ministri di Satana, e pervenivano a far accettare i dogmi manichei. Gli eretici che abitavano la Frisia Orientale dove essi si rifiutarono di pagare le decime al clero e di sottomettersi a qualsiasi obbligo feudale, si reclutavano mediante un'iniziazione misterica, le cui cerimonie hanno una singolare assomiglianza con quelle che costituivano uno dei capi di accusa contro i templari. Il papa Gregorio IX, che li espose in tutti i loro dettagli, promosse contro di loro una campagna di sterminio nel 1233, e fu necessario un esercito di quarantamila uomini per ridurli. L'eresia si propagò anche in Germania, poiché il prete Conrad, inviato per informarsi, fu ucciso dagli abitanti di Marburg e la dieta credette di dover accordare agli eretici le forme della procedura ordinaria.[9]

Come attraverso i secoli è stato identificato l'Anticristo annunciato da Daniele, dall'apostolo Paolo e da Giovanni nell'Apocalisse.

Fin dal II secolo della vita della Chiesa, il piccolo corno di Daniele VII, (il potere che sarebbe emerso dalle ceneri e tra i confini dell'Impero romano), e la prima bestia di Apocalisse XIII erano stati identificati con l'Anticristo che sarebbe dovuto venire.

In quei primi secoli a causa delle simbologie del testo biblico, ma soprattutto della brevità della storia, perché si credeva, fino al IV secolo, in un'imminente venuta del Signore, la figura profetica di Daniele è stata compresa come indicante una persona, un individuo, piuttosto che come un regno, una dinastia, insegnamento che Giovanni in Apocalisse XIII rende più esplicito. L'immagine di Daniele fu identificata con l'Anticristo da: Ireneo (c. 205 d.C.)[10], Ippolito di Roma (c. 236), Vittorino de Patteua (c. 304), Cirillo (c. 386), Crisostomo (407), Gerolamo (420), Teodoreto (457), Agostino (430), Gregorio I (604), Venerabile Beda (735), Peter Comestor (1178), Gioacchino da Fiore (1202), Pseudo Gioacchino (c. 1248), Tommaso d'Acquino (c. 1274).

Il vescovo Eberhard II di Salisburgo (1246) fu il primo a identificare il simbolo di Daniele con il papato. Dopo di lui possiamo indicare Wycliff (c. 1379), Walter Brute, con Roma, (c. 1393).

Diversi di questi padri della Chiesa ed altri videro nella bestia di Apocalisse l'Anticristo: Ireneo (c. 205), Tertulliano (240), Cipriano (258), Vittorino de Patteua (c. 304), Lattanzio (330), Efraim (373), Sant'Ambrogio (397), Primario (560), Andrea, Walafrid (849), Bruno di Segni (1123), Alberto Magno (d. 1280). Ubertino da Casale (1305) identifica la bestia con Bonifacio VIII.

Dante ci risulta essere stato il primo scrittore cattolico a identificare la Chiesa di Roma con la bestia apocalittica, come del resto è stato anche il primo a identificare l'argilla della statua tetrametallica con il potere ecclesiastico. Dopo di lui c'è stato Wycliff, Mattia de Janow, John Purvey (c. 1390), Giovanni Huss (c. 1412).

Per quanto riguardava «l'uomo del peccato» di Paolo (2 Tessalonicesi 2:4) c'era un coro unanime che vedeva questa espressione del male realizzarsi dopo che la figura dell'imperatore e dell'impero fossero cadute. Questa spiegazione era data dai padri quali: Tertulliano, Ippolito, Lattanzio, Cirillo di Gerusalemme, Cipriano, Atanasio, Eusebio di Cesarea, Metodio, Vittorino, Isidoro di Peluso, Teodoreto, Sulplicio Severo, l'Ambrosiaste, �cumenius, Crisostomo.

Il prof. Döllinger scriveva: «Fino al termine del XII secolo il papa fu denominato Vicario di San Pietro ma a partire da Innocenzo III (1198-1216) si preferì il titolo di vicario di Cristo e l'antica denominazione fu dimenticata... Anticamente si era dato a tutti i vescovi il titolo di rappresentante di Cristo; ma il giorno in cui il papa lo prese esclusivamente per sé, questo titolo significò: Io sono sopra la terra il rappresentante di Dio onnipotente, il mio potere domina dall'alto ogni potenza e barriera terrestre, in me, e solo per mezzo mio, la Chiesa è libera. Secondo la concezione clericale del Medio Evo la Chiesa è libera solamente quando domina tutto e tutti e, in ultima analisi, il papa è, per sé solo, tutta la Chiesa... Il Papato nella forma assunta, appare nell'organismo della Chiesa come escrescenza malata e difforme che l'opprime, arresta e decompone la parte migliore delle sue forze, generando a sua volta numerose infermità».[11]

Nei confronti di questo potere numerose furono le voci che si levarono attraverso i secoli.

Il vescovo di Treviri e di Colonia nel IX secolo al papa Nicola I (858-867) rivolgeva queste parole: «Tu ti sei insolentemente preso gioco dei tuoi fratelli e compagni di servizio. L'imperatore immortale ha arricchito la Chiesa, sua Sposa, di doni eterni... Ma tu, come un ladro, glieli rapini tutti, come se essi ti appartenessero... Sotto l'abito del pastore, tu fai sentire il lupo; il tuo titolo ci promette un padre, i tuoi fatti ci mostrano un Giove. Ti dici servitore dei servitori[12] ma ti sforzi di essere signore dei signori... Noi non riconosciamo per nulla la tua voce; noi non crediamo per nulla alle tue folgori... La città del nostro Dio, della quale siamo cittadini, è più grande della città che i profeti chiamano Babilonia, che usurpa la divinità, che si uguaglia al cielo e si vanta di essere eterna, come se fosse Dio... Essa si glorifica falsamente di non aver mai errato, e di non potere neppure errare».[13]

Nello stesso periodo e in forma ancora più pesante la storia riporta:

«Claudio, vescovo di Torino, rimproverato di declamare contro il papa, scriveva di sé: "Non è meraviglia che i membri di Satana parlino di me in tal guisa"».[14]

Il cardinale Baronio, zelante papista, diceva che «il IX secolo vide sulla cattedra di San Pietro, trono di Gesù Cristo, degli uomini mostruosi, d'una vita infame, di costumi interamente perduti e d'una turpitudine abominevole» e i papi del X secolo li sorpassarono in infamia.

Verso la fine del X secolo, Arnaldo, vescovo di Orléans, si pose alla testa dell'episcopato francese per opporsi alle empietà del papato. Promotore di un concilio che si tenne nel monastero di S. Basile, vicino a Reims, nel giugno del 991, pronunciò un discorso veemente nel quale si ispirava al passo dell'epistola di Paolo ai Tessalonicesi relativo all'empio. «Quale è questo uomo seduto sul suo trono risplendente nel suo abbigliamento di porpora e d'oro? Se la carità gli fa difetto, e se egli non è gonfiato e sostenuto che dalla scienza, è l'Anticristo che si siede nel tempio di Dio, e volendo far credere che egli è Dio».[15] «Presentava lo svolgersi dei papi (a lui) recenti, esponeva i loro vizi e i loro crimini. È ha tali mostri, si chiedeva, vuoti della scienza divina e umana, che noi dobbiamo essere legittimamente sottomessi? Li chiamava l'anticristo, statue senza anima, idoli nel tempio. E il suo discorso concludeva con un melanconico sarcasmo contro questa Roma di cui Alessandria, Antiochia, Costantinopoli, si erano separate».[16]

E il monaco Ramperto Scaknaburgense, nella sua storia scritta nel 1076, diceva di lui: «Satanasso è sbucato dalla prigione e devasta la Chiesa».[17]

Nel XII secolo, un sacerdote di Autun, Honorius, esclamava: «Guardate questi vescovi e questi cardinali di Roma! Questi degni ministri che circondano il trono della bestia! Essi sono sempre occupati da nuove iniquità e non cessano per nulla di commetterne delle altre". Concludeva poi tristemente: "Il regno di Dio è finito, e quello dell'Anticristo è incominciato: un nuovo diritto ha rimpiazzato l'antico diritto; la teologia scolastica è uscita dal fondo dell'inferno per soffocare (strangolare) la religione; infine, non c'è più né morale, né dogma, né culto, ed ecco venire gli ultimi tempi annunciati dall'Apocalisse».[18]

Del papa Ildebrando, Gregorio VII (1073-1085), si diceva: «Il rabbioso Satanno è stato scatenato (che la potente mano di Dio voglia distruggerlo)».

