Dalla cena del Signore alla Messa
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1Corinzi 11:23: "Poiché ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, 24 e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 25 Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. 26 Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga»." Introduzione La cerimonia che i protestanti o meglio gli evangelici chiamano "Cena del Signore" o più spesso ancora "Santa Cena", viene definita dai cattolici con il termine "Eucaristia", per cui, quando uno vi ha partecipato materialmente, essi dicono: "Ha fatto la comunione". Mentre per gli evangelici la parte centrale del culto è costituita dal "Sermone", che è una riflessione basata sulla Bibbia, per i cattolici questa è sostituita dall'Eucaristia che, circondata da una serie di atti liturgici, costituisce la "Messa" che sta al centro del culto e viene celebrata spesso sia alla presenza di persone sia che non vi assista nessuno. Presso gli evangelici, la Santa Cena ha una frequenza che, mediamente varia da una volta al mese a una volta ogni trimestre e forse anche più; ha un grande valore ma non è indispensabile alla celebrazione del culto. Nel cattolicesimo, invece, "la Messa sta al centro del culto, dell'omaggio che la chiesa offre a Dio; è la preghiera per eccellenza della chiesa e del Cristo offerto da essa stessa aDio" (1). Quindi, non c'è giorno, e soprattutto non c'è domenica, in cui ogni chiesa cattolica non celebri la Messa. Per molti protestanti è diverso: essi ritengono che il culto sia superiore come livello di pensiero che di rito. Per loro la differenza fondamentale su questo tema sta nel fatto che la Santa Cena ha un valore puramente simbolico mentre la Messa (useremo un po' forzatamente questo termine come sinonimo di Eucaristia) ha per i cattolici significato di ripetizione o di continuazione del sacrificio di Cristo. Essi ritengono che Gesù, porgendo ai discepoli il pane e il vino con le parole: "... questo è il mio corpo ... questo è il mio sangue" usasse tali termini in senso letterale. Perciò la Chiesa Cattolica Romana insegna che ogni volta che un fedele ingerisce un'ostia consacrata si ciba veramente e materialmente del corpo di Nostro Signore. Da ciò scaturisce con estrema evidenza l'importanza da essa attribuita alla Messa. Dunque, i due riti riportati nel titolo del presente studio hanno la medesima origine nella famosa ultima Cena. Solo che nei secoli il loro significato e le modalità si sono notevolmente divaricati. I protestanti credono di rispecchiare il significato originario della cerimonia asserendo che il cattolicesimo lo abbia gradualmente stravolto. Il titolo implica infatti questo punto di vista. E siccome la cosa è più importante di quanto talvolta non si pensi ai nostri giorni (nei secoli passati vi furono grandi dispute e divisioni a causa sua), vale la pena di dedicargli un po' di attenzione. 1. Piccolo excursus Dice la Scrittura: Matteo 26:26 Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo». 27 Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, 28 perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati."... fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. 26 Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga»." (1 Cor 11:25-26). Giovanni 6:53 Perciò Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi. Decretarono i Concili Laterano IV e di Trento (1546-1568): "Il corpo e il sangue di Cristo sono veramente presenti nel sacramento dell'altare sotto la specie del pane e del vino essendo, mediante la potenza divina, transustanziati nel corpo e nel sangue del Signore" (2) Concilio Laterano IV. "Poiché il Cristo, nostro Redentore, ha detto che ciò che offriva sotto la specie del pane era veramente il suo corpo, nella chiesa di Dio vi fu sempre la convinzione, e questo santo Concilio lo dichiara ora di nuovo, che con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla santa Chiesa Cattolica "transustanziazione" " (3). Insegna il recente Catechismo della Chiesa Cattolica (1992): "Il culto dell'Eucaristia. Nella liturgia della Messa esprimiamo la nostra fede nella presenza reale di Cristo sotto la specie del pane e del vino, tra l'altro con la genuflessione, o con un profondo inchino in segno di adorazione verso il Signore. "La Chiesa Cattolica professa questo culto latreutico al sacramento eucaristico non solo durante le Messa, ma anche fuori della sua celebrazione, conservando con la massima diligenza le ostie consacrate, presentandole alla solenne venerazione dei fedeli cristiani, portandole in processione con gaudio della folla cristiana" (4). 