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IL
GIUBILEO E L'ANNO SABATICO di
J. Alberto Soggin, Università di Roma « |
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(testo
della conferenza tenuta dal Prof. J. Alberto Soggin nell'Aula Magna del
Pontificio Istituto Biblico il 13 novembre I. Il Giubileo
e l'anno sabatico appaiono nella Bibbia ebraica in una stretta relazione
l'uno con l'altro: il primo dei due appare come una specie di
prolungamento del secondo. La cosa non è nuova: è stata segnalata una
quarantina di anni orsono dallo studio pionieristico e sempre fondamentale
di Robert North S.J. (1954), confermato poco dopo dal classico di Roland
de Vaux O.P. (1958). Nelle due opere troviamo inoltre informazioni
bibliografiche dettagliate sul tema, naturalmente limitate agli anni di
pubblicazione, cfr. ancora North 1982. 1 due autori segnalati hanno anche
messo in evidenza il fatto che non è possibile prescindere dal contesto
economico-sociale nella valutazione delle due istituzioni, contesto messo
esplicitamente in luce dai passi che esamineremo; ciò potrebbe in via
teorica condurci in un'epoca relativamente antica della storia di Giuda,
per quel che riguarda l'anno sabatico, perché sembra echeggiare il
messaggio sociale dei Profeti; per il Giubileo la situazione appare invece
diversa, poiché i testi rilevanti si trovano in quella che viene chiamata
nell'ipotesi documentaria la fonte "sacerdotale" ('P') del
Pentateuco. Il Nuovo
Testamento non sembra interessarsi particolarmente delle due istituzioni;
abbiamo solo un accenno, probabilmente al Giubileo, in Lc 4,14 sgg., dove
nella predicazione nella sinagoga di Nazaret Gesù sembra applicare il
concetto di "anno accettevole" al proprio ministero terreno. In Es 23,10-11
troviamo il seguente comandamento riferito all'anno sabatico,
immediatamente seguito da quello del giorno del riposo: "10) Sei anni
seminerai il tuo terreno e ne raccoglierai i prodotti; 11) il settimo
invece lo lascerai incolto (ebraico tishmetennah, radice shamat,
"abbandonare, lasciare" "lasciar cadere"
"rimettere") e l'abbandonerai, perché ne mangino i poveri che
sono insieme a te e gli animali selvaggi si nutrano di quello ch'essi
lascino. La funzione sociale del comandamento (verso gli esseri umani e
gli animali) viene già qui messa chiaramente in luce. Dalla medesima
radice viene il sostantivo shemittah, termine
tecnico per il terreno lasciato incolto durante un anno secondo questo
precetto (Mulder 1995). I LXX traducono la parola nella sua accezione
cultico-sociale: aphesin
poiêseis
"farai una remissione, un'interruzione", cogliendo così un
elemento fondamentale dell'istituzione, sul quale ritorneremo, mentre a) Il concetto
mostra una serie di paralleli con la norma sull'emancipazione dello
schiavo ebreo per debiti, Es 21,1 sgg., dove abbiamo anche un periodo di
lavoro di sei anni e l'affrancamento al settimo, soltanto che nel nostro
caso è questione del suolo e non necessariamente delle persone; ciò
appare invece in Dtn 15,1 sgg. dove la cosa viene estesa ai debiti. b) In Lev
25,1-7 appare invece un testo più prolisso, uguale però nei principi
fondamentali a quello precedente. E qui che appare, per un'unica volta,
l'espressione "anno sabatico", oggi usata correntemente. Il
testo recita: "2b) Il terreno celebrerà il sabato in onore di JHWH:
3) sei anni seminerai..."; qui i LXX hanno: anapausetai hê gê sabbata tôi kyriôi "la
terra si riposerà... un sabato per il Signore"; mentre c) Infine in
Dtn 15,1-11 appare il termine shemittah che viene
immediatamente, nel v.2, messo in relazione con un problema di non
semplice identificazione, ma quasi certamente la schiavitù per debiti.