Bernard de Clairvaux, l'ecclesiastico più distinto del XII secolo si lamentava del fatto che gli ambiziosi, i fornicatori, gli avari, i simoniaci, i sacrileghi, gli incestuosi, accorrevano da tutte le parti a Roma, per ottenere delle dignità clericali, o per mantenersi in quella che già possedevano. Ecco cosa scrive al papa Eugenio III (1145-1153): «La tua sede è il domicilio dei demoni piuttosto che il parco delle pecore Che il tuo argento perisca con te! O voce di tuono! Sembra che il tempo della persecuzione sia passato. Ma l'esperienza ci ha ben mostrato che mai la persecuzione manca né ai cristiani, né a Gesù Cristo. E ciò che c'è di più terribile, è che la persecuzione viene ora da coloro che portano il nome di cristiani. Dalla pianta dei piedi alla sommità della testa non c'è niente di sano nella Chiesa Ahimé, mio Signore e mio Dio! Quelli sono i primi a perseguitare, che primato amaro nella vostra Chiesa, e che vogliono essere i maestri».[19]

Bonifacio VII, che era dovuto fuggire a Costantinopoli con il tesoro della Chiesa, ritorna dopo la morte di Ottone II, fa morire di fame il suo successore, nelle segrete di Castel S. Angelo, Giovanni XIV e strappa gli occhi ai suoi cardinali. In questo secolo nasce il terrore dell'anticristo e un vescovo di Firenze, Ranieri, dice che è già nato.[20]

Ancora nel XII secolo Pierre de Blois diceva: «O vana gloria! O ambizione cieca! O fame insaziabile degli onori della terra! Come ha prevalso questa esecrabile presunzione che siano i più indegni che ambiscono le dignità... Coloro che dovrebbero essere i vicari degli apostoli e i figli di Pietro sono diventati i compagni di Giuda e i precursori dell'Anticristo... Coloro che dovrebbero essere le luci del firmamento sono diventati delle macchie nella luna. Il sole è oscurato dal fumo che sorge dal pozzo dell'abisso. Il sale della terra si è reso insipido e la luce del mondo si è cambiata in tenebre... Oggi la compagnia dei preti è la rovina dei popoli...».

Fluentius, vescovo di Firenze, predicava che l'anticristo è venuto nel mondo e che l'Italia lo ha visto nascere.

Gioacchino da Fiore, abate di Calabria, morto nel 1205, insegnava che l'anticristo era nato negli Stati romani e che si sarebbe elevato perfino sul seggio di Roma.[21]

Nel sinodo di Ratisbona, in Baviera, nell'anno 1241, Eberhard di Truchsen, arcivescovo di Salisburgo, alzava a sua volta la voce contro il dispotismo romano, ed è alle profezie di Daniele VII e alla II Tessalonicesi II che prende in prestito le sue armi: «Da circa 170 anni Ildebrando (Gregorio VII) sotto pretesto della religione, cominciò a gettare le fondamenta dell'impero dell'Anticristo... Questi sacerdoti di Babilonia vogliono regnare da soli Colui che si chiama il servitore dei servitori vuole essere il Signore dei signori come se egli fosse Dio, e parla magnificamente come se fosse Dio, svolge dei nuovi disegni nel suo cuore, medita di farsi un impero in cui lui solo sia il padrone, cambia le leggi, stabilisce le sue, insozza, guasta, saccheggia, spoglia, imbroglia, uccide: è ciò che fa questo uomo di peccato che si chiama l'Anticristo, sulla fronte del quale è scritto questo nome di bestemmia: io sono Dio, io non posso errare. È seduto nel tempio di Dio e domina in lungo e in largo».[22]

Robert Grouteheade (Grosseteste), vescovo di Lincoln, dal 1235 al 1253, fu autore di un commentario sull'Apocalisse in cui identificava l'anticristo con il papato.[23]

Nel Dizionario degli uomini illustri, sotto la voce Palingenio, si legge che fu perseguitato in vita e le sue ceneri vennero bruciate, perché la Santa Inquisizione non poté prenderlo vivo grazie ai numerosi amici che aveva, perché aveva fatto una allegorica figura con la quale chiamava il papa Lucifero e i suoi preti Demoni. La sua opera si intitola Zodiaco della Vita e assomiglia straordinariamente alla raffigurazione che lo stesso Dante fa di Satana, solo che l'allusione è molto più palese. Il papa è rappresentato come una bestia enorme con le ali di pipistrello, ha una cesta sul capo con 7 corna ed è accompagnato da una scorta: sacerdotes casti!

Valdesi, wycliffiti e hussiti combattevano le pretese papali appoggiandosi sugli scritti di Daniele, di Paolo e dell'Apocalisse.[24]

«Gioachimiti e francescani spirituali, nel XIII e XIV secolo, cercavano l'anticristo sul trono pontificale, nella persona di un antipapa. Roger di Hovedenm nella sua Cronica, redatta a partire dal 1192[25], attribuisce all'abate Gioacchino da Fiore la strana opinione secondo la quale l'anticristo sarebbe stato sul punto di occupare la sede apostolica. Pierre de Jean Olivi annunciava l'apparizione di due anticristi, di cui uno, detto anticristo mistico, sarebbe un antipapa. La Chiesa carnale retta da un antipapa non sarebbe che la sinagoga di Satana di cui bisognerebbe sbrigarsi a uscire al fine di prepararsi alla venuta del Cristo».[26]

In Lutero stesso c'è stata una evoluzione dall'ipotesi, alla convinzione e alla assoluta certezza che il papato fosse l'anticristo.

«Egli aveva emesso questa idea (che le profezie bibliche concernenti l'anticristo avessero trovato il loro compimento nel papato) come ipotesi l'11 dicembre 1518 in una lettera a un amico intimo Spalatino[27]. Il 13 marzo 1519 scriveva a Spalatino (aggiungendo tra parentesi: "io te lo dico all'orecchio"), che "non so se il papa è l'anticristo o solamente il suo apostolo, tanto la verità è sfigurata nei suoi decreti". Il 24 novembre 1520, in una ulteriore lettera a Spalatino, è di già più categorico. Dopo aver letto il trattato di Hutten, che dichiarava apocrifa la donazione di Costantino, esclamava: "La mia angoscia è tale che io sono vicino a non più dubitare che il papa sia veramente l'anticristo che tutti attendono". Il 18 agosto 1520, qualche giorno dopo la pubblicazione del Proclama, scriveva a Lang: "Noi siamo persuasi che il papato è la sede dell'anticristo vero e autentico". E l'11 ottobre 1520, dopo aver letto la Bolla che lo minaccia di scomunica, dichiarava a Spalatino: "Ora io sono certo che il papa è l'Anticristo" e infine nel suo scritto del 1521 contro Ambrosius Catharinus, spiegava che il papa aveva usurpato il potere romano, inventando la donazione di Costantino. È una piaga che Dio ha inviato nella sua collera. Vuole spegnere la luce dell'Evangelo destinata a illuminare il mondo. È dunque l'Anticristo predetto da Daniele, dal Cristo, da S. Pietro, da S. Paolo e dall'Apocalisse».[28] Ciò che Lutero disse confidenzialmente nella sua corrispondenza lo pubblicò nel 1520 nel suo Appello alla Nobiltà Cristiana scrivendo: «Io non posso impedirmi di credere che si potrebbe senza ingiustizia chiamare il papa hominem peccati, l'uomo di peccato»,[29] e più lontano lo chiamava Anticristo. Ma è nel 1545 che appare «lo scritto più duro, più feroce che sia uscito dalla penna violenta di Lutero».[30] Il panflet di Lutero aveva per titolo Wider das Papstum su Rom, vom Teufel gestiflet - Il Potere del papato a Roma è stato costituito dal diavolo.