2. Enunciazione sintetica della verità evangelica Come già detto nell'introduzione, o lasciato intendere, i vangeli, le epistole, insomma tutto il Nuovo Testamento, mostrano chiaramente, e lo dimostreremo più avanti, che il senso delle parole di Gesù riportata nei tre testi sopra citati, hanno una portata spirituale e non materiale. E' vero che da quel momento i cristiano cominciarono a celebrare la Santa Cena, ma lo facevano "in memoria" del sacrificio di Cristo e non per ripeterlo e prolungarlo. Il credente, nel ricordare in modo così efficace il grande amore del Signore che nulla ha risparmiato pur di salvarlo, è commosso e indotto al pentimento, proprio perchè sente lo stridente contrasto tra l'abnegazione di Gesù e il proprio egoismo. L'efficacia dei simboli, pane e vino, sta proprio nel risvegliare nel credente "la parte migliore di sé" che consiste nell'aver scelto di seguire il Maestro che insegnò, con la parola e con l'esempio, come sia "più felice cosa dare che il ricevere". Ma il credente, in quanto tale, non considera Gesù soltanto come il più grande maestro di ogni tempo; lo vede come "Figlio di Dio" che è risuscitatato e asceso al cielo, promettendo: "Io sono con voi sino alla fine dell'età presente" (Mt 28:20), per cui realizza il senso della "presenza reale" del Cristo non nel pane e nel vino ma nel mondo e nella nostra vita per aiutarci, anche se invisibile. Il pane e il vino che sono nutrimento, parte di quella gamma di cibi e bevande di cui l'uomo ha bisogno per la vita, per acquistare forze, sono lì per dirci che per vivere una vita nuova bisogna capire, accettare e confermare la grande verità secondo cui con Cristo si deve avere un rapporto continuo, come lo si ha con gli altri alimenti: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio" (Mt 4:4). La concezione evangelica della Cena del Signore ci dice anche che questo rapporto si realizza ogni giorno, se lo si desidera, anche attraverso interventi diretti del Cristo vivente nella vita di ognuno e non mediante la costante memoria e meditazione del suo insegnamento. In questo senso c'è veramente qualcosa di soprannaturale e non solo di carattere psicopedagogico; in ciò rientra il senso della preghiera. Chi recepisce che in questo modo il messaggio dei due simboli e delle parole che li accompagnano non si limita a ricordare il più grande evento passato e a trarne beneficio per il presente, ma si prepara veramente per il ritorno promesso del Signore: si prepara e lo annuncia agli altri: "Poiché ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore finch'egli venga". La chiesa, che vuol dire "assemblea dei credenti", comunità, vive grazie a questo rito un momento di intensa comunione di ideali e di affetto. Almeno così dovrebbe essere. Per la verità non lo era completamente, anzi lo era piuttosto poco allorché Gesù cenò quella volta con i suoi discepoli. Tuttavia, con quel rito il Signore voleva cementare l'unità, prepararla, proporla a loro e a noi: "... Giovanni 17:21 che siano tutti uno; ... Giovanni 17:20 Non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola ...Giovanni 17:17 Santificali nella verità: la tua parola è verità. Quindi unità ma non a prezzo della verità. L'unità, però, non può esistere se si mantengono sentimenti di orgoglio, di ambizioni egoistiche, discriminazioni ... Anche la lavanda dei piedi che si svolse prima della cena in cui Gesù fece la parte del servitore nei confronti dei suoi fratelli, che solo poco prima si erano adombrati per le aspirazioni manifestate nei confronti dei primi posti in un "regno di Dio terreno" che essi credevano che stesse per instaurarsi, anche la lavanda dunque, vuol far capire all'uomo che senza spirito di servizio, senza vera umiltà non si realizza l'unità ma solo divisioni e dispute, talvolta con un corollario di tragedie, come conferma anche la storia della cristianità. 