Nei primi due casi il greco ha nuovamente aphesis e d) Altre volte
il verbo appare in contesti non chiari: IISam 6,6//I Cron 13,9; II Re
9,33; Sal 141,6 e Ger 17,4; nei primi casi ha probabilmente il significato
di "cadere" o qualcosa di simile, nell'ultimo probabilmente di
"separarsi". Ma si tratta di accezioni fuori dall'ambito
religioso, per cui c'interessano relativamente poco. La radice può in
ogni caso esprimere concetti relazionati col culto, come anche connessi
con la vita secolare; nella traduzione greca dei LXX troviamo invece un
termine già tecnico, il che avviene solo parzialmente nella Volgata. 2. Data
l'attestazione in origine agricola dell'usanza, almeno per quel che
riguarda la sua attestazione fuori dal Deuteronomio (ed è questo un
elemento assente dal sabato settimanale, dove appare soltanto la
cessazione del lavoro e la dedicazione della giornata al Signore), si pone
immediatamente la domanda se l'origine dell'istituto non sia da ricercarsi
proprio nell'ambito dell'agricoltura, mentre solo successivamente sarebbe
stato applicato alla schiavitù, per poi entrare nella liturgia. E ciò
sembrerebbe avvenuto per dargli un contenuto ideologicamente e
teologicamente sicuro, del quale era probabilmente in origine privo. Ed è
questa la linea seguita da parecchi autori, sia pure come ipotesi di
lavoro. Accettandola, sorge immediatamente un altro quesito: quale scopo
si proponeva l'usanza e a cosa serviva nel suo contesto originario? a) Una risposta
possibile è che in un'epoca nella quale la rotazione e la concimazione
sistematica delle colture erano sconosciute, i medesimi risultati potevano
essere ottenuti soltanto mediante il riposo periodico dei terreni,
evitando così il loro rapido esaurimento per eccessivo sfruttamento. È
possibile però anche che in origine tali fini pratici venissero
miticamente motivati mediante il desiderio di non offendere la divinità
agricola locale, o almeno di placarla ove fosse già offesa per aver visto
attaccata la propria sovranità da parte del coltivatore. In altre parole,
avrebbe avuto luogo una specie di "restitutio in integrum" del
suolo, dopo la turbativa causata dall'intervento umano. Ma se questo
appare possibile nell'ambito della storia delle religioni, va però anche
notato che nella Bibbia manca ogni attestazione concreta di un'ideologia
di questo genere. b) Ma sorge una
seconda domanda: com'era possibile realizzare nella pratica il principio
del riposo dei terreni? Alcuni autori, partendo dall'ovvio parallelismo
tra l'anno sabatico e la manumissione degli schiavi per debiti, Es 21,1
sgg., hanno supposto che il riposo dei terreni non venisse, in origine,
celebrato allo stesso tempo in tutto il paese, ma che i vari campi
s'alternassero, avendosi così una specie di rotazione. E ciò potrebbe
essere confermato dal fatto che uno degli scopi dell'istituzione era
quello di dar da mangiare ai poveri. E si è persino supposto che ogni
proprietà fondiaria venisse divisa in sette parcelle, ciascuna delle
quali "riposava" a turno. In tal caso Lev c.25 rappresenterebbe
un tentativo di unificare quanto prima veniva effettuato solo parzialmente
e a turno, dando però luogo ad un principio in pratica di non facile
realizzazione: come immaginare infatti che tutto il paese non producesse
più nulla attraverso tutto il ciclo agricolo di un anno? e) Ma di dove
veniva in Israele la shemittah? Una volta
ammesso il carattere principalmente agricolo della festa, il mondo
orientale antico e specialmente Canaan costituiscono il contesto nel quale
va effettuata la ricerca, in ciò sostenuti anche dall'affermazione che si
trattava di una celebrazione "in onore di JHWH", Lev 25,2, quasi