Nel 1603 la Chiesa riformata di Francia, al sinodo Nazionale di Gap, stabilisce una confessione di fede. Uno dei suoi articoli verteva sull'Anticristo e «divenne un affare di Stato». L'articolo diceva: «Poiché il vescovo di Roma, essendosi elevato a monarchia nella cristianità, attribuendosi un dominio su tutte le Chiese e i pastori, si è elevato fino a nominarsi Dio, a voler essere adorato, a vantarsi d'avere ogni potenza in cielo e in terra, a disporre di tutte le cose ecclesiastiche, a decidere degli articoli di fede, ad autorizzare e interpretare a suo piacere le Scritture, a fare traffico delle anime, a dispensare dai voti e dai giuramenti, a ordinare nuovi servizi a Dio; e sotto gli occhi della giustizia, a calpestare l'autorità legittima dei magistrati, togliendo, donando, scambiando i regni: noi crediamo fermamente che è propriamente l'Anticristo e il figlio della perdizione, predetto nella parola di Dio, sotto l'emblema del vizio vestito di scarlatto».[31]

«Malgrado l'opposizione del re (di Francia), tutte le chiese accettarono, con una approvazione quasi generale, il decreto del sinodo. Il papa si lamentò vivamente. Il suo nunzio fece a Enrico IV delle lamentele amare; ma la parola era scritta, acclamata».[32]

«Il sinodo nazionale della Rochelle, convocato nel 1607, decise che, pur approvando unanimemente l'articolo contestato, e tenendolo conforme a ciò che è stato annunciato nelle Scritture, consentiva, dietro ordine espresso del principe, a lasciarlo fuori dalla confessione di fede.

Per contro, incaricò uno dei suoi membri di provare che l'accusa era giusta, e il pastore Viguier adempì la richiesta della commissione pubblicando un libro intitolato Le théatre de l'Antichrist».[33]

Altre confessioni di fede protestanti si sono espresse nello stesso modo.

Anche alcuni giansenisti sono giunti alle stesse conclusioni.

Per esempio, Vittore di S. Maria Sopransi (1739-1804), giansenista, carmelitano scalzo, scriveva nelle sue riflessioni sulla Chiesa dei suoi tempi: «Non c'è posto per cercare un altro Anticristo; impossibile trovarne uno più grande di questo. Il cristianesimo non saprebbe vedere nello stesso individuo, nella stessa Chiesa, sullo stesso seggio, il ministro di Dio e quello di Satana, il pastore legittimo e il ladro e assassino, il vicario del Cristo e l'Anticristo, il centro dell'unità e la prostituta dell'Apocalisse, la Chiesa di Dio e la sinagoga di Satana».[34]

Purtroppo oggi «l'interpretazione anti-papale è sulla via di essere abbandonata dagli studiosi protestanti».[35] Scrive il cattolico J.T. Forestell: «Sulla scia di eretici medioevali, i Riformatori hanno identificato l'Anticristo con il Papa; tale opinione è abbandonata dalla seria esegesi protestante moderna».[36]

Ciò che ci rende perplessi e ci sconcerta, non è tanto l'abbandono di una spiegazione che è stata un patrimonio storico, ma il sostituirla con un'altra che non tiene conto delle espressioni del testo biblico, che non ha nulla a che vedere con l'esegesi e il tutto non tanto nel nome della teologia, ma di un pensiero filosofico, che la teologia liberale protestante e poi cattolica ha fatto proprio, non considerare la Bibbia come una rivelazione da parte di Dio, dove Dio prende l'iniziativa per parlare all'uomo il quale ascolta. Con questo presupposto non si può più accettare che il libro di Daniele e dell'Apocalisse contengano delle profezie. A causa di questo presupposto si può affermare che non ci sia una sola spiegazione proposta che soddisfi il commentatore e il lettore del testo biblico. A causa di questo atteggiamento il protestantesimo si presenta oggi come un albero le cui radici sono stata scalzate dalla terra dei padri, sono esposte al sole e non ha più nessun orientamento escatologico. La teologia cattolica non può che ringraziare i fratelli separati che l'hanno liberata, nel nome della (ir)razionalità, da un incubo millenario.

Chi non desidera riallacciarsi a questa tradizione della Chiesa che viene da lontano, come abbiamo indicato sopra, che vedeva nell'uomo del peccato il potere che sarebbe succeduto a quello dell'imperatore, è invitato a riflettere sulle parole del cardinale Henry Edward Mannig che, a proposito del cattolicesimo, scriveva: «Un sistema come questo è così diverso da tutto ciò che è umano; porta delle note, dei segni, delle impronte di un carattere così evidentemente soprannaturale, che gli uomini vi riconoscono oggi, sia il Cristo, sia l'Anticristo. Non c'è una via di mezzo tra questi due estremi. Non ci sono altre soluzioni al di fuori di questa alternativa: o la Chiesa cattolica è il capolavoro di Satana, o essa è il Regno del Figlio di Dio».[37] Si può forse pensare che queste parole del cardinale facciano eco a quelle del protestante Jacopo Brocardo scritte tre secoli prima: «Il papa è il vicario del Cristo o altrimenti è l'Anticristo».[38]

Dopo di lui il cardinale Newman diceva la stessa cosa: «Il problema, in realtà, si riassume in questa alternativa: la Chiesa di Roma è la casa di Dio o quella di Satana; nessuna via di mezzo tra queste due posizioni. - Il Cristo ha, sì o no, lasciato un rappresentante dopo di lui? - Colui che parla nel nome del Cristo deve essere il suo vero ambasciatore o l'Anticristo; non può essere che l'Anticristo se non c'è ambasciatore designato. Quali che siano i suoi atti, è santissimo o colpevolissimo secondo che ha o che non ha l'autorità voluta. O questi atti sono quelli del Cristo o l'Anticristo ne è l'autore; essi appartengono all'Anticristo se il Cristo non è l'autore. Nessuna via di mezzo tra il vice-Cristo e l'Anticristo. - Storicamente, un ordine sacerdotale costituisce l'essenza della Chiesa; se non è di istituzione divina, costituisce l'essenza dottrinale dell'Anticristo».[39]

Ancora più vicino a noi il teologo cattolico tedesco Karl Adam afferma: «Il papato si fonda sulla volontà del Cristo, o l'Anticristo ha trovato in esso una forma storica? Per dei cristiani credenti, solo la luce della rivelazione può risolvere questa questione».[40]

La luce della rivelazione presenta questo potere con una radiografia con tratti così distinti che non si lasciano contraffare. Sono l'insieme di questi tratti che ci pongono nell'obbligo morale di riconoscere nel vescovo di Roma la loro piena e completa realizzazione. Del resto il Papato e la sua Chiesa non sono altro che, come ha fatto notare l'accademico francese Wladimir, conte d'Ormesson, che è stato ambasciatore presso la Santa Sede per otto anni, il punto d'incontro e di fusione di tutte le correnti spirituali che vengono dall'Asia, dal mondo egiziano, greco, celtico e germanico. «Quel che si chiama la Chiesa romana è una fusione di queste diverse spiritualità».[41]

«Tutte le caratteristiche dell'Anticristo si sono più che abbondantemente manifestate nel papato, noi non vediamo per nulla la necessità di cercare altrove la realizzazione della profezia di S. Paolo».[42]

L'autore sconosciuto del Trattato valdese sull'Anticristo, dopo aver citato II Tessalonicesi II e aver ricordato che il tempio è la Chiesa, dice: «Se questo ribelle è di già venuto in ogni perfezione, non bisogna più cercarlo».[43]