3. Motivi che hanno stravolto la concezione originaria Seguendo un breve tracciato del percorso storico di questo sacramento, possiamo renderci conto di come esso si sia "evoluto" e coglierne anche una serie di ragioni. Finora abbiamo usato alcune volte il termine senza conoscerne il significato preciso: sacramento. E' la Chiesa Cattolica che lo usa con più frequenza in riferimento all'Eucaristia, considerata appunto uno dei suoi sette sacramenti, mentre i protestanti, in genere, ne riconoscono soltanto due: il Battesimo e la Santa Cena. La parola "sacramento" deriva dal latino sacramentum, ovvero "cosa sacra" che anticamente aveva anche assunto il significato di "giuramento solenne e impegnativo". Il termine è dunque piuttosto appropriato per alcuni versi. Il problema sorge invece quando il rito si trasforma in qualcosa di magico che infonde la grazia, la benedizione di Dio, per il solo fatto di compierlo (ex operato), quando, cioè, da simbolico e commemorativo diventa operante di per sé nella sua materialità. Ed è quello che purtroppo è diventato nel corso dei secoli. Infatti, che cos'è la Messa se non il rito principale del culto cattolico romano "... durante il quale i sacerdoti affermano che per virtù delle parole sacramentali da loro pronunciate, l'ostia viene trasformata materialmente nel corpo, e il vino nel sangue di Cristo"? (5). Come e in che modo si è giunti a questo?
- quella simbolica già esistente - un'altra simbolico-mistica - una terza annunciante la teoria dell'associazione della carne e del sangue di Cristo agli elementi visibili Ma nessun scrittore cristiano dei primi quattro secoli esprime il pensiero di una tramutazione della sostanza degli elementi. Tutt'al più si tratta di associazione, non di transustanziazione. Né il sacrificio che la Cena significa è espiatorio, ma lo si considera come sacrificio di rendimento di grazie, come offerta di gratitudine, l'Eucaristia (8);
Questa dottrina, di cui in clima ecumenico si cerca di discutere il meno possibile, almeno con la vis polemica dei tempi passati, è però importantissima. In un tempo di secolarizzazione che investe anche le chiese può sembrare irrilevante. Ma non è così, perché essa comporta il senso del rapporto fra il credente e il suo Dio; determina, assieme ad altre, il modo in cui il clero si pone nei confronti dei laici e anche il senso dell'appartenenza alla propria chiesa. Uno dei motivi, se non il principale, dell'allontanamento dal pensiero cristiano originale in questa materia può essere stato, come abbiamo visto, l'aver voluto introdurre nella chiesa interi popoli che seguivano i loro monarchi che si erano convertiti, per fede o per calcolo, a una fede rappresentata da una chiesa divenuta potente. Fare discepoli, senza prepararli adeguatamente sulle Sacre Scritture e senza verificarne per quanto possibile la conversione individuale, fa ulteriormente aumentare il numero e il potere politico-spirituale nonché economico, ma impoverisce la fede e l'allontana dalla sana dottrina, perché troppi sono i compromessi cui bisogna sottostare. Anche il voler armonizzare la fede con la filosofia che un tempo godeva del prestigio di cui gode ora la scienza, ha fatto sì che questa e altre dottrine traessero argomenti dal neoplatonismo prima e dalla scolastica poi. Non è questa però la sede per entrare in ulteriori particolari di questa direzione. Non è detto però che ci sia sempre stata la malafede all'origine di questo, anzi, spesso sarà stato il desiderio di vedere la chiesa trionfare sulle prepotenze e sulle obiezioni, ma è mancata la dovuta vigilanza e si sono usati i mezzi sbagliati. 