Il Canone delle Sacre Scritture
tratto dalla
Grande Enciclopedia illustrata della Bibbia
PIEMME

(Il testo è stato scannerizzato e convertito con un software OCR per cui è possibile che vi siano alcuni errori di scrittura)

 

CANONE (AT)


I. ESTENSIONE
1. La Bibbia cbr. attuale (AT) comprende i seguenti libri: la Tora (Gcnesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio) - Giosué - Giudici - i due libri di Samuele - i due libri dei Re - Isaia - Geremia - Ezechiele - Osea - Gioele - Amos - Ahdia - Giona - Michea - Naum
- Abacuc - Sofonia - Aggeo - Zaccaria - Malachia - Salmi - Giobbe - Proverbi - Rut - Cantico dei Cantici - Qoclet - Lamentazioni - Ester - Daniele - Esdra/ Neemia - i due libri delle Cronache. In tutto, secondo il nostro modo di computare, si tratta di 39 libri.Questa estensione coincide con quella del canone vt. delle Chiese della Riforma. La Bibbia evangelica, però (per es. la Bibbia di Lutero, la Bibbia di Eiberfeld riveduta) segue un altro ordine. Essa inserisce il libro di Rut dopo quello dei Giudici, pone i libri delle Cronache dopo quelli dei Re, fa seguire alle Cronache Esdra, Neemia ed Ester e colloca Giobbe prima dei Salmi; dopo il libro dei Salmi continua anzitutto coi Proverbi, poi col Qoelet e il Cantico dei Cantici; solo a questo punti) incominciano i libri profetici dove Daniele trova posto dopo Ezechiele e il libro delle Lamentazioni dopo Geremia. Come ultimi vengono i cosiddetti "profeti minori" ordinati in modo simile alla Bibbia ebraica.


2. In altri modi ancora procede la Bibbia greca (LXX) che costituisce la base della Bibbia cattolica attuale. Essa presenta la seguente lista: il Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio) - Giosuè - Giudici - Rut - i 4 libri dei Rc (I e 2 Sam, I e 2 Re) - i due libri delle Cronache (Paralipomeni) - Esdra (con Neemia) - Ester (incluse alcune aggiunte rispetto al testo della Bibbia ebr.) - Giuditta - Tobia - i due libri dei Maccabei - Salmi - Proverbi - Ecclesiaste (Qoelet) - Cantico dei Cantici - Giobbe - Sapienza - Siracide - Osea
- Amos - Michea - Gioele - Abdia - Giona - Naum - Abaeuc - Sofonia - Aggeo - Zaccaria - Malachia - Isaia - Geremia - Baruc - Lamentazioni - Lettera di Geremia - Ezechiele - Daniele (con alcune aggiunte rispetto al testo della Bibbia ebr.: Susanna, Bel e il drago, la preghiera di Maria, il cantico dei tre fanciulli nella fornace). La Bibbia greca conta perciò più libri della Bibbia ebr. (esattamente 46).


3. I libri della Bibbia greca che non si trovano nella Bibbia ebr. sono chiamati 'apocrifi' nella Chiesa evangelica; 'deuterocanonici' nella Chiesa cattolica (libri biblici riconosciuti come ispirati in un secondo tempo). Bisogna però fare attenzione al fatto che anche la Chiesa cattolica parla di «apocrifi»: in questo caso, però, si tratta di libri diversi da quelli così denominati nella Chiesa evangelica; libri che in parte sono stati utilizzati da antichi scrittori ecclesiastici ma che non sono mai stati riconosciuti come libri biblici da tutta la Chiesa (3 Esdra, 3 e 4 Maccabei, Odi di Salomone, Salmi di Salomone).
In conclusione: quei libri che nella Chiesa cattolica sono chiamati «deuterocanonici» sono detti invece «apocrifi» nelle Chiese della Riforma. Quei libri, invece, che i cattolici chiamano «apocrifi» sono detti «pseudoepigrafici» dai protestanti.


Il. STORIA DEL CANONE EBRAICO


Come si e formato d canone biblico ebraico?
I.
Per rispondere a questa domanda molti studiosi ricorrevano a un «sinodo di lamnia» (o Iabne) che deve aver avuto luogo intorno al 95 d. Cristo. Solo in questo «sinodo» il c. giudaico sarebbe giunto a una forma definitiva.
Nuove ricerche hanno però dimostrato che: a) a Iamnia è certamente esistita una scuola giudeo-farisaica, ma non ha avuto luogo nessun «sinodo»; b) il c. giudaico era già chiuso prima della nascita di questa scuola (così ad es. TR. Eybers, S.Z. Leiman, J.P. Lewis, P. Schàfer). Presupporre l’esistenza di tale sinodo è dunque un errore di principio (S.Z. Leiman).


2. Per rispondere alla nostra domanda è meglio cominciare da Giuseppe Flavio, scrittore giudaico del tempo di Paolo (nato nel 37/38 d.C., morto ca. nel 100 d.C.).
Questi scrive nel suo trattato Contra Apionem, probabilmente del 95 d.C.:
«Presso di noi (s’intende: i Giudei) non si trovano miriadi di libri in contraddizione e in contrasto gli uni con gli altri, ma solo 22 libri che descrivono tutto il corso del tempo [cioè la storia giudaica); a buon diritto essi vengono considerati degni di fede. Ne fanno parte i cinque libri di Mosè... Dalla morte di Mosè ad Artaserse, che regnò sui Persiani dopo Serse, i profeti postmosaici hanno annotato gli eventi del loro tempo in 13 libri. Gli altri quattro (libri) contengono canti di lode a Dio e regole di vita per gli uomini. Anche per il tempo che va da Artaserse ad oggi ogni cosa è stata registrata ma questa descrizione non gode della medesima credibilità di quello che precede, poiché è venuta meno la vera discendenza dei profeti». (enfasi grafica aggiunta).
Giuseppe aggiunge che fino ad oggi nessuno ha osato aggiungere o togliere o modificare qualcosa in questi 22 libri (CtAp 1,38-42).
Se si può dar fiducia a Giuseppe, le sue affermazioni significano questo:


a) al suo tempo il c. giudaico è già fissato

b) esso è Sacra Scrittura alla quale nessuno può cambiare nulla (cfr. Dt 4,2; Ap 22,18 s.);

c) anche di fatto nulla vi è stato cambiato;

d) in questo canone non ci sono contraddizioni;

e) esso contiene 22 libri;

f) esso presenta tre suddivisioni:
la Tora (legge di Mosè), i Profeti, gli altri Scritti (Ketubim o Agiografi). Questo fatto corrisponde al c. ebr. attuale che si articola in Tora (i cinque libri di Mosè), i Profeti (da Giosuè a Malachia) e i cosiddetti «Scritti» (Ketubim, dai Salmi ai libri delle Cronache).
A proposito di questi 22 libri menzionati da Giuseppe regna un ampio accordo nella ricerca. I primi cinque sono quelli attribuiti a Mosè. 113 libri profetici sono costituiti da: Giosuè - Giudici e Rut - libri di Samuele - libri dei Re - Isaia - Geremia e Lamentazioni
- Ezechiele - Giobbe - il libro dei dodici profeti minori (da Osea a Malachia) - Daniele - Cronache - Esdra - Ester. Gli altri quattro scritti sono Salmi, Proverbi, Qoelet e Cantico dei Cantici.
Anche se l’ordinamento dei libri è in parte diverso, i 22 libri di Giuseppe coincidono esattamente col c. ebr. attuale. Giuseppe parla espressamente di un c. di tutti i Giudei e non solo del c. di una determinata setta religiosa (per es. dei Farisei).


3. I dati che abbiamo raccolto in Giuseppe verso il 95 dC. vengono confermati da 4 Esdra. In realtà questo scritto, che risale ca. agli anni 80-100 dC., parla di 24 libri biblici. Ma molto probabilmente 4Esd 14,44 ss. computa a parte Rut e Lamentazioni sicché in fin dei conti si ha lo stesso canone di Giuseppe.


4. Il filosofo giudeo Filone ca. 15/10 a.C., ca. 45/50 d.C.), contemporaneo di Gesù, può anch’egli confermare il quadro offerto da Giuseppe (De vita contemplativa 24).


5. Un’ultima conferma è fornita dal NT. Gesù e Paolo presuppongono un c. fisso delle Scritture Sacre (Gv 5,39; Rm 1,2; 1 Cor 15,3 s.). Lc 24,44 lascia intravedere la tipica tripartizione di questo canone: Tora di Mosè - Profeti - Salmi, che rappresentano gli «Scritti» (Ketubim o Agiograf cfr. anche Le 24,27). In Mt 23,35 Gesù comincia con un esempio preso dal primo libro del c. ebr. attuale (Abele, Gn 4,8 ss.) e termina con un esempio preso dall’ultimo libro (Zaccaria, 2 Cr 24,20 ss.). Se ne può concludere che Gesù utilizzava la Bibbia ebr. nella stessa estensione in cui la troviamo noi oggi (anche se l’ordine dei libri poteva in parte divergere).
Si deve tenere per fermo questo: tutti gl’indizi indicano che il c. ebr. era già chiuso al tempo di Gesù e dei suoi apostoli. Non costituisce obiezione il fatto che a 7 Qumran venissero utilizzati anche libri diversi da quelli del c. ebraico. In secondo luogo risulta che il c. ebr. di quel tempo era costituito dai medesimi libri del c. ebr. attuale.

6. Ora, quanto è antico questo c. ebraico Se si considera il libro del Siracide, scritto intorno al 175 a .C., ne emergono osservazioni simili a quelle tratte da Giuseppe e dal NT. La lode dei padri in Sir 44-49 comincia infatti con esempi presi da Genesi e termina con Neemia (49,15). Se è lecito supporre che il libro di Ester sia stato omesso per ragioni dogmatiche (avversione del sacerdote Ben Sira contro la festa di Purim), avremmo nel libro del Siracide la medesima sequenza di libri mosaici e profetici che è presente in Giuseppe, vale a dire dal tempo delle origini fino al tempo di Artaserse (Ne 2,1 ss). Avremmo anche un parallelo a quanto Gesù dice in Mt 23,35.
Sebbene manchi una certezza definitiva, è però fondata la supposizione che già al tempo del Siracide il c. ebr. fosse lo Stesso che al tempo del NT. Questo potrebbe essere confermato anche dal Prologo, scritto intorno al 130 a .C., che parla di una triplice divisione: Tora di Mosè - Profeti - Ketuhim.
7. In sintesi: le informazioni di cui disponiamo indicano che il c. biblico ebr., oggi usato dai Giudei e dalla Chiesa della Riforma, era già completo intorno al Il sec, a. Cristo. La sua formazione è stata progressiva: anzitutto la Tora nell’epoca postesilica, poi i Profeti (da Giosue a Malachia) fin verso il IV sec. a.C. e infine gli «Scritti.. (Ketubim) intorno al 11 sec, a. Cristo. Dopo questa data cambiò solo la disposizione dei libri biblici.