Come attraverso i secoli è stata identificata la donna di Apocalisse 17

Roma chiamata la Babilonia dell'Apocalisse da diversi suoi figli è il titolo di una nota suggestiva contenuta nell'opera di É. Guers[44], in cui la storia della Chiesa è studiata dal punto di vista profetico. Possiamo così elencare questi figli cattolici: Gunthar, arcivescovo di Colognia dall'850 all'864, e Theutgaud, arcivescovo di Treviri dall'847 all'868; Honoré d'Autun, verso il 1120; Bernard de Morlaix, nel XII secolo; Gerhoh von Reichersberg (verso 1093-1169), Giovanni di Parma (verso 1208-1289); il francescano provenzale Pierre de Jean Olieu (Olivi), nel 1297; Ubertino di Casale, verso il 1305; Michele di Cesena (verso 1270-1342); Jean de Roquetaillade, verso 1342; Dante Alighieri (1265-1321), Francesco Petrarca (1304-1374), il sacerdote ceco Mattia da Janow (verso 1350-1393); Konrad von Megenberg, verso il 1337; Nicolas Oresme, nel 1364; Heinrich von Hessen (verso 1325-1397), Nicolas de Clémanges, verso il 1414, il francescano Johann Hilten (verso 1425-1500), il domenicano Gerolamo Savonarola (1452-1498); Pietro Bonaventura, nel 1516; Johannes Staphilaeus, vescovo di Sebenico in Dalmazia dal 1512 al 1528; Berthold Birstinger, vescovo di Chiemsee dal 1508 al 1525; il francescano Pietro Colonna (verso 1460-1540); Francisco Melchor Cano (1509-1560); il cardinale Vital du Four, nel 1600, il monaco agostiniano Manuel Santos de San Juan Berrocosa, nel 1758; il gesuita Manuel de Lacunza (1731-1801), il domenicano Bernard Lambert (1738-1813), Pierre Jean Agier (1748-1843).[45] A conclusione di questo elenco ricordiamo che nella Bibbia luterana di Hans Lufft, pubblicata a Wittemberg nel 1534, la cortigiana ha il capo coperto da una tiara.[46]

Se pochi possono sembrare gli scrittori cattolici, per contro sono numerosissimi i protestanti che hanno ravvisato in questa donna la Roma papale.

Numerose minoranze religiose, nel corso dei secoli, hanno giustificato la loro separazione dalla Chiesa cattolica denunciando in questa la prostituta apocalittica:

I Donatisti - Secondo un trattato anonimo, Contra Fulgentium, composto in Africa tra il 412 e il 420 da un membro del clero che circondava Agostino, la Chiesa cattolica era stata designata come la prostituta in un Libellus de baptismo, del quale si conosce solamente il nome dell'autore, Fulgenzio, unito ai donatisti. «Se dunque, esclama, la Chiesa dei traditori non è che una caverna, si vanta delle sue molteplici acque, si inebria del suo battesimo, poi fornica con i re, seguendo le parole di Giovanni "Vieni, io ti mostrerò la condanna della grande cortigiana che siede su molte acque; e tutti gli abitanti della terra sono stati inebriati dal vino della sua fornicazione", Apocalisse XVII:1,2. Io chiedo, quali sono queste molte acque, se non la pluralità dei battesimi? quale è questa cortigiana, se non la caverna dei traditori, che si assoggetta ai piaceri dei re, che beve alla coppa delle persecuzioni, e che, accecata dall'ubriachezza, si mischia ai popoli per trascinare nella follia coloro che essa abbevera?».[47]

Gli Amalriciani - Amaury de Bène, morto verso il 1207, insegnava ai suoi discepoli che la grande prostituta doveva essere cercata a Roma. «Secondo Cesario d'Heisterbach (circa 1180-1240), l'orefice Guillaume aveva annunciato a Maître Rodolphe di Nemours degli eventi meravigliosi: "Perciò profetizzò che cinque anni dopo sarebbero dovute venire quattro piaghe... nella quarta discenderà fuoco sopra i prelati della Chiesa che sono membra dell'Anticristo, diceva infatti che il papa era l'Anticristo e Roma Babilonia"».[48]

Gli Arnaldisti - In una discussione pubblica che si è tenuta a Carcassonne nel 1207, Arnaldo da Brescia sosteneva questa proposizione: «Roma papale è la Babilonia dell'Apocalisse».[49]

Gli Ortliebiti - Ortlieb insegnava a Strasburgo nel 1212. I suoi discepoli si sono interessati alle teorie apocalittiche dei gioachimiti. Anche per loro Roma papale si confondeva con la prostituta. La grande chiesa è la cortigiana dell'Apocalisse. «Perciò dicono che il Papa fosse il capo di ogni male e quella grande meretrice sulla quale si legge in Apocalisse».[50]

I Guglielmiti - Membri di un ordine religioso fondato nel XII secolo, hanno denunciato Roma papale come la grande prostituta.[51]

I Begardi - Stessa applicazione delle profezie presso le comunità di Beghards, stabilite principalmente nei Paesi Bassi e che subirono contemporaneamente l'influenza dell'abate Gioacchino da Fiore e quella di Ortlieb.[52]

I Catari - Un domenicano che scriveva verso il 1240 dichiarava che i catari identificavano la Chiesa romana con la Babilonia mistica.[53] Lo storico Wilhelm Neander attribuisce questa professione di fede al predicatore albigese Arnold Hot: «La Chiesa di Roma non è la sposa del Cristo, la santa Chiesa, ma la Babilonia di Apocalisse, ubriaca del sangue dei santi e dei martiri».[54]

I Valdesi - In un'opera polemica, Rainerio Sacconi, domenicano italiano, morto verso il 1262, dichiarava a proposito dei valdesi: «Essi dicono che la Chiesa romana è la prostituta».[55] Giovanni Léger nella sua storia della Chiesa valdese riporta molti documenti delle sette antipapali che per sicurezza vennero deposti (e si trovano tuttora) nell'università di Cambridge da Oliviero Cromwebs. Il seguente manoscritto fu trovato nelle Valli piemontesi il 1120, in esso si dice che La Fe' Morte è la seduzione dell'Anticristo. «Anticristo è falsità di dannazione eterna, coperta della specie della verità e della giustizia di Cristo e della sua sposa amministrata dai falsi apostoli. Cotale congregazione insieme presa è appellata Anticristo, meretrice, uomo di peccato, figlio di perdizione» Alla domanda di quali siano le opere dell'Anticristo si risponde: «Opera dell'Anticristo è togliere la verità e cambiare lei in falsità ed errore. La santa madre chiesa coi suoi veraci figli plora per lo parlar di Geremia dicendo: "In qual maniera siede sola la città del popolo pagano? Ella è fatta vedova la donna delle genti pel soggiogante degli errori; la principessa delle provincie per la divisione del mondo. - Opra dell'Anticristo è ch'egli eserciti la sua insaziabile avarizia, e non faccia alcuna cosa senza simonia. - Opra dell'Anticristo è ch'ei non segga pel Santo Spirito, ma per potestà secolare, e insieme prenda lei in ajuto delle cose spirituali - Iniquità dell'Anticristo e di ornarsi del nome di autorità, di podesta, dignità ». Ciò veniva insegnato 145 anni prima che Dante nascesse.

Alberto de Capitaneis, delegato da Innocenzo VIII (1484-1492), nell'art. 9 del suo rapporto sugli eretici scrive: «Essi hanno creduto e credono che la Chiesa Romana è la casa della confusione, la Babilonia dell'Apocalisse, la Sinagoga del Diavolo. E ciò è pubblico, notorio, vero e manifesto».[56]

Nel seno stesso della Chiesa delle voci si sono alzate ed hanno fatto eco a quelle degli eretici.