4. Innocenzo III, il più assoluto dei papi Innocenzo III è famoso per l'enorme potere che riuscì a concentrare nelle proprie mani. Lanciò crociate, rese potenti regni suoi vassalli e tributari, lottò contro gli imperatori, sviluppò l'Inquisizione, convocò il Concilio Laterano IV e ... incontrò S. Francesco, riconoscendone l'ordine ma senza seguirne l'esempio. Regnò come papa diciotto anni (1198-1216). Cinse la tiara a soli trentasette anni. "Discendeva per parte di padre da un'antica famiglia di stirpe tedesca e per parte di madre da una nobile casata romana. Aveva compiuto i suoi studi a Parigi e a Bologna, e si era laureato in scolastica e in giurisprudenza. Giovanissimo, aveva abbracciato la carriera ecclesiastica e servito come chierico un paio di papi. Sotto Clemente III era stato eletto cardinale ... Uomo di grande intelligenza, autoritario, prepotente e ambizioso. Come per Gregorio VII, anche per lui il papato era uno strumentum regni. Alla chiesa, l'impero doveva sottomettersi perché era essa, in nome di Dio che lo legittimava." (15). "Lavoratore indefesso e tenace ... Si sentiva in tutto e per tutto il rappresentante di Cristo in terra, inferiore a Dio ma superiore agli uomini. Di conseguenza, si arrogò la prerogativa di arbitro delle vicende europee, trasformando il papato in una potenza in grado di guidare all'insegna dell'ordine la cristianità occidentale" (16). "Soleva dire: "A Pietro e al suo vicario il mondo intero appartiene di diritto divino, come a Cristo che è insieme re e sacerdote". Pretendeva di essere superiore al diritto umano e di poter affrancare dagli obblighi morali e legali. Fu il primo papa, con la crociata contro gli Albigesi, a organizzare le guerre di religione. E all'impero tolse qualunque supremazia su Roma". (17). La sua conquista del marchesato di Ancona e del ducato di Spoleto; l'unione in lega delle città toscane di cui si fece capo, le Crociate che indisse e gli ordini religiosi e cavallereschi che creò; l'aver reso tributari regni come quello di Aragona, del Portogallo e d'Inghilterra; l'aver costretto il re di Francia a riprendersi la sposa ripudiata, sono tutte cose, assieme ad altre, che mostrano a quali vertici di potenza egli giunse. L'apogeo del pontificato di Innocenzo III e il coronamento della sua attività legislativa sono rappresentati dal IV Concilio Lateranense (1215), importantissimo, in cui furono prese grandi decisioni come quella che ci interessa per il presente studio: il dogma della trasustanziazione. Morì poco dopo a Perugia, nel giugno 1216. "Con lui, più che un grande papa, calò nella tomba un grande statista. Innocenzo -scrisse il Gregorovius- elevò la chiesa a un'altezza che le diede le vertigini" (18). 5. Ampliamento del divario fra Santa Cena e Messa dal punto di vista biblico Cercheremo, per quanto possibile, di ripetere ciò che già stato detto nella seconda parte di questo studio. Inoltre, per snellire l'esposizione, seguiremo il metodo della domanda e risposta. D. Quali parole della Sacra Scrittura sono adoperate a sostegno della transustanziazione? R. Quelle stesse di Gesù: "Questo è il mio corpo ... questo è il mio sangue" (Mt 26:26). "In verità, in verità vi dico: Se non mangiate la carne del Figliuol dell'uomo, e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi" (Gv 6:53). D. Qual'è il chiaro significato di queste parole? R. Gesù stesso le ha subito spiegate, dicendo: "... fate questo in memoria di me". Se avesse voluto indicare il miracolo della transustanziazione, avrebbe detto: "... Fate questo in sacrificio di me". Perciò queste parole sono una delle tante immagini che Gesù adoperava, come: "Io sono la vera vite, io sono la porta" (19). Non è che Gesù intendesse trasformarsi materialmente in una vite o in una porta, o nel pane o nel vino. I giudei, invece, avevano interpretato materialmente le parole di Gesù, e dicevano: "Come mai può costui darci a mangiare la sua carne?" (Gv 6:52). Perciò Gesù cerca di illuminarli: "E' lo spirito quel che vivifica; la carne non giova a nulla: le parole che vi ho dette, sono spirito e vita" (Gv 6:63). D. Stando così le cose, non era più