III. IL CANONE DELL’ANTICO TESTAMENTO NELLA BIBBIA CRISTIANA


1. La Chiesa cattolica ha definito autorevolmente il c. delle Sacre Scritture nel Concilio di Trento del 1546 (IV sessione, 8 aprile). Il testo conciliare presenta l’elenco completo dei libri riconosciuti canonici, elenco che corrisponde, per l’AT, a quello sopra dato per la LXX. Va notato che tutti i libri (deuterocanonici compresi, perciò) vengono collocati sullo stesso piano di dignità. Si dice infatti: . Il sinodo.., con uguale pietà e venerazione accoglie e venera tutti i libri, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, essendo Dio autore di entrambi’.. La definizione del Concilio si presenta come definitiva; continua, infatti il testo: «Se qualcuno non accetterà come sacri e canonici questi libri, nella loro integrità e con tutte le loro parti, come si è soliti leggerli nella Chiesa cattolica e come si trovano nell’antica edizione della Volgata latina:sia anatema". (enfasi grafica aggiunta).


2. Da parte protestante gli scritti di confessione si esprimono occasionalmente sul c. dell’AT.
Cosi dice la Con fessio Luterana Virtembergica del 1552: «Noi chiamiamo sacra scrittura quei libri canonici dell’Antico e del Nuovo Testamento sul cui valore non sono mai esistiti dubbi nella Chiesa.. (art. XXX). In questo modo i deuterocanonici furono esclusi dal c. biblico e il c. ebr. (AT) fu elevato a fondamento confessionale.
Le confessioni riformate fanno un altro passo avanti. La Con fessione Gallicana del 1559, che risale a un abbozzo di Calvino, recita nell’art. 3: «Tutta questa Sacra Scrittura è contenuta nei libri Canonici dell’Antico e del Nuovo Testamento’ . Segue poi una lista dei libri Vt. e nt.: in questa lista i libri Vt. sono ordinati secondo il c. ebraico, quindi dal Pentateuco a Malachia. Nell’art. 4 viene poi dichiarato: «Noi riconosciamo che questi libri sono canonici e costituiscono la regola sicura della nostra fede... Ne deriva: a) Tutti i libri dell’AT e del NT hanno il medesimo valore canonico, b) Tutti i libri dell’AT e del NT sono ispirati nello stesso modo (art. 5: «Noi crediamo che la parola contenuta in questi libri è uscita da Dio.’). c) I libri qui non menzionati, cioè i deuterocanonici, non sono riconosciuti come canonici e ispirati.
Su questa linea proseguono le successive confessioni riformate. Anche la confessione anglicana del 1571, i 39 articoli, enumera nell’art. 6 i libri canonici dell’AT ed esclude dal c. i deuterocanonici. Per l’AT essa nota espressamente nell’art. 7: «L’Antico Testamento non si oppone al Nuovo... In questo modo alla Chiesa viene consegnato il compito di interpretare entrambi i Testamenti considerandoli di eguale valore e di comprenderli come un’unità.


3. Tentiamo ora di descrivere ciò che e comune alla Chiesa riformata e alla Chiesa cattolica. Vi è concordanza sui punti seguenti: a) solo un numero definito di libri ha il diritto di stare nel c. della Bibbia cristiana; b) tutti questi libri sono ispirati; e) il c. dell’AT non è affatto di secondo rango rispetto al c. del NT; d) il "c. minimo" dell’AT, quale è presente nella Bibbia evangelica, non può venire ulteriormente ristretto; cioè, questi libri debbono in ogni modo essere contenuti in un c. cristiano dell’AT.
Oggetto di controversia è solo se questo "c. minimo" debba essere esteso e completato con i deuterocanonici.


4. Talvolta vi sono stati tentativi di espungere l’AT dalla Bibbia Cristiana. L’eretico Marcione, per esempio, nel sec. II dC. rifiutò di considerare l’AT come ispirato da Dio. Egli lo attribuì invece al "Demiurgo", il Dio dei Giudei e creatore di questo mondo che non sarebbe identico al vero Dio. Spesso, all’epoca dell’illuminismo, l’AT fu Considerato in una luce assai negativa. Il teologo J.S. Semler (1725-1791) s’accontentava di un "esodo" dall’AT che in pratica avrebbe portato all’eliminazione del c. veterotestamentario. Ma tutti questi tentativi sono falliti.


5. Dal fatto che il c. dell’AT appartiene al c. complessivo della Bibbia cristiana risultano conseguenze importanti:
a) In questo modo cristiani ed Ebrei possiedono una Bibbia comune, almeno per quanto riguarda l’AT. Il legame storico salvifico tra il popolo di Dio dell’Antica Alleanza e il popolo di Dio della Nuova Alleanza è così dimostrato in modo impressionante. Fino a che abbiamo l’AT nel c., non possiamo mai sciogliere questo legame con Israele.
b) L’associazione di AT e NT ci obbliga a cercare e a tenere ferma l’unità della Bibbia. Quando teologi cristiani considerano l’AT in opposizione al NT si pongono in contrasto col primo cristianesimo e con le decisioni della Chiesa, anzi in contrasto col NT stesso (cfr. 2 Tm 3,16; 2 Pt 1,21; Rm 1,2; 1 Cor 5,3-5).