Parlando del papato nel IX secolo, il cardinale Baronio scrisse nei suoi annali: «Mai le divisioni, le guerre civili, le persecuzioni dei pagani, degli eretici e degli scismatici hanno causato alla santa sede tante sofferenze quanto i mostri che si sono istallati sul trono di Cristo per mezzo della simonia e dell'omicidio. La Chiesa romana fu trasformata in una cortigiana svergognata, coperta di seta e di pietre preziose, che si prostituiva pubblicamente per loro; il palazzo del Laterano era diventato una taverna impura dove gli ecclesiastici di tutte le nazioni disputavano a delle prostitute il prezzo dell'infamia. Mai prima dei preti e dei papi commisero tanti adulteri, rapimenti, incesti, scroccherie e omicidi; e mai l'ignoranza del clero è stata così grande come durante questo deplorevole periodo... In questo secolo si vide l'abominazione della desolazione nel tempio del Signore; e nella cattedra di S. Pietro, riverita dagli angeli, si vide sedersi gli uomini più empi, non pontefici, ma dei mostri».[57]

Arnaldo, vescovo Aurelianense, nel Consiglio Redense, due secoli prima di Dante, parlando del pontefice romano diceva: «Quid hune in sublimi solio residentem, veste purpureâ et aureâ radiantem, quid hunc, inquam, esse censetis? Nimirum et charitate destituitur, solâque scientiâ inflatur et extollitur, Antichristus est in templo Dei sedens».

Verso il 1120 Honoré d'Autun designava Roma con il nome di Babilonia.[58]

Gerhoh von Reichersberg (1093-1169), in un opuscolo composto verso il 1161, identifica 1a Babilonia apocalittica con Roma cristiana.[59]

Bernard de Morlaix, monaco di Cluny, che viveva, lui pure, nel XII secolo, ha tenuto lo stesso linguaggio nel suo De Contemptu mundi, Parígi 1843. «I secoli d'oro sono passati, le anime pure non sono più; noi viviamo negli ultimi tempi; la frode, l'impurità, le rapine, gli scismi, le querele, le guerre, i tradimenti, gli incesti e gli omicidi desolano la Chiesa. Roma è la città impura del cacciatore Nimrod; la pietà e la religione hanno disertato le sue mura; ahimè! il pontefice o piuttosto il re di questa odiosa Babilonia calpesta l'Evangelo e il Cristo e si fa adorare come Dio».[60] Giovanni Burelli da Parma (1208-1289), generale dei francescani dal 1247, dimissionario nel 1257, gioachimita, si è espresso nello stesso senso.[61] «Consigliò ai rappresentanti del partito rigorista, che non potevano osservare l'Evangelo nel seno di Babilonia, di emigrare in Asia».[62]

Il francescano Gherardo Segarelli, morto verso il 1300;[63] fra Dolcino, capo degli apostolici, morto nel 1307;[64] Joannes Rokitzana, arcivescovo di Praga (1435) diceva: "Io dichiaro apertamente che la Chiesa romana è 1a Babilonia occidentale; dove regna il peccato contro lo Spirito Santo".[65] Nel XIII secolo il polemista cattolico Salvo Burce.[66] Il gioachimita ceco Jan Milicz, morto nel 1374.[67]

Il francescano provenzale Pierre de Jean Olieu (Olivi), autore di un Commentario sulla Apocalisse, inedito, terminato un anno prima della sua morte nel 1297,[68] attendeva la condanna della Chiesa carnale, che perseguitava i francescani spirituali. Sessanta articoli estratti dal suo libro furono censurati dai dottori di Roma, nel 1318, tra gli altri, gli art. 3 e 54 dove la Chiesa romana era identificata con la grande prostituta, e gli artt. 7 e 46, dove la Chiesa carnale e mondana era designata con il nome di Babilonia.[69]

Ubertino da Casale, nella sua opera Arbor Vitae Crucifixae, composta nel 1305 e pubblicata a Venezia nel 1485, annunciava «1a disfatta della prostituta di Babilonia, cioè della Chiesa carnale piena di ricchezza e di godimenti».[70]

Si può dire la stessa cosa del francescano Michele da Cesena (1270-1342).[71]

Jean de Roquetaillade (Rupescissa), chiamato a comparire ad Avignone davanti al papa Clemente VI, non si astenne dal dire che la Chiesa romana era la prostituta babilonese.[72]

Un apologeta del cattolicesimo, il teologo spagnolo Pelayo Alvaro, faceva questa confessione, verso il 1320: «In presenza della simonia che dalla curia papale si è sparsa in tutta la Chiesa e di conseguenza nella corruzione di tutta l'istituzione religiosa, è naturale che gli eretici indichino la Chiesa come la prostituta».[73]

In un'opera latina, Commentario sull'Apocalisse, di autore ignoto, pubblicato a Venezia nel 1600 sotto il nome di Vital du Four, cardinale dal 1312, morto nel 1327, poi sotto quello di Alexandre de Hales, Parigi 1647, infine inserito a torto nelle opere di S. Bonaventura, Trento 1773, Roma cattolica è designata come la Babilonia di Giovanni a causa della sua vanità, della sua mondanità e della sua simonia. I. Döellinger riporta le parole di Vital du Four, che attribuisce a Bonaventura, che, a sua volta, aveva deplorato la corruzione della chiesa e il clero: «Un uomo pure come S. Bonaventura, che il papa aveva colmato di onori, e che, come generale del suo ordine e come cardinale, si trovava agganciato a Roma con i legami più stretti, non si è fatto alcuno scrupolo nel suo commentario sulla rivelazione di Giovanni, di dichiarare che Roma era la prostituta che inebriava i re e i popoli con il vino della sua fornicazione, poiché, a Roma, dice, si riuniscono i principi e i dignitari della Chiesa che disprezza Dio, abbandonandosi alla deboscia, attaccandosi a Satana e predando i tesori di Cristo. Egli mostra in seguito come i prelati... contaminando con i loro crimini il clero e come questo, a sua volta, imitando l'esempio dell'alto a causa del suo orgoglio e della sua pigrizia avvelenata, renda miserabile l'intero popolo cristiano».[74]

Francesco Petrarca (1304-1374) ha fustigato l'empia e avara Babilonia dalla quale è assente ogni senso di vergogna, dove il bene è straniero, scuola di errori, tempio di eresie, Roma una volta, ora Babilonia falsa e cattiva, inferno dei viventi.[75] Il sonetto dice: «Scuola d'errori, tempio d'eresia, / Già Roma, or Babilonia falsa ria / Di vivi Inferno».[76]

Il prete ceco Mattia da Janow (verso 1350-1393) ha presentato la Babilonia romana nelle sue Regulae veteris et novi Testamenti, Innsbruck 1908-1913, soprattutto nel libro III, tr. 6: Tractatus de abominatione desolationis.[77]

Roma papale è stata identificata con Babilonia da Kornad von Megenberg nel suo trattato, Planctus Ecclesiae, pubblicato verso il 1337.

Nicolas Oresme, morto nel 1382, nel suo sermone pronunciato nel 1364 alla presenza di papa Urbano V e dei cardinali, riconosceva la Chiesa del suo tempo nella prostituta.[78]

Heinrich Heinbuche von Langenstein, o von Hessen (1325-1397), ha scritto, Invectiva contra monstrum Babylonis, nel 1393.[79]

In un'opera composta nel 1414 e 1415 Nicolas Poillevillain de Clémanges, rettore della Sorbona, applicava alla Chiesa cattolica il capitolo XVII e XVIII dell'Apocalisse. Esortava: «Risvegliati tu dunque infine dal tuo lungo sonno, infelice sorella della sinagoga... sonda gli scritti dei profeti;... essi hanno parlato di te... Ma, supposto che le loro profezie si applichino ad altri, che penserai tu della tua propria profezia, dell'Apocalisse di S. Giovanni?... Ricorda e leggi la condanna della grande prostituta... e là contempla le tue azioni e i tuoi destini che verranno».[80]

Il francescano Johann Hilten (1425-1500), di Fulda, dichiarava, a proposito dell'Apocalisse XVII: «Questa prostituta è Roma».[81] Che si tratti della Roma attuale è stato dimostrato da Leonid Arbusow, Die Einfuehrung der Reformation in Liv - Est - und Kurland, Leipzig 1921, p. 162.