semplice dire: "Questo significa il mio corpo ... Se mangiate simbolicamente la carne del Figliuol dell'uomo ..." Perché omettere due parole che avrebbero evitato malintesi? R. "Per la semplicissima ragione che il verbo "simboleggiare", inesistente in ebraico o in aramaico, era già espresso in queste due lingue semitiche accostando il soggetto al predicato: "Questo - mio corpo- o nel greco biblico, con il verbo 'essere': Questo è il mio corpo". Tutte le volte che in una versione della Bibbia appare il verbo 'significa', l'originale ebraico non ha alcun valore e il greco presenta il verbo 'essere' " (20). D. Perchè deve essere respinta l'affermazione che nella Messa viene rinnovato il sacrificio di Cristo? R. Perché, come dice la Bibbia, "... noi siamo stati santificati mediante l'offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre" (Ebr 10:10 -vedere anche Ebr 7:27). Inoltre è un sofisma sostenere che l'unico sacrificio compiuto da Gesù Cristo il quale è consistito nella morte sulla croce, possa rinnovarsi in maniera incruenta, senza morte, nel pane e nel vino trasustanziati. D. Come mai la Messa non viene celebrata dando pane e vino a tutti i fedeli? R. Sono stati addotti motivi di igiene al Concilio di Costanza (XV secolo) e le sue specie furono sostituite dall'ostia. Altra ragione fu la riverenza: non si poteva rischiare che una goccia di vino o una briciola di pane consacrati andassero perduti e calpestati, dato che essi non rappresenterebbero Cristo ma lo sarebbero in senso letterale. Gesù, invece, celebrò con pane e vino. Così fecero gli Apostoli e in tal modo si continuò per più di mille anni. Purtroppo anche questa innovazione ha contribuito alla perdita del reale significato del rito; nello stesso tempo ne è una conseguenza. Va inoltre specificato che Gesù impiegò sicuramente pane azzimo e vino non fermentato, poiché era il periodo di Pasqua e in quei giorni nelle case non vi doveva essere alcunché di lievitato, in segno di purificazione di cui il lievito costituiva un simbolo (1 Cor 5:8; Es 12:19). D. Da che cosa dovrebbe essere preceduta la Santa Cena? R. Da un altro rito simbolico congiunto ad essa: quello della "lavanda dei piedi" che Gesù compì attribuendogli un preciso significato spirituale (Gv 13:1-17) che consiste in una lezione di umiltà e costituisce un simbolo di purificazione morale. Questo rito, per quanto connesso col successivo, meriterebbe anch'esso un ampio discorso che per ora si preferisce non fare, per non rischiare di andare fuori tema. Ci accontentiamo di questo accenno (21). Conclusione Il punto di vista prosaico del mondo secolarizzato nel quale si vive minaccia la vitalità delle cerimonie religiose quali il Battesimo e la Santa Cena. Molte persone vi partecipano per abitudine, per un senso di dovere, facendo poca attenzione al loro significato. La riflessione, anche se breve, sulla natura dei simboli religiosi, aiuterà ad apprezzare l'importanza di questi aspetti del culto cristiano. Supponete che qualcuno, notando il pane sulla tavola della Santa Cena, chieda: "Che cos'è?" Non si può limitarsi a rispondere che si tratta di qualcosa da mangiare, perché, infatti il pane non si trova lì solo per essere ingerito ma per un motivo che va oltre. Questa è la prima caratteristica dei simboli religiosi: essi indicano qualcosa che va oltre se stessi. Anche la segnaletica stradale fa qualcosa del genere. Quando vedete un semaforo rosso davanti a voi, vi fermate, istintivamente ... Alcuni oggetti materiali e certi atti possono servire come mezzi per afferrare delle realtà spirituali, e certe cose sono più efficaci di altre. Ecco perché simboli particolari dell'adorazione cristiana non possono essere cambiati con altri. Chi poteva sceglierli meglio di Gesù? E quali meglio di questi ci ricordano lui? (22). Quando invece il mezzo diventa il fine e il simbolo viene scambiato per realtà, allora tutto cambia. Nella Messa il prete funge da mediatore indispensabile fra l'uomo e Dio, perché solo lui, con formule di rito, può trasformare i simboli in Dio stesso. Il clero assurge