L' A N I M A 

E' I M M O R T A L E ?

"Il maggiore errore e la peggiore illusione consiste nel ritenere che si possa passare da un pensiero a un altro, stabilendo semplicemente una corrispondenza linguistica tra i due termini che in realtà non hanno lo stesso significato. L'illusione consiste nell'immaginarsi che l'analogia verbale che risulta semplicemente dalla traduzione, ricopra un'analogia reale. Dato che la Bibbia ebraica comporta un termine, tradotto in greco psyche e in latino anima, si pensò di poter ragionare su ciò che la Bibbia chiama anima, allo stesso modo di come si ragiona su quello che intendono Platone, Plotinio o Cartesio. Fu un grave errore. Sotto l'identità del termine, le differenze di contenuto sono radicali" (C. Tresmontant, "Il problema dell'anima" Ed. Paoline, p.63).

Ebr.: Néfesh. gr. Psychè.

Nel corso dell'esposizione saranno utilizzate le seguenti abbreviazioni: TNM = Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture, Roma 1986; CEI = La Sacra Bibbia, Edizione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana, Roma 1983; Riv. = La Sacra Bibbia, Versione Riveduta a cura del Prof. G. Luzzi, Roma 1982.

Nell'AT il sostantivo Néfesh si trova 754 volte e il verbo nafash 3 volte. Nel NT il sostantivo psyché si trova 103 volte e l'aggettivo psycòs 6 volte.

Antico Testamento. Il significato originale di néfesh è probabilmente gola, come in Salmo 69:1 (Riv. "Le acque mi son giunte fino all'anima", CEI "L'acqua mi giunge alla gola"), Sal 124:4,5; Is 5:14, ecc. Da questo si passa al senso di respiro (vedi il verbo nafash in Es 23:12; 31:17 e 2 Sam 16:14; la Riv. traduce con "prendere fiato" o "riposare") e quindi al significato di "essere vivente", "vita" Come in Gen 2:7; 1 Sam 19:11, Riv.: = vita;  Is 47:14, Riv. = vita ecc.) che è quello basilare. Indi si trovano una serie di idee tutte legate con il concetto basilare di "vita". Ad esempio in Deut 12:23 il testo ebraico, parlando della carne, dice: "Guardati assolutamente dal mangiarne il sangue, perché il sangue è l'anima (ebr hannafesh) e tu non mangerai l'anima (ebr hannafesh) insieme con la carne".

Questa identificazione di "anima" con "sangue" si trova anche in Lev 17:10-14. Molte volte "anima" designa semplicemente l'essere vivente con le sue passioni e le sue emozioni e spesso si può tradurre con un pronome personale (io, tu, egli, ecc.) vedi Sal 107:9; 124:7; Is 46:2; Ger 13:17; Gen 27:4 (Riv. "L'anima mia ti benedica"; CEI "Io ti benedica"); Gen 27:19 (Riv. "L'anima tua mi benedica", CEI "Tu mi benedica"). Questo modo di esprimersi viene usato anche parlando di Dio, ad esempio in Is 1:14 (Riv. "L'anima mia li odia"; CEI "Io detesto") Al plurale néfesh può significare "persone" in frasi come: "Menò in cattività 382 anime" (Ger 52:29; Riv "persone"). "Tenendo conto del numero delle anime" (Es 12:4; Riv. "Persone").

Quindi, visto che néfesh designa l'essere vivente, accanto all'aggettivo "morto" può designare un essere che ha cessato di vivere; ad esempio in Num 5:2 (TNM "anima deceduta"; Riv. "un morto") o 6:6 (TNM "anima morta"; Riv. "Corpo morto"), ecc. Da tutto ciò che abbiamo detto risulta evidente che al pensiero dell'AT è totalmente estranea l'idea (greca) di un dualismo anima-corpo, cioè l'idea di un'anima immortale, rinchiusa nel corpo, che si stacca da questo al momento della morte; secondo l'AT l'uomo non "ha" un'anima, ma "è" un'anima.

In effetti , la néfesh è l'essere umano totale  e quindi essa muore! Ecco alcune espressioni tipiche:

1) "L'anima mia preferisce ... la morte" (Giob 7:15).

2) "L'anima sua si avvicina alla fossa" (Giob 33:22).

3) "Quelli che cercano l'anima mia per farla perire" (Sal 40:14).

4) "Facendo morire anime che non devono morire" (Ez 13:19).

5) "L'anima che pecca sarà quella che morrà" (Ez 18:4,20).

Per concludere, va rilevato che nell'AT néfesh designa anche gli animali (in quanto esseri viventi). Per esempio in Gen 1:20: "Brulichino le acque di un brulichio di anime viventi" (TNM, Riv. "animali viventi"); in 1:21: "e Dio creava ... ogni anima vivente che si muove" (TNM, Riv. "Gli esseri viventi"). Vedi anche 1:24,30; 2:19; 9:10; Lev 24:18 ecc. (tutti nella TNM).