Il domenicano Gerolamo Savonarola (1452-1498) gridava in uno dei suoi sermoni: «Fuggi, o Sion, che dimori presso la figlia di Babilonia; fuggi lontano da Roma, poiché Babilonia significa confusione, e Roma ha messo la confusione in tutta la Scrittura, essa ha confuso tutti i vizi, essa ha tutto confuso. Fuggite dunque da Roma ed emendatevi».[82]

«Pietro Bonaventura sorse a Roma nel mese di maggio 1516... Questo predicatore compose uno scritto al Doge di Venezia. In questo scritto rappresentava la Chiesa romana sotto i tratti della donna dell'Apocalisse».[83]

A seguito della presa di Roma da parte delle armate imperiali, Johannes Staphilaeus pronunciò un sermone per mostrare che la Babilonia cattolica aveva attirato su di sé i giudizi divini.

Nel 1524 appariva a Landshut uno scritto anonimo, Onus Ecclesiae, attribuito a Berthold Pirstinger, vescovo di Chiemsee dal 1508 a1 1525. Presentava un quadro dei costumi della Chiesa nel quale si esponevano le piaghe della Babilonia romana.[84]

Nello stesso anno 1524 il francescano italiano Pietro Colonna, detto Galatinus (1460-1540), componeva il suo Commentario in Apocalisse inedito[85], dedicato all'imperatore Carlo V, dove stigmatizzava la Chiesa carnale col nome di Babilonia.

La stessa identificazione è fatta da Francisco Melchor Cono (1509-1560). Per lui «Conosce male Roma chi pretende di guarirla», poi cita Geremia 51:9: «Noi abbiamo voluto guarire Babilonia, ma essa non è guarita».[86]

Uno scrittore italiano, fingendo di essere francese, pubblicò nel 1586 con la data di Monaco un libricino dal titolo "Avviso piacevole dato alla bella Italia da un nobile giovane Francese" dove sfogò tutto il suo odio contro il papa. Parlando dei titoli dati al papa (Anticristo e Satana) e a Roma (Babilonia) disse: «Non è già, Italia Mia, non è già novella questa dottrina né eretica Son mille e quattrocento anni che Ireneo ciò previde, il quale dice appunto così: " L'Anticristo, quantunque sia servo, vorrà essere adorato come Dio"; vero ritratto del Papa il quale si noma servo de' servi, cui Re e Imperatori sono costretti a baciare il piede come a Dio in terra. Tertulliano chiama Babilonia Roma superba; S. Girolamo interpretando quel luogo di S. Giovanni, ecc. dice: ch'essendo tolto via il potente Impero Romano, si leverebbe un altro Principe Sovrano che s'attribuirebbe un altro principato spirituale e temporale; e ciò s'intende per lo Pontefice Romano». Parlando poi del nostro poeta disse: «Dante e 'l Petrarca, li quali tra la spessezze delle tenebre di quel secolo scopersero il lume della verità, apertamente manifestarono la sedia papale essere la Babilonia, e la gran meretrice predettaci; anzi antividero e desiderarono la sua rovina, la quale stimarono molto più vicina, parendo loro di toccarla con mano».

Henry-Charles Lea ha consacrato un lungo paragrafo al monaco agostiniano Manuel Santos de San Juan (Berrocosa), condannato dall'Inquisizione di Toledo, nel 1758 e nel 1711 per aver detto che Roma era diventata una Babilonia, un ricetto di demoni e di vizi.[87]

Concludiamo, come scrive il maestro A.F. Vaucher, questo excursus ricordando un fatto: «Luigi XII ebbe delle gravi contese con Giulio II (1503-1513); irritato dalle pretese orgogliose di questo pontefice, fece coniare una medaglia sulla quale si leggono queste parole significative: "Nomen Babylonis perdam", facendo così intendere che vedeva nella Roma dei papi la Babilonia di Apocalisse».[88]

Occorrerebbe un volume per enumerare tutti gli autori protestanti e la folla di commentatori e controversisti che hanno identificato Roma papale con Babilonia.

G. Rossetti osserva che Lutero nel suo scritto La Cattività di Babilonia «nulla insegnò di nuovo nel sostenere che il papismo è Babilonia, il papa vomitava diavoli, dicendosi stabilito da Satanno sulla terra, e cose simili».[89]

A dimostrazione della proverbialità che Roma è Babilonia ricordiamo che nel 1830 nel Teatro Valle andò in scena la Semiramide di Rossini. Quando il personaggio Arsace entrò in scena dicendo: "Eccoti Arsace, in Babilonia" scoppio un ridere smodato e un batter di mani che interruppe lo spettacolo per un po' di tempo. Quando la Curia lo seppe pensò di vietare il melodramma, ma pensando che avesse fatto ridere ancor di più, cambiò consiglio ma anche di questo la gente rise.[90]

Come abbiamo dimostrato nelle pagine precedenti è cosa assai noto che Dante, come alcuni santi suoi contemporanei, riconosciuti ed onorati dalla Chiesa cattolica, inveisse contro i papi e ne chiama alcuni per nome, ma la differenza tra lui e gli altri è che il grande Poeta non si fermava alle singole persone ma, come era saputo, voleva attaccare l'istituzione, cosa che non poteva fare apertamente senza incorrere nella pena di morte. Ha fatto il nome di alcuni esponenti già defunti della cattolicità e per evitare di essere accusato di rinnegare l'autorità della Chiesa colpì alcuni personaggi della mitologia pagana, come Tiresia, Giasone, Pluto, quali figure rappresentative di ben determinate autorità che non era possibile nominare apertamente.

Dante e l'eresia

Non riteniamo utile verificare se qualche espressione del Poeta possa risentire di qualche teologia ereticale, o se il suo atteggiamento lasciasse intravedere questa o quella linea di pensiero non condiviso dall'ortodossia, o se lui avesse sostenuto questi fedeli della Parola al di fuori di Roma, o se il suo fare riferimento agli astri riflettesse qualche frangia estrema alla Chiesa e vedere di trovare nel suo scritto qualche espressione al di fuori di quelle che abbiamo preso in considerazione possano avere sapore di eresia.

Dante ha avuto poche figure prima di lui che in forma chiara gli hanno indicato la via, ma dopo di lui i testimoni sono stati più numerosi fino a costituirne una schiera innumerevole che, pur amando i cattolici, hanno contrastato Roma perché l'hanno considera la radice e pianta di ogni male.

Sarebbe ben strano se, alla fine della storia, durante il giudizio universale, il Poeta nella schiera dei coraggiosi Testimoni dell'Eterno, con prudenza, ma con forza e determinazione, hanno fatto sentire la loro voce e hanno contribuito a preparare e realizzare la Riforma e continuarla, in un raptus di follia uscisse dalla falange dei fedeli e dicesse: «Ho scherzato, non avete capito nulla, sono un buon cattolico, la Chiesa del Signore è santa, apostolica e Romana, faccio parte dell'altra sponda».