così a un ruolo di importanza spropositata. Inoltre, il sacramento dà l'illusione dell'unione con Dio per il semplice fatto di credere che Gesù entra dentro di noi, mentre la comunione con Gesù consiste in una "sintonizzazione" mentale con lui. E non alludiamo a nulla di paranormale, ma all'indispensabile "cambiamento di mentalità" che il pensare a Cristo, chiedendogli aiuto, produce in noi. Un cambiamento che dovrebbe portarci dall'orgoglio all'umiltà e dall'egoismo all'altruismo. Il fatto che al centro del culto evangelico odierno non vi sia un rito, ma la predicazione della Bibbia, la Parola di Dio, dimostra che è proprio questo lo scopo che si vuole raggiungere: la vera comunione spirituale con Gesù nostro Signore. Infatti, Egli asserì che le Scritture testimoniano di lui (Gv 5:39). Giovanni, nel capitolo 20 del suo vangelo, afferma che le cose scritte in quel libro non sono tutte quelle che Gesù ha fatto, ma sono sufficienti per credere in lui e, credendo, avere la vita eterna. L'essere troppo ritualistici, sia per la quantità che per l'efficacia attribuita al rito, anziché favorire la comunione col Signore la ostacola perché, non solo induce a dare al culto certe caratteristiche, ma porta anche a trascurare la personale ricerca di Cristo con lo studio e la meditazione personali, non solo collettive della Sacre Scritture. DOCUMENTI: Dalla Didaché: preghiere e prescrizioni per la Santa Cena La Didaché era il "Manuale di Chiesa" dei primi cristiani. La data è discussa (dal 70 al 150 d.C.). "Per l'eucaristia, ringraziate così: Prima sul calice: Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la santa vite di Davide tuo servo che a noi rivelasti per mezzo di Gesù Cristo tuo Figlio. A Te la gloria nei secoli. Amen. ... Per il pane spezzato: Ti ringraziamo, Padre nostro, per la vita e la conoscenza che a noi rivelasti per mezzo di Gesù tuo Figlio. A Te la gloria nei secoli. Amen. ... Come questo pane spezzato era sparso sui colli e raccolto divenne una sola cosa, così la tua chiesa si raccolga dai confini della terra nel tuo regno, poiché tua è la gloria e la potenza per Gesù Cristo nei secoli. Amen. ... Nessuno mangi nè beva della vostra Eucaristia tranne i battezzati nel nel nome del Signore. Per questo il signore disse: "Non date le cose sante ai cani" ... Ti rendiamo grazie, o Padre santo, per il tuo santo nome che hai fatto abitare nei nostri cuori, per la conoscenza, la fede e l'immortalità che rivelasti a noi per mezzo di Gesù Cristo tuo Figlio. A te la gloria nei secoli. Amen. ... Venga la grazia e passi questo mondo. Amen. Osanna al Dio di Davide! Chi è fedele venga; chi non lo è si converta! Maranatha! Amen". Gabriel Peters, I Padri della Chiesa, vol.I, pp. 178-181, Ed. Borla, Città del Castello 1991. Come si svolgeva la liturgia della Santa Cena nel II secolo S. Giustino martire, così la descrive intorno all'anno 150: "Dopo così effettuato il lavacro di chi ha aderito alla fede e si è unito a noi, lo conduciamo dove sono adunati quelli che siamo soliti chiamare 'fratelli' e lì devotamente preghiamo, sia per noi stessi sia per il novello illuminato, come pure per tutti gli altri sparsi ovunque affinché, dopo aver conosciuto la verità, meritiamo di essere ritrovati probi di vita, osservanti dei precetti e ottenere l'eterna salvezza. Terminate le preghiere, ci abbracciamo baciandoci gli uni gli altri. Quindi, a colui che presiede ai fratelli viene portato del pane e un calice d'acqua e di vino ed egli, dopo averlo preso, eleva una lode (o eucaristia) al Padre comune nel nome del Figlio e dello Spirito Santo e lo ringrazia a lungo per averci fatti degni di questi doni. Quando egli ha terminato le preghiere e il ringraziamento, tutto il popolo che assiste esclama: 'Amen! Amen!', una parola ebraica che significa: Così sia. Poi, quando chi presiede l'adunanza ha fatto il ringraziamento e tutto il popolo ha acclamato, quelli che tra noi hanno il nome di diaconi, danno a ciascuno dei presenti, perché ne partecipino, del pane, del vino e dell'acqua su cui è stato pronunciato il