vi fossero state alternative possibili, naturalmente da escludere. Orbene, in
Assiria alcuni autori riconoscono l'esistenza di un'alternanza tra periodi
di coltura e periodi di riposo dei terreni, e qualcosa di simile, sia pure
con contorni mitici ed in ogni caso in forma ancora controversa, sembra
che esistesse anche in Canaan sulla base di pochi testi di Ugarit: qui
alcuni autori ammettono l'esistenza di un ciclo agricolo di sette anni,
alla fine del quale ba'al,
il dio della fertilità e della vegetazione, passava attraverso una specie
di "eclissi" e scompariva dal mondo; in queste condizioni anche
l'agricoltura non poteva più essere praticata (per Ugarit cfr.Gray 1957 e
Jacob 1962,115 sgg.). Ma si tratta,
come già detto, di un'interpretazione controversa, anzi, non mancano
autori che la negano decisamente. Certo è però che una volta che
potessimo ammettere l'origine cananea dell'istituto (dato il carattere
intimamente connesso del culto e dell'agricoltura in tutta la regione),
avremmo una spiegazione ragionevole del suo passaggio ad Israele e del suo
arricchimento, più tardi, di elementi etico- teologici. d) Nonostante
la loro problematicità, queste spiegazioni hanno tutte un vantaggio
comune: non solo non sembrano escludersi a vicenda, ma anzi si completano
come le tessere di un mosaico. Purtroppo, data l'incompletezza e quindi la
problematicità dell'informazione, il tutto rimane allo stadio
congetturale. 4. Abbiamo
visto (sopra, §1.b) che Lev 25,1-7 non differisce sostanzialmente da Es
23,10-11 se non per la sua più approfondita casistica. Diverso appare
invece l'elaborato di Dtn 15,1-11. Anzitutto, si tratta di un testo
complesso ed i commentatori così come i traduttori non sono concordi
sulla sua interpretazione. In ogni caso il testo non disserta più sul
riposo dei campi, dato per conosciuto (al v. 1 leggiamo infatti:
"Alla fine di sette anni farai una shemittah...");
si parla invece di un'intricata questione di debiti e di pegni. Di cosa si
tratta? L'opinione più autorevole sostiene che abbiamo qui a che fare con
la servitù per debiti, come risulta chiaramente dal v.2: "Rimetta
(ebraico shamot,
un infinito assoluto con valore di jussivo) ogni [creditore] depositario
d'un pegno (letteralmente: "Abbandoni, rilasci la sua mano che tiene
sopra il suo prossimo", espressione tecnica per il prestito su pegno,
personale o reale) e non opprima il proprio prossimo, suo fratello,
qualora abbia proclamato una shemittah in onore di
JHWH". La situazione appare essere dunque quella del creditore, al
quale il debitore ha dato in garanzia la propria persona in qualità di
forza-lavoro, fino ad aver rimborsato l'ammontare del proprio debito. E la
shemittah
in
questo contesto può avere un solo significato: l'interruzione di fatto
del dovere di prestazione personale (mentre la campagna riposava non la si
poteva lavorare) o forse anche la totale remissione del debito! Ma sulla
base di analogie storico-religiose si è portati a considerare come valida
la seconda alternativa, esattamente come accadeva al settimo anno di
servizio per lo schiavo per debiti. Sembra dunque che Dtn c.15 abbia avuto
la funzione di connettere esplicitamente il riposo della terra con l'emanicipazione
dello schiavo per debiti, come appare dall'inizio del v.2: "E tale è
la questione della shemittah…" una
chiara spiegazione di cosa s'intenda realmente col termine: libertà anche
per gli schiavi. 5. Sia quel che
sia, nella Bibbia ebraica non si accenna mai ad una qualche attuazione
concreta del principio, salvo forse l'isolata e controversa allusione in
Neh 10,31b, un testo corrotto che leggiamo secondo la forma emendata più
corrente. Ma da passi come Lev 26,35-43 e II Cron 36,21 si può facilmente