Testi difficili

1) Testi come 1 Re 17:21,22 si spiegano facilmente tenendo conto che néfesh significa qui "respiro" e quindi "l'anima del fanciullo ritornò in lui" equivale a "riprendere a respirare" (vedi 17:17 "non gli restò respiro", TNM ebr neshamà)

2) In Gen 35:18 l'ebraico dice: "e avvenne, nell'uscire la sua anima poiché morì...". La CEI traduce bene con: "mentre esalava l'ultimo respiro..."; quindi l'idea popolare dell'anima che esce dal corpo quando questo muore è solo un equivoco basato su un antico modo di dire!

3) Riguardo a 1Sam 28:3-20 (Saul che consulta lo "spirito" di Samuele) si deve notare prima di tutto che non si può assolutamente trattare dell'apparizione dell'anima del defunto Samuele voluta da Dio, prima di tutto perché secondo la Bibbia (come abbiamo già visto), l'anima è l'uomo stesso e quindi muore (vedi anche Eccl 9:5,6,10; 2 Sam 12:22,23 ecc.), poi perché Dio non stava rispondendo a Saul per nessuna via (1 Sam 28:6) e sarebbe stato inconcepibile che gli avesse risposto proprio tramite una medium, visto che Egli stesso aveva comandato di mettere a morte coloro che praticavano lo spiritismo in Israele (Lev 19:31; 20:6,27; Is 8:19,20, ecc.). La spiegazione secondo la quale si sarebbe trattato dell'apparizione dello spirito di Samuele si trova solo nel testo di un apocrifo incluso nelle Bibbie cattoliche: Siracide (o Ecclesiastico). 46:20 che dice, parlando di Samuele: "Perfino dopo la sua morte profetizzò, predicendo al re la sua fine; anche dal sepolcro levò ancora la sua voce per allontanare in una profezia l'iniquità del popolo" (CEI), (si tratta di un testo del II secolo a.C.) e nel testo della LXX (più o meno dello stesso periodo) che aggiunge a 1 Cron 10:13 la frase: "Saul consultò la maga affinché indagasse e gli rispose il profeta Samuele".

Secondo la spiegazione data dalla Bibbia stessa, invece, all'origine del fenomeno di En-dor non c'è Dio; infatti 1 Cron 10:13,14 dice: "Così morì Saul, a motivo dell'infedeltà che egli aveva commessa contro l'Eterno col non aver osservato la Parola dell'Eterno ed anche perché aveva interrogato e consultato quelli che evocano gli spiriti, mentre non aveva consultato l'Eterno".

Risulta abbastanza semplice concludere che a En-dor fu uno spirito diabolico ad apparire sotto le spoglie di Samuele (c'è da notare che Saul non lo vede, perché chiede al v 13 "che vedi?"). D'altronde Saul, secondo 1 Sam 16:14-16, era già tormentato "da un cattivo spirito"! La spiegazione del testo sulla base di una apparizione diabolica fu sostenuta all'unanimità dai Padri della Chiesa e dai commentatori fino alla Riforma.

Il v 14 ("allora Saul comprese che era Samuele") descrive semplicemente quello che Saul dedusse dalla descrizione della donna. Va notato che il Kittel, nella sua Bibbia ebraica, suppone che il testo del v 12 sia corrotto e sulla base di alcuni manoscritti della LXX propone di leggere: "E la donna riconobbe Saul".

In ogni caso, visto che si tratta di un chiaro caso di spiritismo, sembra bene (come fa la TNM) mettere nel testo il nome "Samuele" fra virgolette, visto che non si trattava del profeta, ma di una contraffazione!

Periodo intertestamentario

A partire dalla conquista di Alessandro Magno (332 a.C.) la Palestina iniziò a subire fortemente l'influenza greca: si iniziò a diffondere la lingua e la cultura greca. Questo processo, particolarmente accentuato nel II secolo a.C. (sotto Antioco Epifane, sovrano della Siria) portò profondi mutamenti anche in alcune credenze religiose ebraiche. Questi cambiamenti sono riflessi dagli scritti del tempo, soprattutto da quelli chiamati "apocrifi" e "pseudoepigrafici"; in essi compare chiara la credenza nell'immortalità dell'anima, nell'inferno, nel giudizio subito dopo la morte, ecc. Alcuni di questi scritti sono tradotti in Gli Apocrifi dell'Antico Testamento (a cura di Paolo Sacchi), Torino 1981.Nel 1° libro di Enoch (che è una specie di "Divina commedia" ante litteram) troviamo tra l'altro una descrizione del luogo in cui sono punite le anime degli empi: "Queste sono belle località (ci sono) affinché, in esse, si radunino gli spiriti, la anime dei morti ... e io vivi gli spiriti dei figli degli uomini morti". L'angelo che accompagna Enoch nel suo "viaggio" risponde a una sua domanda: ("Questo spirito è quello uscito da Abele" (22:3,7; P. Sacchi, pp 500, 501).