e) La presenza dell’AT nella nostra Bibbia cristiana ci costringe a interpretare anche l’AT come parola di Dio e non solo come documento di una storia religiosa del passato. Cfr. l’affermazione di Paolo in 1 Cor 10,11 secondo cui l’AT è stato scritto «per nostro ammaestramento.., così come Eb 1,1 secondo cui «Dio in passato ha parlato ai padri mediante i profeti... Chi dice che nell’AT ci sono capitoli o libri interi privi di ogni significato per noi cristiani, finisce per dissolvere ancora una volta l’unità di entrambi i Testamenti.
d) Solo l’AT ci permette uno sguardo adeguato alla storia della salvezza. L’AT ci fa attenti alla necessità di una Nuova Alleanza, ci conduce a Cristo con la sua profezia, anzi ci fa conoscere le vie di Dio con l’umanità dai giorni della creazione. In questo modo esso diventa un documento unico della missione divina di Gesù Cristo.
e) D’altra parte l’AT deve essere compreso alla luce del NT. La cosiddetta chiave ermeneutica (chiave della Comprensione della Bibbia) si trova quindi nel NT. Solo il compimento svela tutto il senso della promessa. Solo il Figlio di Dio apparso sulla terra ci mostra quale sia veramente la volontà di Dio. E certo il NT non diventa l’antitesi dell’AT. L’AT rimane piuttosto il pedagogo a Cristo convalidato da Dio (GaI 3,24), rimane la parola del Padre per la quale Gesù ha reso grazie e lode e della quale poteva dire che non sarebbe caduta la più piccola lettera «fino a che tutto fosse compiuto.. (Mt 5,18).


Bibliografia: F.F.Bruve,TheCanonof Scripture, 1988; J.H. Eybers, Some Remarks about the Canon of the Old Testament, in Theologia Evangelica 1975, 88-177; F. Hesse, Das Alte Testament als Buch der Kirche, 1966; S.Z. Leiman, The Canonization ofHebrew Scripture. The Talmudic and Midrashic Evidence, 1976; J.P. Lewis, What Do We Mean by Jabneh, JBR 32 1964) 125-132; R.Meyer,GLNTV, 1969, 1175-1198; A.
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CANONE (NT). La storia del canone nt. abbraccia parecchi secoli. I fatti storici sono noti e ampiamente trattati, se si prescinde da qualche problema di datazione, per cui in sostanza tutte le presentazioni di questo particolare settore della storia della Chiesa si equivalgono. Più difficile è invece individuare i moventi, le finalità, le necessità, gli interessi e le idee che vi hanno influito. La storia del canone è infatti strettamente legata ad altre tematiche, come quella della Scrittura, della Chiesa, della fede, dell’autorità, della tradizione e della teologia. La Chiesa antica infatti ha impiegato molto tempo per giungere alla formazione del canone. Da un lato ha dato a se stessa abbastanza presto una solida base, costituita da scritti universalmente riconosciuti, ma dall’altro la fissazione finale dei 27 libri si è (atta attendere ancora per diversi secoli. E importante capire dunque cosa significasse la formazione del canone e quali concezioni vi fossero collegate. Può essere di qualche aiuto un cammino a ritroso, che segua il decorso storico dei fatti partendo dalla loro conclusione (e non, come di consueto, dal loro normale svolgimento cronologico).

 


I. LA FASE CONCLUSIVA DELLA FORMAZIONE DEL CANONE


Nel 367 d.C., nella sua XXXIX lettera pasquale Atanasio di Alessandria si attiene agli attuali 27 libri (i 4 Vangeli, gli Atti, le sette lettere cattoliche, le 14 lettere di Paolo, di cui faceva parte anche Ebrei, e Apocalisse). Essi costituirebbero le «fonti della salvezza»; solo in essi sarebbe annunciata la dottrina della beatitudine». Altri libri invece non sarebbero eanonizzati», ma servirebbero per la lettura ai neofiti (Sapienza, Siracide, Ester, Giuditta, Tobia, Didache, Pastore di Erma). Chi non accoglie questa lista e questa distinzione cade nelle falsificazioni maldestre degli eretici. Anche per motivi di semplicità, generalmente si considera l’anno 367 come la data di chiusura del canone nt.; tuttavia quanto Atanasio proponeva non era nuovo né rappresentava l’ultima parola. Nuovo era l’impiego del termine canone, e determinante dal lato storico era l’autorità dell’autore, che pose fine a una lunga e perdurante mancanza di chiarezza. La fissazione del c. ad opera di Atanasio esercitò inoltre un diverso influsso da regione a regione, perché al di fuori dell’Egitto essa si estese soprattutto in Occidente. Alcuni settori rilevanti della Chiesa d’Oriente seguirono ancora per lungo tempo la linea di Eusebio di Cesarea (efr. sotto), la cui lista canonica era praticamente identica a quella di Atanasio, ma rivelava un certo scetticismo nei confronti dell’Apocalisse di Giovanni (la cui canonicità fu contestata in Oriente fino al X secolo). Nella Chiesa latina la fissazione del c. ebbe luogo gradualmente verso la fine del IV sec., per influsso dell’Oriente (Atanasio, Gerolamo e al.), mentre nell’Africa settentrionale fu necessario un periodo di tempo più lungo (sinodi: 382 Roma, 393 Ippona, 397 Cartagine). In Occidente si contestava non l’Apocalisse, ma la lettera agli Ebrei, che alla fine fu allegata alle lettere di Paolo. In Siria il processo di adeguamento alla Chiesa greca durò fino al V secolo. Qui l’Armonia dei Vangeli (Diatessaron) di Taziano fu soppiantata solo a poco a poco dai quattro Vangeli «distinti». Difficoltà ancor maggiori incontrarono l’Apocalisse di Giovanni e le quattro lettere cattoliche minori (2 Pietro, 2 e 3 Giovanni, Giuda); per di più la Chiesa siriaca (Nestoriani) si separò, e questo portò all’osservanza di c. differenti.