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[1] Vedere il nostro lavoro, Perché la Riforma protestante non è sorta e non si è affermata nei Paesi Latini, in Quando la Profezia diventa Storia, ed. AdV, Falciani 1998, pp. 287-302.
[2] GEBHART Emile, L'Italie mystique, Paris 1890, p. 239
[3] ROSSETTI Gabriele, Sullo Spirito Antipapale che produsse la Riforma e sulla segreta influenza ch'esercitò nella letteratura d'Europa e specialmente in Italia come risulta da molti suoi classici, massime da Dante, Petrarca, Boccaccio, Disquisizione di Gabriele Rossetti, Stampato dall'autore e venduto in sua casa, 38 ChaiBotte Strett, Portland Place, Londra 1832, p. 11.
[4] Atti 20:29; 1 Timoteo 4:1; 2 Timoteo 4:3.
[5] 1 Giovanni 4:2; Colossesi 2:8.
[6] «Il Papa Giovanni XXII lo dichiarò eretico e falso. E così cento anni dopo la morte di Francesco i suoi seguaci più fedeli e coerenti salirono sul patibolo dell'Inquisizione» MONTANELLI Indro, Dante e il suo secolo, Rizzoli, Milano 1965, p. 127.
[7] La nota in calce, sbagliando, fa riferimento a quanto è avvenuto al Concilio di Basilea.
[8] RENAN Ernest, Averroès et l'Averroisme, Paris 1852, p. 177; cit. AROUX Eugène, Dante l'Hérétique, Paris 1854; ristampa 1976, p. 5.
[9] Vedere E. Aroux, Idem, pp. 3-11.
[10] La data indica quella della morte.
[11] DÖLLINGER Ignazio, Il Papato dalle origini al 1870, Mendrisio 1914, pp. 121,122,15.
[12] Fu Gregorio I a prendere il titolo di "servo dei servi di Dio". Nella bocca dei suoi successori fu, però, spesso un nome d'orgoglio.
[13] Cit. GUERS Émile, Histoire abrégée de l'Eglise de Jésus Christ, t. I., Genève-Toulouse 1850, p. 137.
[14] Apologeticum prescriptum Claudii Episcopi etc. LÈGER Giovanni, parte I, p. 138; cit. da ROSSETTI Gabriele, La Divina Commedia di Dante Alighieri, t. II, Inferno, Londra 1827, p. 479. Il talento oratorio di questo uomo colpì molto Louis le Débonnaire figlio di Carlomagno, del quale era cappellano. Questo re constatando l'ignoranza della Sacra Scrittura degli italiani del Piemonte, regione che faceva parte del suo regno, gli offrì l'episcopato di Torino che comprendeva Piemonte, Provenza e Delfinato (817). Claudio sosteneva la salvezza per fede, sebbene non volesse una fede disgiunta dalle buone opere. Rifiutava le preghiere per i morti, e suscitò una grande reazione quando volle liberare le chiese dalle abominazioni delle immagini. Insegnava che Dio domanda di portare la croce in senso spirituale e non di portarla in processione. Se si adora la croce allora perché non adorare la stalla, la mangiatoia, le lenzuola, la lancia, la corona di spine ecc.. Vedere É. Guers, Op.Cit., pp. 159-165.
[15] LECLERCQ H., in HEFELE, Histoire des Conciles, vol. IV, 2, p. 858 nota; cit. VAUCHER Alfred Félix, L'Antichrist, Collonges sous Savève 1960, p. 39.
[16] GOYAY Georges, Histoire religieuse Histoire de la Nation Française, de abriel HANOTAUX, t. VI), p. 159. IL testo latino del discorso d'Arnaldo è riportato nel Recueil des historiens des Gaules et de la France, X, Paris 1760, p. 525 e seg. ; in MIGNE, P.L., CXXXIX, col. 314 e seg.; in PERTZ, German. Hist. Scriptorum, III, Hann., 1839, p. 672 e seg. In �uvres de Gerbert, ed. Olleris 1867, pp. 173-236, traduzione francese in LOT, Ètudes sur le règne de Hugues Capet, Paris 1903, pp. 57-67. Cit. VAUCHER Alfred Félix, L'Antichrist, Collonges sous Salève 1972, pp. 39,40.
[17] Concili impressi in Colonia, t. II, anno 1551, p. 814; cit. da G. Rossetti, Op.Cit., p. 479.
[18] CHAVARD F., Le célibat des prètres et ses conséquences, Genève 1874, pp. 383,384.
[19] E. Guers, Op.Cit., p. 213.
[20] Gregorovius, Gesch. Des Stadt Rom im Mittelalter, Tomo I e IV.
[21] Cit. idem, pp. 213,214,221,239.
[22] Il discorso ci è stato conservato da THUERMAIER (AVENTINUS) Johann, Annal. Boiorum, livre VII, cap. V. Nell'edizione di Bale, 1850, p. 547, vi si trova il passo in latino. Per la traduzione francese, JURIEU Pierre, Préjugés légitimes contre le papisme, t. I, Amsterdam 1685, pp. 157-159.
[23] Vedere BALE John, Scriptorum ill. Majoris Brit. Catalogus, t. I, Basilea 1557, p. 304.
[24] «Valdesi, Wiclyffiti e Hussiti riunirono papi e antipapi in uno stesso rimprovero, e combatterono le pretese papali con l'aiuto delle profezie di Daniele, di Paolo e dell'autore dell'Apocalisse. Vedere il Traité de l'Antichrist, testo e traduzione francese in Jean Paul PERRIN, Histoire des Vaudois, Genève 1619, pp. 253-295; - il trattato di Jean MILICZ, scritto nel 1637, Prophecia et revelatio de Antichristo, ed. Ferdinand Mencik in Sitzungsberichte der Boehm. Gesellsch. Der Wissensch. (Philos., Gesch. U. Philol.), Praga 1890, pp. 328-336; - i trattati sull'anticristo (1389) e sull'abominazione della desolazione (1392) di Mattias da JANOW, De regulis veteris et novi testamenti, lib. III, fr. 5, 6, ed. Vlastimil Kybal, Innsbruck 1911, 1913; - Jan HUSS, De anatomia Antichristi, Strasburg 1526» A.F. Vaucher, Op.Cit., ed. 1960, p. 44; ed. 1972, p. 41.
[25] OGER de HOVEDEN, Chronica, ed. William Stubbs, vol. III, London 1870.
[26] A.F. Vaucher, Op. Cit., ed, 1960, p. 44; ed. 1972, pp. 40,41. Vedere CALLAEY Jean Baptiste Auguste (Frédégand), ictionnaire de Théologie Catholique, vol. XI, col. 987 ; DOUIE Decima Langworthy, The nature and the effect of the Heresy of the Fraticelli, Manchester 1932, p. 115.
[27] Cioè Georg Burckhardt, cappellano dell'elettore Federico.
[28] STROHL Henri, L'épanouissement de la pensée de Luther, Strasburg 1924, p. 316; cit. da A.F. Vaucher, Op.Cit., p. 41.
[29] LUTHER Martin, Appel à la Noblesse chrétienne, ed. fr. Felix Kuhn, Paris 1879, pp. 69,82,85; cit. A.F. Vaucher, Op.Cit., p. 41.
[30] BUONAIUTI Ernesto, Lutero e la Riforma in Germania, p. 373; cit. A.F. Vaucher, Op.Cit., pp. 41,42. «Dal punto di vista religioso, Lutero ha avuto ragione di ripetere con insistenza che il papa fosse l'anticristio. Un vicario di Cristo sulla terra non può essere altra cosa, in un certo senso, che un anticristo» NIEBUHR Reinhold, The nature and destiny of men, vol. I, 1949, p. 202. Nel vol. II, p. 144 lo stesso autore scrive a proposito del papa anticristo: «Di fatto degli avversari politici del papa avevano preceduto la Riforma mediante la stessa affermazione nel corso delle età cattoliche». Cit. idem, ed. 1972, p. 42.
[31] GUILLAUME Adam de FELICE, Histoire des protestants de France, 8a ed., Toulouse 1895, pp. 291,292.
[32] PUAUX F., Histoire de la Réformation Française, vol. IV, Paris 1860, p. 277; cit. da A.F. Vaucher, Op.Cit., p. 43.
[33] Guillaume A. de Felice, Op.Cit., p. 291.
[34] Vittore di S. Maria Sopransi, vedere nota 12.
[35] HICHCOCK George-Stewart, The Beasts and the Little Horn, London 1911, 1912, p. 4; cit. da A.F. Vaucher, Op.Cit., p. 42.