Queste credenze si trovano anche in alcuni di quei libri apocrifi che sono stati accettati come ispirati dalla Chiesa Cattolica e quindi sono compresi nelle Bibbie cattoliche (ma non in quelle protestanti!). Ad esempio, nel libro della Sapienza, scritto tra il 50 e il 30 a.C., troviamo: "Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi una rovina, ma essi sono nella pace" (3:1-3), versione CEI) e ancora: "Ero un fanciullo di nobile indole, avevo avuto in sorte un'anima buona, o piuttosto, essendo buono, ero entrato in un corpo senza macchia" (8:19,29, CEI).

E' chiara qui la credenza non solo nell'immortalità dell'anima, ma anche nella preesistenza delle anime!

Sotto l'influsso greco si diffuse quindi in varie correnti del giudaismo, l'idea dell'immortalità dell'anima, anche se in alcuni scritti troviamo ancora l'idea biblica, come in Tobia e ne II Esdra. Va notato però che non tutti accettavano questa teoria. Ad esempio gli Esseni di Qumram (di cui si sono scoperti moltissimi manoscritti. a partire dal 1947, databili tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., sostenevano l'idea biblica che possiamo chiamare "dell'immortalità condizionata" e non innata. Néfesh, a Qumram, come nell'AT designa l'uomo totale, l'essere vivente che ovviamente, può morire. Negli inni (1 QH) troviamo, ad esempio: "Hai riscattato l'anima del povero, che essi cercavano di sopprimere, versando il suo sangue" (2:32 in I manoscritti di Qumram, a cura di L. Moraldi, Torino 1971, p 370). E' ancora: "Ti ringrazio, Adonai, perché hai liberato l'anima mia dalla fossa e dallo Sheo dell'Abaddon" (3:19; Moraldi, p 376) e infine: "La mia anima mi venne meno fino alla distruzione, perché il vigore del mio corpo era scomparso" (8:32; Moraldi, p 414).

NUOVO TESTAMENTO

Il significato di psyché nel NT è equivalente a quello di néfesh nell'AT; quindi essa equivale a "vita" (Gv 19:11,15,17; Fil 2:30; 1 Tess 2:8; gr "anima" e a diversi significati già visti nell'AT. E' da notare tra l'altro l'uso di psyché nel senso di "persona" in Atti 2:41: "circa 3000 anime" (TNM, Riv. "3000 persone"; vedi anche 7:14; 27:37; 1 Pt 3:20) e l'uso in riferimento agli animali in Apoc 8:9: "E un terzo delle creature che sono nel mare e che hanno un'anima, morì (TNM, Riv. "Creature viventi", vedi anche 16:3). Quindi anche nel NT si parla, ovviamente, della morte dell'anima, come in Giac 5:20: "Salverà l'anima di lui dalla morte" (vedi Mt 10:39; 16:25; ecc.).

Testi difficili

1) Il testo più spesso citato da chi sostiene l'immortalità dell'anima è certamente la parabola del ricco e Lazzaro (Lc 16:19-31). Possiamo senz'altro dire che, essendo una parabola, è certamente sbagliato servirsene per sostenere una dottrina, come sarebbe sbagliato dedurre dalla parabola di Jotham, in Giud 9:8-15, che gli alberi camminano o parlano! Notiamo ora le diverse incoerenze cui andremmo incontro interpretando la parabola letteralmente:

a) Risulta dal testo che l'Ades (il soggiorno dei morti, la tomba), è diviso in due parti: una è il "seno di Abramo" (cioè il "paradiso"), l'altra il "soggiorno degli empi" (l' "inferno"), (vv 22 e 23); inoltre, il paradiso e l'inferno sarebbero vicini, ma separati da "una gran voragine" (v 26). Naturalmente chi crede nell'immortalità dell'anima considera questa descrizione come simbolica!

b) Secondo i sostenitori dell'immortalità dell'anima, alla morte è l'anima, spirituale, disincarnata che va in paradiso o all'inferno! Qui invece si parla di "occhi", "dito", "lingua" (vv 23,24), quindi di esseri dotati di corpo. Ma il corpo sarà risuscitato solo alla fine dei tempi (1 Cor 15:52), come ne conviene anche chi crede all'immortalità dell'anima! Inoltre, c'è da notare che la menzione della "gran voragine" (v 26) per non permettere il passaggio dei dannati in paradiso e viceversa, sarebbe assurda nell'ipotesi di anime disincarnate (che potrebbero passare dovunque!).

c) Secondo Ebr 11:8,19,39,40 Abramo non ha ancora avuto il suo "premio", quindi né lui né la sua anima possono essere evidentemente in paradiso e ciò contraddirebbe i vv 22,23.

d) Secondo il v 24 il ricco è tormentato nelle fiamme, che sono una caratteristica della Gehenna (Mt 5:22; 18:9) che, però, secondo il NT, si situa solo alla fine dei tempi (Mt 25:41); inoltre il ricco non va nella Gehenna, ma nell'Ades che indica nella Bibbia solo la tomba e quindi non un luogo in cui c'è il fuoco!

e) Secondo Gesù stesso, il premio o il castigo verranno assegnati ad ognuno alla fine dell'età presente e non alla morte (Mt 13:30, 39-43,49,50; 25:31-44, ecc).