Cosa significò la «fissazione del canone»? Anzitutto una decisione chiarificatrice, che voleva porre dei limiti. Il contenuto essenziale del NT e la sua validità erano fissati da tempo. Ne facevano parte:
Matteo, Marco, Luca, Giovanni ( la Siria col Diatessaron costituisce un caso speciale), Atti, 13-14 lettere di Paolo (faceva problema Ebrei), 1 Pietro,1 Giovanni, Giacomo (in parte discussa), Apocalisse (discussa in Oriente). Problematica restava la validità dei restanti libri nt. (oltre a Ebrei, Apocalisse e in parte Giacomo restavano problematici spec. 2 Pietro, 2 e 3 Giovanni, Giuda) e di alcuni scritti della Chiesa antica (1 e 2 Clemente, Didache, Lettera di Barnaba, Pastore di Erma; cfr. “Padri apostolici). Su questo esisteva da molto tempo una certa dose di incertezza. La canonizzazione fu in primo luogo un” elencazione» chiarificatrice, ma fu anche la definizione di una base comune di dottrina e di fede. Indubbiamente una simile base già esisteva, ma l’unità costituita dalla fede, della dottrina, dalla Chiesa e dalla liturgia esigeva che si facesse chiarezza. Vi erano anche questioni pratiche, tra cui soprattutto la necessità di fissare un testo nt. su cui redigere le grandi copie della Bibbia nel periodo della Chiesa imperiale nascente. (Il Codice Sinaitico, scritto intorno al 350, riporta p. es. Apocalisse dopo la Lettera di Barnaba e il Pastore di Erma, mentre il Codice Alessandrino, dcl V sec., contiene ancora I e 2 Clemente). Questa delimitazione servì a tracciare dei limiti di fronte a ogni genere di eresie che continuavano a divulgarsi; questa decisione non nascondeva però in se stessa alcun problema. Vista nell’insieme, essa aveva ancora bisogno di una decisione chiarificatrice o, per meglio dire, di una sorta di ratifica delle decisioni già maturate.


Il. LA FASE DI MATURAZIONE


La Chiesa aveva potuto vivere (e a quanto pare anche bene) per circa 150 anni in una situazione in cui il canone non era ancora fissato. Dalla fine del Il sec., sia in Occidente sia in Oriente (a prescindere dalla Siria) il NT era fissato nelle sue parti essenziali. L’indice più antico degli scritti nt. che ci è stato conservato, il cosiddetto Canone Muratoriano (fine del Il sec., Roma), menziona i 4 Vangeli (per i quali ricorda la testimonianza oculare), gli Atti, le lettere di Paolo a 7 comunità (numero simbolico) e a 4 persone singole (Filemone, Tito, 1 e 2 Timoteo), 3 lettere cattoliche (Giuda, due lettere di Giovanni), la Sapienza di Salomone (!), l’Apocalisse di Giovanni e quella di Pietro (quest’ultima non veniva però letta in tutte le Chiese). Il Pastore di Erma era ammesso per la lettura privata, ma non per la liturgia pubblica; poichè infatti era stato scritto poco tempo prima, non era apostolico. Questo elenco rifiuta inoltre altri scritti (eretici).
Più o meno della stessa opinione sono Ireneo (dal 178 vescovo di Lione), Clemente Alessandrino (+ ca. 215) e Tertulliano ca. 150-225). Tutti e tre nominano i quattro Vangeli (per Ireneo il quattro è un numero simbolico), e inoltre le lettere di Paolo (13 per Ireneo e Tertulliano, 14 per Clemente Alessandrino, che ritiene Ebrei paolina) e gli Atti. Mentre per Ireneo il resto del c. nt. non è ancora fissato, Clemente Alessandrino e Tertulliano accettano probabilmente anche 1 Pietro, 1 Giovanni, Giuda e Apocalisse. Mancano dunque alcune lettere cattoliche (fra cui Giacomo). Clemente Alessandrino menziona invece ancora altri scritti (oltre a Barn, 1 Clem, Did, il Pastore di Erma e altri, anche l’Apocalisse di Pietro).

Nel corso del III sec, e all’inizio del IV il quadro; non è mutato nelle sue linee generali. L’autorità dei Vangeli, delle lettere di Paolo e di Atti era fissata da molto tempo. A questi scritti si erano aggiunte le grandi lettere cattoliche (1 Pietro, 1 Giovanni), mentre sulla Ioni scia quelle minori (2 Pietr;, 2 e 3 Giovanni, Giuda) acquistavano un maggior valore. Fu invece necessario un tempi) più lungo per Giacomo;, di cui esistono testimonianze sicure all’incirca dal 200, in primo luogo in Palestina e in Egitto, mentre l’Occidente e la Siria esitarono a lungo ad accettarla. Le discussioni (già menzionate) intorno; a Ebrei in Occidente e in Oriente risalgono a molto tempo prima. Nel caso di Ebrei la paternità del libro  ancora in sospeso, faceva sorgere qualche dubbio per un certo periodo si ritenne che i suoi autori fossero Barnaba, Clemente o Luca, finché a cominciare da Alessandria si andò affermando la paternità paolina, assicurandone così l’origine apostolica. Fu però di ostacolo la questione della seconda penitenza (cfr. Eb 6,4-8 e la prassi rigorosa, sostenuta dai Montanisti e dai Novaziani). Anche nel caso di Apocalisse la paternità e il suo uso da parte degli eretici crearono qualche difficoltà. Come tutti gli scritti giovannei, anch’essa era stata messa in cattiva luce dal fatti; di essere troppo divulgata tra gli eretici. Per contrastare i Montanisti e gli altri apocalittici estremisti, si tendeva a respingere la letteratura di indirizzo apocalittico. Origene perciò non fa più menzione dell’Apocalisse di Pietro, mentre Clemente Alessandrini; l’aveva ancora commentata. Dionigi, vescovo di Alessandria dal 247 al 265, in base ad un confronto  linguistico, stilistico e di contenuto, l’attribuiva ad un autore diverso da quelli; del Vangeli; e delle tre lettere. In Oriente ambedue gli aspetti, l’uso da parte degli eretici e la questione dell’autore, crearono per lungo tempo delle difficoltà per quanti; riguarda l’Apocalisse.
Mentre dunque la base del canone era già molto chiara, c’era bisogno di una maturazione per i suoi aspetti marginali. Tale processo di maturazione non era solo teologico, ma anche ecclesiastico. Il riconoscimenti; generale di certi scritti supponeva un consenso che nella situazione di quel periodo (caratterizzata anche dalle persecuzioni) era tutt’altro che facile da raggiungere in tutte le province, e che in mancanza di un organismo a ciò deputati; doveva crescere spontaneamente. Un aiuto essenziale fu offerto in proposito da studiosi come Origene ca. 185-254) ed Eusebio di Cesarea (ca. 260-340), che introdussero un sistema simile a quello della letteratura classica. Origene stilò una prima classificazione seguendo il principio del riconoscimento  universale o maggioritario in tutta la Chiesa. Essi ; distingueva fra:


1. Libri universalmente accettati: i 4 Vangeli, le 13 lettere di Paolo, 1 Pietro, 1 Giovanni, Atti e Apocalisse (), ma anche Lettera di Barnaba.
2.
Libri discussi: 2 Pietro, 2 e 3 Giovanni, Ebrei, Giuda; inoltre il Pastore di Erma e Didache, e forse anche il cosiddetto Vangelo degli Ebrei (!).
3. Falsi: Vangelo degli Egiziani, di Tommaso ecc.

La classificazione di Eusebio batte strade simili:
Per il nr. 1: anche per lui sono universalmente riconosciuti i 4 Vangeli, Atti, le 14 lettere di Paolo (compresa Ebrei), i Pietro, i Giovanni.
I libri discussi andrebbero invece suddivisi come segue:
Per il nr. 2: a) riconosciuti dalla maggioranza: Giacomo, Giuda, 2 Pietro, 2 e 3 Giovanni; b) scritti spuri: tra di essi il Pastore di Erma, l’Apocalisse di Pietro, la Lettera di Barnaba.
Il terzo gruppo contiene anche qui dei falsi chiaramente respinti; per carattere, forma e contenuto essi non sarebbero nè apostolici né ortodossi. Eusebio era indeciso riguardo ad Apocalisse, e la collocò sia nel gruppo 1 sia nel gruppo 2b. Se si prescinde da questo, i gruppi 1 e 2a costituiscono già il nostro NT; era però necessaria ancora la decisione chiarificatrice. Il consenso sul c. era maturato lentamente ma con molta cura. Ci si era orientati a seguire convinzioni sviluppate e affermate nella Chiesa, che a loro volta seguivano soprattutto i criteri dell’età (origine nel periodo apostolico) e dell’autenticità (contenuto conforme al vangelo); vi contribuirono però anche alcuni aspetti pratici (universalità del messaggio nelle lettere minori; uso nelle Chiese). In proposito non si sviluppò invece alcuna regola fissa o addirittura rigida.


III. LA FASE DELLE CONTROVERSIE


La necessità di distinguersi rispetto alle eresie aveva giocato ancora un certo ruolo anche nel III e IV sec.; la storia del canone fu però fortemente influenzata da questo problema nel corso del II secolo, anzi divaricazioni principali che interessarono la formazione del canone ebbero luogo proprio in questo periodo. Nonostante movimenti turbolenti e macchinazioni segrete, si realizzò in questi secoli uno sviluppo senza dubbio lineare.
Lo sviluppo continuo e coerente comprendeva tre punti essenziali:


1. l’importanza crescente che con il passare del tempo andava assumendo la fase iniziale del cristianesimo e la sua autorità (le «parole del Signore» e degli apostoli);
2. la formazione di un «Nuovo» Testamento accanto all'Antico»;
3. la crescente importanza acquisita dalla «Scrittura» rispetto alla tradizione orale, indubbiamente più viva, ma sempre meno controllabile.