[36] J.T. Forestell, Op.Cit., p. 1128.
[37] MANNING Henry Edward, The Fourfold Sovereignty of God, London 1871, pp. 171,172; cit. A.F. Vaucher, Op.Cit., p. 42.
[38] BROCARDO Jacopo, The Revelation of St. John, traduzione di James SANFORO, London 1582, fol. 20.
[39] NEWMAN John Enry, The protestant idea of Antichrist - Essays critical and History, t. II, Basil Montagu Pickering, London 1901, pp. 116,171-173; cit. A.F. Vaucher, Op.Cit., p. 42.
[40] ADAM Karl, Vers l'Unité chrétienne, Paris 1949, p. 100; cit. da A.F. Vaucher, Op.Cit., pp. 42,43.
[41] ORMESSON Wladimir de, Il Papato, ed. Paoline, Catania 1958, p. 156.
[42] ELDIN François, Derniers temps et Avenir éternel du grand �uvre humain d'après l'Apocalypse, Paris 1885, p. 296; cit. A.F. Vaucher, Op.Cit., p. 36.
[43] A. Monastier, Op.Cit., p. 333.
[44] GUERS Émile, Histoire de l'Eglise de Jésus Christ, Genève 1832, p. 648.
[45] VAUCHER Alfred Félix, L'homme son origine sa destinée, ed. S.d.T., Dammarie les Lys 1974, pp. 62,63.
[46] La caduta della grande prostituta è stata rappresentata da L. Signorelli, nel XV secolo, nei suoi affreschi della cattedrale di Orvieto e nell'Apocalisse, figurata da Jean Duvet nel 1561.
[47] MONCEAUX Paul, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne depuis les origines jusqu'à l'invasion Arabe, t. II, Paris 1922, p. 227.
[48] DELACROIX Henri, Le Mysticisme spéculatif en Allemagne, Paris 1900, p. 45, nota 2. CAPELLE Catherine, Amaury de Bède, Paris 1932, p. 102.
[49] ELLIOTT Edward-Bishop, Horae Apocalypticae, t. II, 5a ed., London 1862, p. 371; t. IV, p. 430.
[50] H. Delacroix, Op.Cit., pp. 68,69.
[51] AEGERTER Emmanuel, Les Hérésies du Moyen Âge, Paris 1939, p. 103.
[52] Vedere EYMERIC Nicolas, Directorium Inquisitorum, scritto ad Avignone nel 1376, pp. 283,285.
[53] MONETA, Adversus Catharos et Valdenses, Roma 1743, pp. 397-399. Vedere il domenicano Nicolas ENYMERIC, che scriveva ad Avignone nel 1376, Directorium Inquisitorum, Venezia 1607, p. 274.
[54] NEANDER Wilhelm, General History of the Christian Religion and Church, t. IV, 11a ed., New York 1871, p. 641,
[55] SACCONI Rainerio, Contra Valdenses, c. VI, in Bibl. Max. Vet. Patr., XXV, Paris 1677, p. 272.
[56] Tutto il rapporto dell'opera di Giov. Léger, G. Rossetti, Spirito, p. 10.
[57] VUILLEUMIER Jean, Les prophéties de Daniel, Genève 1906, p. 338.
[58] HONORÉ d'Autun, Inevitabile sive de praedestinatione et de libero arbitrio dialogus, pubblicato da CASSANDER Georges (1513-1566), Col. 1552, e riportato nelle sue Opere, Paris 1616, pp. 623-639.
[59] REICHERSBERG Gerhoh von, De investigatione Antichristi, pubblicato da Pertz, Monumenta germaniae historica. Libelli, III, Hannover 1897, pp. 304-395,
[60] Cit. da CHAVARD Fortuné, Le celibat, le prêtre et la femme, 6a ed. di Le celibat des prêtres et ses conséquences, Genève 1874, p. 328. Vedere anche J.H. HEIDEGGER, Histoire du Papisme, vol. 1, Amsterdam 1685, pp. 132,133. Jules CLARAZ, Le mariage des prêtres, Paris 1911, p. 422.
[61] Vedere COSMO Umberto, Giornale Dantesco, vol. VI, p. 110.
[62] SCHNUERER Gustav, L'Eglise et la Civilisation au Moyen Âge, t. III, Paris 1938, p. 33.
[63] Vedere DOWNHAM Geroge, Papa Anticristus, 1620, p. 139
[64] Vedere ASPESI Alessandro, L'angelo di Tiatiri. Studio sul movimento dolciniano, Torino 1932, p. 69
[65] Cit. WOLF, Lect. Memor., vol. I, 1600, p. 822.
[66] Vedere De STEFANO Antonino, Le eresie popolari del Medio Evo, in Questioni di storia medioevale, ed. E. Rota, Milano, s.d., p. 767
[67] Vedere G. Dowhnam, Op.Cit., p. 141.
[68] Nel 1297 Iacoponi da Todi scriveva il seguente sonetto:
«O Papa Bonifacio / Molto hai giocato al mondo; / Penso che giocondo /Non ten potrai partire / . / Quando la prima messa / Fu da te celebrata, / Venne una tenebra/ Per tutta la contrata; / In la ecclesia fu levata / Lumera apiciata».
[69] Vedere BALUZE Étienne (1630-1718), Miscellanea Sacra, t. II, Lucca 1761, p. 269, sulla proposizione n. 54.
[70] CALLAEY Jean-Baptiste Auguste (in religione Frédégand), L'idéalisme franciscain spirituel au XIV siècle. Étude sur Ubertin de Casale, Louvain 1911, p. 67.
[71] Vedere PACARD George, Description de l'Antichrist, Niort 1604, p. 175.
[72] Vedere HERVORDIA Henricas de, Liber de rebus memorabilioribus, sive Chronicon, ann. 1342, ed. August Potthast, Goett. 1859, p. 266.
[73] ELAYO Alvaro De statu et planctu Ecclesiae, t. II, c. 7. Vedere DOELLINGER Ignazio von, La Papauté, Paris 1904, pp. 97,329,330.
[74] I. Doellinger, Op.Cit., ed. francese, Paris 1904, p. 329, nota 327.
[75] PETRARCA Francesco, I1 Canzoniere, sonetti XCI, CVI, CVII; in Le Rime Firenze 1896, pp. 160,211. Vedere anche Epistole sine titulo, XVI. Vedere ROSSETTI Gabriele, La Divina Commedia, t. II, Inferno, Londra 1827, p. 130.
[76] Vedere, Epistolario: 10,11,16,12,16,17 (anticristo); cit. G. Rossetti, Spirito, p. 6.
[77] Vedere KYBAL Vlastimil, Étude sur les origines du mouvement hussite en Bohème. Matthias de Ianov, in Revue Historique, n. 103, I trimestre, Paris 1910, p. 22.
[78] Vedere FLACICH (FLACIUS ILLIRYCUS) Matthias, Catalogus testium veritatis, Frankfort 1573, fol. CCCXXVIII-CCCXXXII, ed. Lyon 1597, vol. II, p. 778-787. Wolf, Op.Cit., t. I, p. 648-653.
[79] Vedere PASTOR Luigi, Histoire des Papes, vol. I, 6a ed., p. 170, n. 2; p. 172, n. 1; p. 187, n. 3.
[80] Nicolas Poillevillain de Clémanges, De Corr. Ecclesia Statu, Paris 1671, pp. 51,52; cit. da È. Guers, Op.Cit., p. 648.
[81] ILTEN Johann, Opera Omnia, Biblioteca del Vaticano, Col. Palat. Lat. 1849, fol. 287.
[82] COMBA Emilio, I nostri Protestanti, vol. I, Firenze 1895, p. 476.
[83] MAÎTRE Joseph, La prophétie des papes attribuée à S. Malachie, Beaune 1901, p. 15 nota. Della stessa persona É. Guers, Op.Cit., p. 468, scrive: «Sotto Clemente VII nel XVI secolo, Jean Staphilée, vescovo in Dalmazia (1512-1528), osò dire a Roma stessa, e in un discorso indirizzato agli uditori della Rota, che Roma era, alla lettera, senza figura, la Babilonia predetta nell'Apocalisse».
[84] Vedere PREUSS Hans, Die Vorstellungen vom Antichrist im spaeteren Mittelalter, Leipz 1906, pp. 47-49.
[85] Biblioteca Vaticana, cod. lat. 5567, f. 204,296-505,
[86] CONO Melchor, Parecer, p. 6. Vedere MENENDEZ Y PELAYO, His. de los Heter. Esp., V., 1947, p. 43.
[87] LEA Henry-Charles, Chapters from the religion History of Spain, Philadelphia 1890, pp. 134-137. Vedere LLORENTE Juan Antonio, Histoire critique de l'Inquisition d'Espagne, vol. II, Paris 1817, p. 429.
[88] PUAUX François, Histoire de la Révolution Française, vol. 1, Paris 1859, p. 32.
[89] G. Rossetti, Spirito, p. 11
[90] Idem, pp. 391,392.

 

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