Tutte queste incongruenze rendono evidente che la parabola  va interpretata per quello che è, cioè un racconto allegorico con una morale. Gesù utilizzò semplicemente alcuni elementi delle credenze religiose popolari del tempo (condivise in parte dai farisei!) per insegnare che il destino eterno si decide in questa vita e per questo non c'è più la possibilità di una seconda prova dopo la morte; quindi bisogna sfruttare al massimo le occasioni di questa vita, come viene anche insegnato nella prima parte del capitolo 16 (vv 1-12) nella parabola del "fattore infedele".

2) Per Luca 23:43 basta ricordare che i manoscritti originali nel NT non avevano punteggiatura e il testo (tradotto letteralmente) si leggeva: "E disse a lui in verità a te dico oggi con me sarai nel paradiso"; basta mettere il punto dopo oggi e la frase acquista il senso di una promessa a tempo indeterminato; d'altronde Gesù stesso, la domenica della risurrezione dice a Maria che non è ancora stato in Paradiso (Giov. 20:17).

3) In 2 Cor 5:1-4 l'apostolo Paolo utilizza un tipo di linguaggio che ci fa capire che egli stava combattendo un gruppo di gnostici che credeva evidentemente nella possibilità dell'anima sincera (o "nuda", senza il corpo, v3). Paolo polemizza con loro dicendo  che anche se il corpo terreno è disfatto, noi sappiamo che Dio ce ne ha preparato uno migliore e desideriamo "rivestirci del nostro corpo celeste" (v 2, CEI), non certo "essere spogliati" (v 4), ma comunque "anche se saremo spogliati (cioè colpiti dalla morte; il greco ha Ekdusàmenoi) non saremo trovati nudi" (v 3 traduzione letterale dal greco) come invece sostenevano gli gnostici. Se poi al v 3 si accetta la lezione Endusàmenoi nel greco (come fa la Riv.) allora si dovrebbe tradurre: "Sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste, e dal momento che saremo rivestiti con esso non saremo trovati nudi". Il punto centrale dell'argomentazione di Paolo è proprio quello di negare l'argomento degli gnostici che credevano nella sopravvivenza di un'anima disincarnata!

4) Per i testi di Fil 1:23 e 2 Cor 5:8 basta ricordare che nella morte, come avviene nel sonno, non c'è coscienza del tempo, per cui come addormentarsi e svegliarsi sembrano due atti immediatamente consecutivi per chi va a letto la sera, così, morire, per il cristiano equivale a risorgere; i due atti vengono vissuti come consecutivi proprio perché non c'è coscienza del tempo! La frase "partire dal corpo" (2 Cor 5:8) significa semplicemente "lasciare questa vita" (TILC), "morire". Alcuni pensano che in Fil 1:23 Paolo preferisca alle due alternative dei versetti 20,21 (vivere-morire) un'altra: la "traslazione" (cioè l'essere trasformato e rapito nelle nuvole alla parusia di Cristo, come egli dice in 1 Tess 4:16,17), ma questa spiegazione appare forzata!

5) Per Apoc 6:9 (le anime sotto l'altare) occorre notare:

a) l'uso di psyché nell'Apocalisse è conforme a quello del resto del NT; il sostantivo viene usato in altri sei passi, oltre a quello citato: Apoc 8:9: "e un terzo delle creature che sono nel mare e che hanno anima morì" (TNM); 12:11 "e non amarono la loro anima neppure di fronte alla morte" (TNM) e inoltre 16:3; 18:13,14 e 20:4.

b) il passo di 6:9 è chiamato simbolico; si parla nel contesto di un cavallo bianco, di uno rosso, di sigilli, ecc. Come il sangue veniva sparso alla base dell'altare (Lev 4:7) così le "anime" si trovano sotto l'altare. La morte dei martiri viene paragonata a un sacrificio dell'AT (essi sono stati "sgozzati", dice il testo greco, e usa lo stesso verbo -sfàzo- che nella LXX era termine tecnico per indicare i sacrifici rituali; vedi. ad esempio Lev 4:4). Giovanni utilizza la parola "anime" perché si associa molto bene con "sangue" del v.10; infatti, come abbiamo visto i due termini sono sinonimi.

c) Si tratta perciò di una visione (simbolica) dei martiri che chiedono giustizia. Viene data loro una veste bianca (altro simbolo, vedi Apoc 3:5!) e viene loro detto di aspettare (v 11).

Bibliografia

1) Sarà molto utile la consultazione della Traduzione del Nuovo Mondo della Bibbia (=TNM) pubblicata dai Testimoni di Geova perché, anche se piena di errori, in questo caso rende i termini Néfesh e Psyché sempre letteralmente con "anima" e questo può aiutare a vedere la vastità dei significati di queste espressioni.

2) Per l'AT la migliore trattazione in italiano è quella della voce "Néfesh" nel Dizionario Teologico dell'Antico Testamento (a cura di E. Jenni - C. Westermann), vol II, Casale Monferrato 1982, coll 66-89; si può vedere anche H.W. Wolff, Antropologia dell'Antico Testamento, Ed. Queriniana, Brescia 1975, pp 18-39.