dedurre che l'anno sabatico, non sia stato praticato in epoca
pre-esilica, tanto che, secondo il primo dei due, l'esilio babilonese farà
sì che la terra si prenda da sé il riposo dovutole e non concessole;
similmente il secondo passo che intende l'esilio come una specie di
compensazione per gli anni sabatici non celebrati! 6. È soltanto
con l'epoca ellenistica che troviamo riferimenti più o meno espliciti
alla pratica dell'anno sabatico, dopo il caso controverso Neh 10,31b. a) Flavio
Giuseppe, Ant XI,343, menziona l'episodio di Alessandro magno il quale,
all'atto della conquista della Palestina, avrebbe desistito dal prelevare
un tributo da Israele, non appena ebbe saputo che l'anno precedente era
stato un anno sabatico per cui non vi era stato alcun raccolto tra i
Giudaiti ed i Samaritani. Ma l'episodio è leggendario e la sua storicità
viene contestata dagli studiosi. b) Un altro
caso viene da lui (XV,7) segnalato all'inizio del regno di Erode ( c) La prima
notizia che ha una notevole attendibilità sul piano storico è quella
riferita da I Mcb 6,49-54, dove i profughi ebrei da Bêt-Sûr, attaccata e
poi occupata da Antioco IV verso il d) Ha dunque
ragione A. Penna 1953 quando afferma "che tale legislazione rimase
lettera morta nel periodo antiesilico". O diciamo piuttosto: prima
dell'esilio la pratica non è attestata. Anche nel libro dei Giubilei
l'anno sabatico viene usato, insieme al Giubileo (di dove il nome; ce ne
occuperemo tra poco, oltre § 8) come unità di misura per computi
cronologici, una pratica attestata anche presso il gruppo di Qumrân sul
Mar Morto; ed anche C.Tacito, Hist IV,3 sg. (Stern 1980,18 sgg.), osserva
ironicamente che gli Ebrei, non bastando loro la naturale pigrizia per
oziare un giorno alla settimana, la estesero al settimo anno... 7. Nella Misnah
all'anno sabatico è dedicato il trattato Shebî'ît.
In X,3 viene previsto da R.Hillel (un contemporaneo di Gesù) il caso di
un debitore che abbia contratto un debito in mala fede, sicuro di non
doverlo poi ripagare al tempo dell'anno sabatico. a) Per evitare
complessi calcoli e tutelare i diritti sia del debitore che del creditore,
venne istituito il cosiddetto prosbôl, termine di origine greca
(secondo alcuni autori pros boulê bouleutôn, "per
volontà degl'interessati"; con esso le due parti dichiaravano
solennemente davanti al tribunale ed in presenza di testimoni, prima che
il rapporto si concretasse, che il prossimo anno sabatico non avrebbe
avuto alcun effetto sul loro rapporto. Nella mente di Hillel la misura
tendeva, paradossalmente, a tutelare più il debitore che il creditore:
avvicinandosi infatti un anno sabatico, diveniva sempre più difficile
ottenere crediti ed il commercio ristagnava. Ma in realtà la clausola del
prosbôl finiva
non solo per eliminare gli abusi, ma a svuotare l'istituto anche dei suoi
elementi positivi e socialmente validi. In ogni caso essa testimonia
dell'importanza della shemittah a cavallo
dell'era volgare. Ed in un contratto da wadî murabba'at
(nei pressi di Qumrân), (Benoit 1961, n.18, lin.7) viene affermato che il
documento in questione era sottoposto alla clausola dell'anno sabatico,
anche se la parola prosbôl non vi appare;
è datato dall'epoca di Nerone, 55-56 e.v. b) In
conclusione si può dunque affermare che le prime menzioni sicure della
pratica dell'anno sabatico appaiono solo nel II sec.a.e.v., precedute
forse da una menzione in Neh 10,31b; da allora in avanti sembra essere
stata costante. c) Un passo
speciale è infine Dtn 31,9- a) Il primo
concetto, quello del rientro nei propri possessi, viene espresso col
termine derôr,
"manumissione [di schiavi]", "remissione [di debiti)".