ringraziamento; e ne portano anche agli assenti. Questo cibo fra noi si chiama Eucaristia e non è lecito cibarsene se non a chi crede nella verità della nostra dottrina e a chi si è lavato nel lavacro destinato a rimettere le colpe e a rigenerare e a chi vive come Cristo ha insegnato" F. Amiot, Op. cit., pp. 13,14. Il pane viene sostituito con l'ostia Ciò avvenne fra il VII e il IX secolo: "Dal VII secolo cessò l'offerta del pane da parte dei fedeli perché i monaci si incaricavano di prepararlo; nacque in tal modo l'ostia che con più facilità si poteva porgere ai comunicandi. A partire dal IX secolo, tale uso si diffuse per tutta l'Europa.Sorse allora la consuetudine di ricevere il sacramento in ginocchio, non per venerazione -gli antichi mostravano rispetto stando in piedi o prostrati- ma per rendere più agevole al sacerdote di porre la particella sulla lingua del fedele. Si continuò a bere il vino nonostante che esso riuscisse sgradevole a qualche persona creasse dei problemi igienici per la malattia di qualche cristiano e ce ne volesse una grande quantità per la cresciuta moltitudine dei credenti. Talora si cercò di migliorarne l'igiene con l'uso di una cannuccia, che ognuno si prendeva o portava con sé. In Oriente sorse la consuetudine -tuttora in uso- di intingere dei bocconcini di pane nel vino, che poi si distribuivano con un cucchiaino ai singoli comunicandi. Il mondo germanico ebbe la tendenza ad accentuare l'oggetto reale; basti ricordare la penitenza tariffaria per espiare la colpa che poteva essere surrogata con opere di altro genere e perfino da parte di persone diverse dal colpevole" F. Salvoni, Op. cit. pp.16,17. Gregorio VII presiede al Sinodo romano: s'impone l'errore Siamo nell'anno 1079. Ecco cosa risulta dagli atti di quel Concilio: "Adunati nella chiesa del Salvatore, si trattò del Corpo e del Sangue del Signore nostro Gesù Cristo, perché prima molti sentivano in un modo e altri in un altro. La massima parte asseriva che il pane e il vino, tramite le parole della sacra orazione e consacrazione del sacerdote, per l'opera invisibile dello Spirito Santo, si converte sostanzialmente (substantialiter) nel corpo del Signore, che nacque dalla Vergine e fu appeso alla croce, e nel Sangue che dalla lancia del soldato fu dal suo costato, e questo difendeva in tutti i modi con le autorità degli ortodossi santi Padri, tanto greci che latini. Alcuni, invece, colpiti da grande e lunga cecità, ingannando se stessi e gli altri, con certi cavilli, si sforzavano di dimostrare trattarsi solo di figura. Ma prima che si venisse al terzo giorno, la seconda parte cessò di adoperarsi contro la verità. Il fuoco dello Spirito Santo, annientando quel fuoco di paglia, e col suo fulgore oscurando la falsa luce, convertì in luce l'oscurità della notte. Alla fine Berengario, maestro di questo errore, confessò davanti al numeroso Concilio di aver errato, e per le sue suppliche meritò clemenza apostolica" F. Salvoni. Op. cit. p. 20. Berengario di Tours ritirò successivamente la ritrattazione e continuò, inutilmente, sino alla morte la sua lotta contro l'erronea dottrina che la chiesa aveva accolto. Istituzione della festa del Corpus Domini (1264) "La festa del sacramento dell'Eucaristia, detta del Corpus Domini, fu istituita nella seconda metà del XIII secolo e precisamente da Urbano IV, nel 1264, una cinquantina d'anni dopo la promulgazione del dogma della transustanziazione. Ed ecco come Urbano IV, alcuni anni prima, quando era l'arcidiacono Giacomo Pantaleone di Liegi, aveva conosciuto una monaca agostiniana, per nome Giuliana, che con certe pie donne sue amiche pretendeva di aver avuto delle visioni di Gesù Cristo che sollecitava con insistenza l'istituzione d'una festa distinta in onore della Eucaristia; e tale festa era stata approvata da un gruppo di teologi e per decreto del vescovo di Liegi già fissata e celebrata nelle Fiandre il quinto giorno dopo l'ottava della Pentecoste. Divenuto papa, fu sollecitato di estendere codesta solennità a tutta quanta la chiesa. A ciò fare si sentì anche spinto dal famoso "miracolo di Bolsena", di cui urbano IV ebbe notizia mentre nel 1263 la corte papale trovavasi ad Orvieto. Si raccontava che un prete boemo, poco convinto della transustaziazione, aveva visto mentre celebrava la Messa a Bolsena, l'ostia che teneva in mano sanguinare abbondantemente, ond'egli s'era subito convertito. Urbano ordinò al vescovo di Bolsena di portargli in processione solenne ad orvieto il corporale nel quale il prodigio avrebbe avuto luogo. Con questo preteso miracolo si riconnette quindi la festa dell'ostia, cioè il Corpus Domini, approvata ed estesa a tutta la chiesa con bolla papale dell'undici agosto 1264" E. Comba, Op. cit. pp. 227, 228. Concilio di Trento: Chi nega tale dogma sia scomunicato Nell'ottobre 1551, nella sessione XIII di detto Concilio, si ribadisce il dogma. Eccone il passo fondamentale: "Prima di tutto il sacro Concilio insegna che in questo augusto sacramento della santissima Eucaristia, dopo la consacrazione del pane e del vino, sotto le specie (= apparenze) di queste cose sensibili, si contiene veramente e sostanzialmente il nostra Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo ... se qualcuno negherà che nel santissimo sacramento dell'Eucaristia si contenga veramente, realmente e sostanzialmente il corpo e il sangue con l'anima e la divinità di nostro Signore Gesù Cristo e perciò tutto Gesù Cristo, ma dirà che in questo sacramento Gesù vi è soltanto in segno o in figura o in potenza, sia scomunicato" F. Salvoni, Op. cit. p.25. Paolo VI: un miracolo per il potere conferito ai sacerdoti Nell'omelia del Corpus Domini 1970, Paolo VI ha ripetuto: "La presenza di Cristo è vera e reale, ma sacramentale ... Si tratta di una presenza rivestita di segni speciali, che non lasciano vedere la sua divina e umana figura, ma solo ci assicurano che Egli, Gesù del vangelo ed ora Gesù vivente nella gloria del cielo, è qui, è nell'Eucaristia. Dunque, si tratta di un miracolo? Sì, d'un miracolo che Egli, Gesù Cristo diede il potere di compiere, di ripetere, di moltiplicare, di perpetuare ai suoi apostoli, facendoli Sacerdoti, e dando a loro questo potere di rendere presente tutto il suo Essere, divino e umano, di questo sacramento ... che sono le apparenze del pane e del vino, contiene il corpo, il sangue, l'anima e la divinità di Gesù Cristo" Idem, p. 49. Ecumenismo anche nell'Eucaristia? Ecco ciò che sottolinea il recente Catechismo della Chiesa Cattolica: "Le chiese orientali (le chiese ortodosse, n.d.a.) che non sono nella piena comunione, celbrando l'Eucaristia con grande amore. "Quelle chiese, quantunque separate, hanno vari sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il sacerdozio e l'Eucaristia, per mezzo delle quali restano ancora unite a noi da strettissimi vincoli". "Una certa comunicazione in sacris nelle cose sacre", quindi nell'Eucaristia, "presentandosi opportune circostanze e con l'approvazione dell'autorità ecclesiastica, non solo è possibile, ma anche consigliabile". "Le comunità ecclesiali sorte dalla Riforma, separate dalla Chiesa Cattolica, specialmente per la mancanza del sacramento dell'Ordine, non hanno conservata la genuina e integra sostanza del Ministero eucaristico". E' per questo motivo che alla Chiesa Cattolica non è possibile l'intercomunione eucaristica con queste comunità. Tuttavia, queste comunità ecclesiali "mentre nella Santa Cena fanno memoria della morte e della risurrezione del Signore, professano che nella Comunione di Cristo è significata la vita e aspettano la sua venuta gloriosa". In presenza di una grave necessità, a giudizio dell'Ordinario, i ministri cattolici possono amministrare i sacramenti (Eucaristia, Penitenza, Unzione degli infermi) agli altri cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa Cattolica, purché li chiedano spontaneamente: è necessario in questi casi che essi manifestino la fede cattolica a riguardo di questi sacramenti e che si trovino nelle disposizioni richieste" Catechismo della Chiesa Cattolica, 1992, p.364, parr.1399-1401. NOTE:
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