3) Per l'A e il NT insieme, si può consultare la voce "Psyché" nel Grande Lessico del Nuovo Testamento (a cura di G. Kittel - G. Friedrich), Brescia 1965 ss e la voce "anima" nel Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento (a cura di L. Coenen e altri), Bologna 1980, pp 111-120.

4) Una buona sintesi anche dal punto di vista teologico si può trovare in Philippe H. Menoud, Dopo la morte: immortalità o risurrezione?, Ed. Claudiana, Torino, e due saggi di O. Cullmann: Immortalità dell'anima o risurrezione dei morti? e La liberazione anticipata del corpo umano secondo il Nuovo Testamento, entrambi in O. Cullmann, Dalle fonti dell'evangelo alla Teologia cristiana, Ed. Ave, Roma 1971, rispettivamente pagine 193-223 e 109-120.

5) Per chi legge l'inglese c'è l'opera veramente documentata di Leroy Edwin From, The Conditionalist Faith of our Fathers (2 voll), Washington D.C. 1965-66 che, in circa 2500 pagine (!) tratta tutti gli aspetti dell'immortalità dell'anima e presenta anche una storia completa delle discussioni al riguardo nel corso dei secoli.(dal "Dizionario di Dottrine Bibliche" - Edizioni ADV).

" Si tratta anzitutto di ascoltare ciò che dice Platone e ciò che dice san Paolo. Si può andare oltre. Si possono rispettare, e anzi ammirare, tutti e due gli insegnamenti (...) Ma non è ancora una ragione sufficiente per negare che esista una differenza radicale fra l'attesa cristiana della risurrezione dei morti e la credenza greca nell'immortalità dell'anima. (...) Se poi il cristianesimo successivo ha stabilito, più tardi, un legame fra le due credenze e se il cristiano medio oggi le confonde bellamente fra loro, ciò non ci è parsa sufficiente ragione per tacere su un punto che, con la maggior parte degli esegeti, consideriamo come verità; tanto più che il legame stabilito fra la "risurrezione dei morti" e la credenza "nell'immortalità dell'anima" in realtà non è neppure un legame, ma una rinuncia dell'una in favore dell'altra: si è sacrificato al Fedone il capitolo 15 della prima epistola ai Corinti. (...) Bisogna invece riconoscere lealmente che proprio quanto distingue la speranza cristiana dalla credenza greca è il centro stesso della fede del cristianesimo primitivo". (O. Cullmann- "Immortalità dell'anima o risurrezione dei morti?" Paideia- pp.9,10).

ALCUNI COMMENTI

Filippesi 1:20-26  n°1:  “secondo la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte. 21 Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno. 22 Ma se il vivere nella carne porta frutto all'opera mia, non saprei che cosa preferire. 23 Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio; 24 ma, dall'altra, il mio rimanere nel corpo è più necessario per voi. 25 Ho questa ferma fiducia: che rimarrò e starò con tutti voi per il vostro progresso e per la vostra gioia nella fede, 26 affinché, a motivo del mio ritorno in mezzo a voi, abbondi il vostro vanto in Cristo Gesù.”

Leggendo il brano nel suo contesto naturale ci si accorge che qui Paolo non sta parlando del destino dei defunti quanto, invece, del suo PERSONALE DESIDERIO di stare immediatamente col Signore e del fatto che la morte del credente non costituisce un impedimento alla comunione con Cristo. Infatti, al v.20 egli afferma: “Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte.” Come già una volta scrisse:

Romani 8:35: “Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 37 Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. 38 Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, 39 né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.”

E' possibile, come afferma qualcuno, che Paolo sente un desiderio ardente di essere unito a Cristo immediatamente dopo la morte? Possono le sue parole  significare  che appena morto egli sarà realmente con Cristo in una condizione di vita cosciente?  E' vero che "se Paolo credesse che dopo la morte vi è solo il...nulla fino al giorno della resurrezione, non si capisce dove sia il dilemma. Solo la speranza di essere subito dopo la morte con Cristo rende il discorso logico!” ? E' quello che vedremo  più avanti.

CHE COSA HA INSEGNATO PAOLO SULL’ARGOMENTO:

1)      La risurrezione è uno dei punti chiave della predicazione paolina: Atti 17:18,31; 24:21; Rom. 6:9; 8:34

2)      Se siamo uniti a Cristo da un legame spirituale indistruttibile, Dio ci risusciterà con la stessa potenza e per le stesse ragioni che hanno determinato la risurrezione del Maestro: Rom. 8:11; 2 Cor. 4:14; 1 Tess. 4:13-15

3)      La risurrezione dei giusti avverrà al momento del ritorno di Cristo: 1 Cor. 15:23; 1 Tess. 4:16

4)      In armonia con quanto dichiara l’Antico Testamento sullo stato dei morti (Giob 14:21; Sal 6:5; 58:11; 115:17; Eccl 9:5,6,10; Isaia 38:18), l’apostolo usa ripetutamente il verbo “dormire”; anche la parola “cimitero” deriva dal greco “Koimetirion”, “dormitorio”.