Ma quest'ultimo elemento può anche essere indipendente dal Giubileo: in
Ger 34,15-17, un testo dtr che fa riferimento ad un fatto accaduto pochi
anni prima dell'esilio babilonese, agli schiavi viene promessa la
manumissione indipendentemente da un Giubileo, cfr. ancora Is 61,1 sgg.;
è ancora possibile un riferimento al Giubileo in Ezc 46,17. b) L'anno viene
chiamato in ebraico shenat jôbel, perché in
esso veniva suonato il qéren jôbél il "corno
d'ariete", o anche, secondo alcuni, perché è "l'anno in cui
qualcosa veniva concesso" (radice jabal).
L'uso dell'espressione è limitato ai cc. 25 e 27 del Lev ed inoltre a Num
34,6, tutti testi del "Codice sacerdotale". L'ambientazione
della celebrazione è molto simile a quella di Dtn c.15: lo sfondo è
costituito dalla società agropecuaria, in seno alla quale vengono
dibattuti problemi come quello della proprietà, del possesso e
dell'usufrutto dei terreni, della schiavitù per debiti ed altri ancora;
la forma della celebrazione, ricorda da vicino quella di Dtn 31,9 sgg.
Allusioni all'istituto troviamo ancora nel c. 25ss. c) Le relazioni
con l'anno sabatico sono dunque evidenti, e la cosa non stupisce:
nonostante una piccola difficoltà cronologica (l'anno sabatico cadeva il
49° anno, quello giubilare il 50°; è impensabile che i due non abbiano
coinciso; altrimenti si sarebbe avuto un assurdo duplicato con riposo del
suolo ogni 50 anni ad un anno di distanza)! La difficoltà viene del resto
sentita anche da Lev 25,20 sgg., ma il testo la supera con l'annuncio di
un miracolo. Ma all'epoca del "Codice sacerdotale", con ogni
probabilità, il Giubileo non veniva celebrato, sicché la situazione
presentata è puramente teorica. 9. Se la
situazione storico-pratica dell'Anno sabatico è complessa, ancor più lo
è quella dell'Anno giubilare. a) Alcuni
autori arrivano a supporre che il Giubileo sia stato proposto, anche se in
forma puramente teorica, per sostituire la pratica dell'anno sabatico
caduta in disuso e gravosa da ripristinare; ma osta a questa proposta il
carattere tardivo (non prima dell'epoca ellenistica) dell'attestazione
dell'istituto. b) La teoria
proposta dal Talmûd (b Arakîn, 32b) è che il Giubileo
sia stato celebrato prima dell'esilio, per poi cadere in disuso, il che
urta per altro nuovamente contro il carattere recente ed in ogni caso
puramente teorico della sua attestazione. In linea di massima può essere
affermato che, sebbene siano noti alcuni casi di remissione di debiti
presso altri popoli, anche se non in forma periodica, una sua applicazione
concreta in una società organizzata resta impensabile; non a torto R. de
Vaux, 268, dichiara che " ... non vi è alcun indizio che la legge
sia mai stata applicata".. c) Presso
gruppi non ortodossi (Qumrân, Giubilei) l'anno giubilare si trasformò in
un'unità per misurare il tempo e classificare la storia, in ciò favorito
dal fatto che sistemi pentagesimali sono noti nel mondo di lingua semitica
fino ad oggi (cfr. 10. Concludendo
è dunque possibile affermare che, come tante leggi sociali in Israele, ma
anche nell'epoca moderna, la legislazione dell'anno sabatico e
specialmente quella dell'anno giubilare è rimasta per la massima parte
pura teoria, in altre parole, lettera morta sul piano concreto. È un
elemento che gli organizzatori del prossimo Giubileo dell'anno 2000
dovrebbero tener presente, quando fanno proposte di applicazioni concrete. Bibliografia scelta .
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