Questi tre fattori si influenzarono a vicenda. L’interesse maggiore fu ovviamente rivolto alla tradizione su Gesù, alle «parole del Signore», «al vangelo» oppure ai Vangeli»: questo già nel 115 d.C. (Ignazio), e poi anche nella Didache (ca. 120), in Papia ca. 110-130), in 2 Clemente (ca. 130-140), in Barnaba (ca. 130-135) e nella Lettera ai Filippesi di Policarpo (di difficile datazione: per certi versi intorno al 115, per altri eventualmente anche 20-30 anni dopo). Papia esaltava indubbiamente ancora la tradizione orale, ma come altri sottolineava l’importanza e l’antichità delle tradizioni sulla base della testimonianza oculare dei discepoli. Si alternano tra loro espressioni come «dice il Signore», «nel Vangelo», « la Scrittura », «sta scritto. Giustino Martire (+ ca. 165) menziona «le memorie degli apostoli» (Vangeli), che erano lette nella liturgia; esse provenivano «dagli apostoli o dai loro successori. La parte evangelica del NT (i nostri 4 Vangeli) si è affermata sempre come l’autorità più alta per i cristiani. La redazione di un’Armonia evangelica dei vangeli per opera di Taziano ca. 175) può essere eventualmente interpretata come un indizio del fatto che la tradizione non si era ancora totalmente consolidata, ma potrebbe anche essere vista come risultato di un’attività didattica, missionaria o pastorale, che presupponeva già il riconoscimento dell’autorità indiscussa dei quattro Vangeli; in ogni caso essa rimase un’eccezione. All’incirca dal 150 in poi i 4 Vangeli godettero nella Chiesa della stessa considerazione canonica dell’AT. A ciò si aggiunse dall’inizio del Il sec. l’apostolikon, costituito principalmente dalle lettere di Paolo; Atti costituiva una parentesi contenutistica tra i due gruppi. Le lettere di Paolo erano state raccolte già molto presto; intorno al 150 l’autorità di Paolo fu temporaneamente coinvolta in alcune discussioni (cfr. più avanti), ma dal 180 ca. la parola dell’Apostolo venne praticamente messa sullo stesso piano dei Vangeli. Nel c. si annoverano inoltre anche 1 Pietro, 1 Giovanni (ambedue note già in Papia e Policarpo) e Apocalisse (così in Papia e Giustino).
Lo sviluppo fu caratterizzato da due tendenze; la prima tendeva ad un canone molto più ampio, la seconda ad un canone breve. Il II sec. vide la nascita di parecchi movimenti gnostici, apocalittici ed estatico-pneumatici. Il ruolo dello Spirito che si esprime in modo profetico-estatico fu di conseguenza sminuito (montanismo). Entrarono in circolazione un gran numero di dottrine e rivelazioni segrete, come ci mostrano i ritrovamenti di vere e proprie biblioteche di Nag Hammadi. Agli gnostici stava particolarmente a cuore l' "insegnamento supplementare" dei discepoli da parte di Gesù; essi facevano appunto affidamento su una rivelazione ulteriore, in cui la concezione della rivelazione era fortemente atemporale ed esoterica, benché esistessero anche alcuni punti di contatto con la tradizione evangelica universalmente accettata nella Chiesa (per es. il Vangelo di Tommaso, di Filippo, della Verità ecc.). A questi scritti teologicamente devianti se ne aggiunsero altri di impronta popolare (p. es. gli Atti di Paolo, di Pietro, di Giovanni e altri), a prescindere dai cosiddetti “Padri apostolici (Didache, I e 2 Clemente, Lettera di Barnaba, Pastore di Erma) e dalla letteratura giudeo-cristiana. A tutta questa marea di scritti si doveva porre un limite; nella cosiddetta «grande Chiesa» ci si attenne perciò alla tradizione provata. Per un certo periodo si sollevò qualche ombra anche su Giovanni; intorno al 170 i cosiddetti alogi, antimonatinisti, rigettarono Giovanni e Apocalisse come presunti prodotti dello gnostico Cerinto, per il fatto che Giovanni era molto in voga tra gli gnostici. Sull’altro versante entrò in campo talvolta anche Paolo, perché Marcione si richiamava soprattutto a lui. Intorno al 140 Marcione propagandò un c. breve (Luca e 11) lettere di Paolo, senza I e 2 Timoteo nè Tito) e rifiutò contemporaneamente l’AT, perché il Dio di quest’ultimo sarebbe diverso da quello annunciato da Gesù e Paolo. Sulla scorta di questa teologia Marcione «purificò» anche gli scritti del suo canone. Egli non fu il primo a creare un c., ma poté richiamarsi a raccolte canoniche gia esistenti. Difendendo un preciso principio, provocò però per reazione una presa di distanza dalle sue idee e un chiarimento di fondo.
La formazione del canone nel Il sec. fu così una vicenda intrisa di uso e abuso, di raccolta e cernita, di giusta misura tra il troppo e il troppo poco, di controversie a destra e a sinistra, di schiettezza e fermezza. Di fronte ai compiti da assolvere e ai problemi da risolvere, la continuità e l’equilibrio dimostrati appaiono sorprendenti. Si Conosceva l’esistenza di un patrimonio intangibile di materiale largamente affermato; ad esso ci si affidò, portando la Chiesa a riconoscerlo come seconda parte della Bibbia. Questo sviluppo è comprensibile solo se le basi della formazione del c. erano già presenti nel I secolo.


IV. LA FASE INIZIALE


La datazione degli scritti nt. e in qualche caso incerta; non si può tuttavia andare oltre l’anno 100. Non abbiamo purtroppo molte informazioni relative a questo lasso di tempo. Non sappiamo così con certezza quando si arrivò a riunire insieme i tre Vangeli sinottici o i quattro Vangeli; I Clemente (scritta nel 96 a Roma), Ignazio )ca. 115) e Didache (ca. 120) non si esprimono con chiarezza in proposito, mentre solo Papia ca. 110/130) lo fa. Per molto tempo ci furono ancora solo tradizioni orali su Gesu; tuttavia all’incirca dall’anno 125 possiamo prevedere che esistesse un nucleo piuttosto preciso, comprendente i quattro Vangeli. Nella cosiddetta  "grande Chiesa" questi quattro Vangeli (Matteo, Marco, Luca, Giovanni) non furono mai oggetto di una seria concorrenza; solamente gnostici e giudeo-cristiani dei quali sappiamo poco; Vangelo degli Ebrei?) batterono per certi versi altre strade. Importante è inoltre il fatto che l’autorità di Gesù fosse assolutamente indiscussa; il contenuto stesso dei Vangeli invitava dunque alla loro canonizzazione. La  " parola del Signore" non si collocava solo accanto all’AT, ma ne forniva anche una spiegazione (Mt 5), poiché Cristo era il compimento dell’antica alleanza (p. es. Mt 1-3; 5,17-20; Le 24; At 2; 2 Cnr 1; GaI 3; Ef 1; I 1k 1; Ebrei). Il NT si sviluppo come un «libro su Cristo» (H. von Campenhausen). Nelle comunità i Vangeli venivano utilizzati per diversi scopi (lettura nella liturgia, insegnamento, annuncio, missione, apologetica). Indipendentemente dalla loro redazione definitiva, questo sviluppo iniziò p. es. quando Paoilo fu in grado di addurre ordini ricevuti dal Signore ( 1Cor 7,10.25; 9,14), quando si raccolsero le controversie e gli insegnamenti di Gesù )p. es. Mc 2,1-3-6), quando il materiale del discorso della montagna fu usato in modi diversi e la passione fu raccontata molto presto),mettendo in evidenza il suo svolgimento Mc 14- 16) e il suo significato (1 Cor 15,1ss).