5)      Due risurrezioni separate, dei giusti e degli ingiusti: Atti 24:15:  "avendo in Dio la speranza, condivisa anche da costoro, che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti." Quella dei giusti avverrà al ritorno di Cristo: 1 Tess 4:16

6)      I credenti viventi al ritorno di Cristo saranno trasformati all’istante e rivestiranno un corpo spirituale incorruttibile: 1 Tess 4:15-17; 1 Cor 15:51-53

7)      Glorificazione e immortalità verranno conferite solo al ritorno di Cristo: Rom. 8:30; 1 Cor. 15:53,54; Fil 3:20,21

8)      Solo Dio, l’Unico immortale può conferire l’immortalità:

        “1Timoteo 6:16: " il solo che possiede l'immortalità e che abita una luce inaccessibile; che nessun uomo ha visto né può vedere; a lui siano onore e potenza eterna. Amen."  1Timoteo 1:17: " Al Re eterno, immortale, invisibile, all'unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. "

9)      Il cristiano CERCA l’immortalità (se la “CERCA” è segno che non la possiede intrinsecamente in nessun senso): Romani 2:7: "vita eterna a quelli che con perseveranza nel fare il bene cercano gloria, onore e immortalità." L’immortalità non è naturale ma condizionata, ed è la conseguenza della fede in Cristo e dell’ubbidienza coerente.

Anche l’AT testimonia la stessa verità:

Daniele 12:1: «In quel tempo sorgerà Michele, il grande capo, il difensore dei figli del tuo popolo; vi sarà un tempo di angoscia, come non ce ne fu mai da quando sorsero le nazioni fino a quel tempo; e in quel tempo, il tuo popolo sarà salvato; cioè, tutti quelli che saranno trovati iscritti nel libro.2 Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per la vergogna e per una eterna infamia. 3 I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento e quelli che avranno insegnato a molti la giustizia risplenderanno come le stelle in eterno."  Daniele 12:13:  "Tu avviati verso la fine; tu ti riposerai e poi ti rialzerai per ricevere la tua parte di eredità alla fine dei tempi». alla fine dei tempi». "

Così il Nuovo Testamento:

Giovanni 11:11 Così parlò; poi disse loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma vado a svegliarlo». 12 Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme, sarà salvo». 13 Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del dormire del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto,

Giovanni 11:23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell'ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?»

La morte nel Vangelo di Giovanni è vista come un “sonno”, esattamente come nell’AT. Marta sa che i morti risusciteranno nell’ ULTIMO GIORNO”. Gesù non contraddice l’affermazione di Marta, ma afferma la sua potestà sulla morte. Se Lazzaro, il defunto, fosse stato alla “presenza di Dio”, perché riportarlo in vita? O, almeno, perché non dire per esempio: “Tuo fratello vive in Paradiso”? Invece, ancora una volta è la RISURREZIONE il grande tema, non l’immortalità dell’anima!

Ebrei 11:39 Tutti costoro, pur avendo avuto buona testimonianza per la loro fede, non ottennero ciò che era stato promesso.40 Perché Dio aveva in vista per noi qualcosa di meglio, in modo che loro non giungessero alla perfezione senza di noi.

Il testo di Filippesi 1:23 non dovrebbe essere letto senza tener conto di quello che dice Paolo nella stessa lettera:

Filippesi 3:9:  “e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede.10 Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, 11 per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.

12 Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo Gesù. 13 Fratelli, io non ritengo di averlo già afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, 14 corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù.”

Filippesi 3:20:  “Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore, 21 che trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il potere che egli ha di sottomettere a sé ogni cosa.”

E nell’altra lettera della sua “prigionia”:

2Timoteo 4:6:  “Quanto a me, io sto per essere offerto in libazione, e il tempo della mia partenza è giunto. 7 Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. 8 Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione.” 

 Il peccato ha deturpato tutto il creato e l’essere umano tutto intero. La restaurazione dovrà essere ugualmente totale, cioè dovrà comprendere la fisicità dell’uomo.

Il problema del “tempo intermedio”, non è un problema biblico; nel migliore dei casi si può affermare che, almeno da Paolo, non è stato affrontato.

Come spiegare dunque Filippesi 1:23? Tenendo conto della teologia paolina sull’argomento e dell’insegnamento generale del NT, possiamo dire che la morte per Paolo non è separazione da Cristo. Al momento della morte c’è la sospensione della vita. Se dopo la morte c’è il nulla, per Paolo morire tra vent’anni o tra un secondo non farebbe nessuna differenza. La condizione di non- coscienza dei defunti rende il tempo senza significato: non c’è “attesa”. Il credente muore e al suo “risveglio” (cioè, al ritorno di Cristo) non ha consapevolezza del tempo trascorso. Il suo “essere con Cristo” durante questo tempo esprime la certezza della non separazione da Cristo:

Ecco come l’apostolo Giovanni si esprime a proposito:

1Giovanni 3:2 Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quand'egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com'egli è. 3 E chiunque ha questa speranza in lui, si purifica com'egli è puro.

Anche per Giovanni la restaurazione dell’uomo avviene al ritorno di Cristo, nessun accenno ad una “vita” separata dal corpo tra il momento della morte e quello della risurrezione.

 Filippesi 1:21-25  n°2.

“21 Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. 22 Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. 23 Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio;24 d'altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne. 25 Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò a essere d'aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede,” (Versione CEI).

La versione della CEI traduce in maniera discutibile  “sarx” ("carne") con  “corpo” (che in greco è “soma”). Ecco il testo in greco: 

Filippesi 1:21 ™moˆ g¦r tÕ zÁn CristÕj kaˆ tÕ ¢poqane‹n kšrdoj.

Filippesi 1:22 e„ d tÕ zÁn ™n sark…, toàtÒ moi karpÕj œrgou: kaˆ t… aƒr»somai oÙ gnwr…zw.

Filippesi 1:23 sunšcomai d ™k tîn dÚo, t¾n ™piqum…an œcwn e„j tÕ ¢nalàsai kaˆ sÝn Cristù enai, pollù [g¦r] m©llon kre‹sson:

Filippesi 1:24 tÕ d ™pimšnein [™n] tÍ sarkˆ ¢nagkaiÒteron di' Øm©j.

Filippesi 1:25 kaˆ toàto pepoiqëj oda Óti menî kaˆ paramenî p©sin Øm‹n e„j t¾n Ømîn prokop¾n kaˆ car¦n tÁj p…stewj,

Ecco come una versione più letterale, la Nuovissima Versione dai testi originali, ed. paoline, rende il nostro testo:

“21Per me infatti vivere è Cristo e il morire un guadagno.22Perché, se continuare a vivere nella CARNE mi frutta lavoro, non so cosa scegliere.23Sono preso da due sentimenti: desidero andarmene ed essere col Cristo, e sarebbe preferibile; 24ma continuare a vivere nella CARNE è più necessario per il vostro bene.”

Sorprendentemente ecco come è commentato questo testo nella Bibbia di Gerusalemme:

“1,23 per essere con Cristo: la morte è, come la vita, una maniera di essere “con” il Cristo (cf. 1 Ts 5,10; Rm 14,8; Col 3,3 ecc.). Paolo non spiega come concepisce questo “guadagno” (v21), questo stato, che egli considera molto migliore (v23), in un’esistenza con Cristo che succede direttamente alla morte senza attendere la risurrezione di tutti (cf 2 Cor 5,8).”

“PAOLO NON SPIEGA…”, dice la BJ(!).

Nostra SPIEGAZIONE:

 

"Il cristiano può affrontare la morte senza angoscia. Essa continua certamente a turbarci e ad addolorarci per tutto quello che rappresenta in termini di dolore e di separazione. E’ vero che essa continua ad operare, ma è già stata vinta dalla morte e dalla risurrezione di Cristo. Grazie a Cristo essa sarà un giorno definitivamente distrutta: la morte morirà (1 Cor 15:51-58; Apocalisse 20:14). Possiamo quindi guardare alla morte con una certa serenità. Possiamo però considerarla addirittura come un guadagno? E in che senso?

Il testo di Filippesi 1:23 pone due problemi:

  1.       Paolo vuole dire che morendo possiamo immediatamente incontrare Cristo e ritrovarci con lui nella pienezza del regno di Dio? In tal caso come comprendere quello che lui stesso dice altrove parlando dei morti in Cristo che dormono in attesa del ritorno di Cristo e della risurrezione (1 Tess 4:13-18)?

  2.        Il non vivere più “nella carne” per essere con Cristo significa forse che Paolo crede nell’esistenza di un’anima immortale distinta dal corpo e che al corpo sopravvive? In tal caso non contraddirebbe tutta la visione biblica che vede l’essere umano come un tutto inseparabile?

L’apostolo stesso crede che l’uomo nella sua interezza si presenterà al suo Creatore (1 Tess 5:23). Oggi anche diversi teologi, pur appartenendo a chiese che sostengono l’immortalità dell’anima e l’immediata ricompensa dei salvati, stanno ritornando alla visione biblica dell’uomo e della morte, come O. Cullmann e Hans Kung (di formazione teologica cattolica che, per esempio, scrive che “l’uomo muore come totalità, con il corpo e l’anima, come unità psicosomatica” -H. Kung- “Vita eterna?”- Mondadori p. 181).

Che cosa vuole dire l’apostolo Paolo? Innanzitutto per lui “carne” non equivale a “corpo”. La sua speranza non è quella di andare a Cristo senza un corpo, ma con un corpo trasformato e incorruttibile (1 Cor 15:52-52). “Carne” indica semplicemente la totalità della natura umana nella sua debolezza e corruzione provocata dal peccato. E’ così che egli può parlare di “savi secondo la carne” (1 Cor 1:26) o di giudizi dati “secondo la carne” (2 Cor 1:17). Il riferimento è alla realtà di uomini che vivono lontano da Dio a differenza di quelli che vivono ed operano “secondo lo spirito” (Rom 8:4). Non è che questi ultimi non abbiano un corpo: vivono però in una corretta relazione con Dio, godendo già ora di quella realtà dove tutto sarà “spirituale”, cioè conforme allo Spirito di Dio.