La sezione apostolica del NT ci fornisce ottime informazioni sulle lettere di Paolo. Esse non erano solo scritti occasionali, legati a una determinata situazione, ma parola apostolica fissata per iscritto e indirizzata» (alla comunità), che rivendicava una propria autorità (Berger). Paolo era perfettamente consapevole di ciò che il
vangelo è e di ciò che non è (Gal 1; 2 Cor Il), ed egli conosceva inoltre il ruolo insostituibile degli apostoli come testimoni della risurrezione (1 Cor 9 e 15). Anche il possesso dello Spirito aveva una sua importanza (1 Cor 7,40). Le lettere erano lette ad alta voce nelle comunità, le quali se le scambiavano tra di loro (1 Ts 5,27; Col 4,16 ecc.). E probabile che in questo contesto si sia arrivati ben presto a qualche raccolta di lettere (2 Pt .3,15 s.), ma solo verso la fine del secolo potrebbe essersi delineato un canone paolino’. (eventualmente ancora senza le lettere pastorali; cfr. Marcione). Alla formazione dell’intera sezione apostolica del NT cooperarono ancora tutta una serie di altri fattori: la ricezione di materiale proveniente dalla predicazione e dalla catechesi (Ebrei, I Pietro, Giacomo) e l’accoglienza riservata al patrimonio innico-liturgico (Efesini, Colossesi, Apocalisse), l’esposizione del piano salvifico di Dio che prosegue nella Storia (Atti), e l’insegnamento sulla condotta di vita. Tutto questo fu comunicato alle comunità non perché operassero una loro scelta, ma nella certezza di dar loro l’orientamento necessario. Fin dalla sua nascita anche la sezione apostolica del NT esigeva dunque di essere accettata come vincolante.


V. GIUDIZIO COMPLESSIVO


La storia del c. nt. abbraccia un periodo di tempo molto lungo. La mancanza di fretta fa pensare a un’ampia percentuale di consenso, continuità e fiducia. La fiducia era possibile solamente perché assai presto ci si era
orientati su una base comune, ritenuta vincolante. La situazione era facilitata dal fatto che grazie all’AT la Chiesa non si era mai trovata senza una Sacra Scrittura. Essa si affido a quanto era già collaudato; non creò il canone con un atto decisionale di diritto proprio, ma aderì a quanto le era stato «consegnato» nel periodo della sua fondazione. Il richiamo a quanto è originario sia in senso cronologico sia sotto il profilo del contenuto costituiva perciò il criterio essenziale per la canonizzazione, senza che si dovessero sviluppare speciali teorie sulla rivelazione o sull’ispirazione. Per la canonizzazione c’era ovviamente bisogno dell’intervento di chi aveva il potere di decidere, e la cui parola era autorevole, Il processo di formazione giunse pero al suo termine in diverse tappe, e non con un unico atto della Chiesa universale. Chi doveva decidere tenne conto sia dell’apostolicità» (un documento delle origini cui si collega la «vicinanza col Signore») sia dell' universalità», ossia del consenso di tutta la Chiesa.
La
formazione del c. nt. percorse una strada intermedia tra c. breve e c. lungo. L’attenzione per quanto era originario impedì sia di restringerlo come faceva Marcione —, sia di accogliervi altri scritti dimenticandone la sua integrità come facevano gli gnostici o la devozione popolare. Su tutt’e due i fronti il c. fu come un orientamento di base, con un valore vincolante, ma nel quale sussistevano alcune tensioni (quattro diversi Vangeli, Rm 13 e Ap 13, Paolo e Giacomo ecc.), anche in tal modo si riconobbe l’unità del NT, senza preferire invece un’  "armonia evangelica" nello stile di Taziano. Non resta altro che ammirare la saggezza, la prudenza e il coraggio della Chiesa primitiva in questa sua scelta: nessuno avrebbe potuto fame una migliore.
Questo orientamento di fondo non creò però un nuovo rapporto con gli scritti nt.; anche in precedenza essi venivano utilizzati per l’insegnamento, la liturgia ecc. La novità della canonizzazione consisteva nella «definizione di un certo ambito, per chiarire dove (scorrono) le fonti della salvezza» (Atanasio) e dove invece esse non arrivano.


Bibliografia: H. von Campenhausen, Die Entstehung des biblischen Kanons, 1968; B.S. Childs, The New Testament as Canon. An Introduction, 1985; V. Mannucci, Il canone delle Scritture, in R. Fabris e altri a cura di), Introduzione generale alla Bibbia. 1994, 375- 395 L .M. McDonald, The Formatiori of the Christian Biblical Canon, 1988; B.M. Metzger, The Canon of the New Testament. Its Origin, Development and Significance, 1987 J.M. Sànchez Caro, Il canone della Bibbia, in A.M. Artola - J.M. Sànchez Caro (a cura di), Bibbia e parola di Dio.
1994, 51-115. w.p.