Questo essere nella carne è caratteristico, per Paolo della nostra esperienza attuale dove, l’ingiustizia, la violenza, il peccato, la sofferenza e la morte dominano sovrani (Rom 8:22). Anch’egli ne sente il peso ed è stanco di portarlo. Questa sua fatica è del tutto comprensibile se si pensa che egli scrive da Roma mentre si trova in prigione rischiando la condanna a morte per aver predicato l’amore di Dio. Vorrebbe così smettere le sue lotte e riposarsi per essere poi accolto nel regno di Dio.

Paolo parla della sua possibile morte come una via per “essere con Cristo”. Studiosi identificano questo “essere con Cristo” con il momento del ritorno di Cristo. In questa prospettiva Paolo avrebbe dovuto aspettare un certo tempo per essere con il suo Signore. Egli lo sa bene e lo dice in tanti altri posti. Ma sa anche che il sonno della morte è anche uno stato di incoscienza in cui lo scorrere del tempo non viene più percepito. Rispetto al credente che dorme nell’attesa della risurrezione il tempo non esiste più e la morte è come seguita dalla resurrezione e dall’abbraccio del proprio Redentore.

La certezza della fede rende presente e vivo il futuro. E’ per questo che Paolo può descrivere i credenti attuali non solo come chiamati, ma addirittura come glorificati (Rom 8:29,30)." (libero adattamento da “L’energia della vita” Ed. ADV- Firenze).

Significative sono queste parole di Paolo:

Romani 8:22:  “Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; 23 non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo.24 Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? 25 Ma se speriamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza.”

Ancora una volta sentiamo l’apostolo  esprimere la speranza della “redenzione del corpo”: niente che alluda a una possibilità “intermedia” che si frappone tra la morte e la risurrezione. Il credente “aspetta con pazienza” la salvezza, che ora è in “speranza”, allora sarà reale.

Romani 8:9 “Voi però non siete nella carne ma nello Spirito, se lo Spirito di Dio abita veramente in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, egli non appartiene a lui. 10 Ma se Cristo è in voi, nonostante il corpo sia morto a causa del peccato, lo Spirito dà vita a causa della giustificazione.11 Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.”  

Si confronti questo passo dell'AT:

Daniele 12:13: "Tu avviati verso la fine; tu ti riposerai e poi ti rialzerai per ricevere la tua parte di eredità alla fine dei tempi». "

Con quest'altro del NT:

2Timoteo 4:8: "Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione." 

Entrambi recano la stessa verità: la vita eterna è un dono che l'uomo riceverà alla fine dei tempi.

Giacomo 1:12 Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano.

1Pietro 5:4 E quando apparirà il supremo pastore, riceverete la corona della gloria che non appassisce.

  

La parabola del ricco e Lazzaro.

Il testo più spesso citato da chi sostiene l’immortalità dell’anima è certamente la parabola del ricco e Lazzaro:

  Luca 16:19-31:  «C'era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; e c'era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo; morì anche il ricco, e fu sepolto. E nel soggiorno dei morti, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abraamo, e Lazzaro nel suo seno; ed esclamò: "Padre Abraamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell'acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma". Ma Abraamo disse: "Figlio, ricòrdati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi". Ed egli disse: "Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento". Abraamo disse: "Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli". Ed egli: "No, padre Abraamo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno". Abraamo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita"».

Possiamo senz’altro dire che, essendo una parabola, è certamente sbagliato servirsene per sostenere una dottrina, come sarebbe sbagliato dedurre dalla parabola di Jotham, che gli alberi camminano o parlano!

Giudici 9:8-15:  “Un giorno, gli alberi si misero in cammino per ungere un re che regnasse su di loro; e dissero all'ulivo: "Regna tu su di noi". Ma l'ulivo rispose loro: "E io dovrei rinunziare al mio olio che Dio e gli uomini onorano in me, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?" Allora gli alberi dissero al fico: "Vieni tu a regnare su di noi". Ma il fico rispose loro: "E io dovrei rinunziare alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?" Poi gli alberi dissero alla vite: "Vieni tu a regnare su di noi". Ma la vite rispose loro: "E io dovrei rinunziare al mio vino che rallegra Dio e gli uomini, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?" Allora tutti gli alberi dissero al pruno: "Vieni tu a regnare su di noi". Il pruno rispose agli alberi: "Se è proprio in buona fede che volete ungermi re per regnare su di voi, venite a rifugiarvi sotto la mia ombra; se no, esca un fuoco dal pruno, e divori i cedri del Libano!"”

La testimonianza di Giuseppe Flavio.

  I tradizionalisti citano spesso la descrizione che Giuseppe Flavio fa della dottrina degli esseni circa l’immortalità dell’anima e la punizione eterna degli empi, per sostenere che la loro opinione fosse ampiamente accettata ai tempi del NT.

“L’Ades è una regione sotterranea dove la luce di questo mondo non splenda” -egli scrive-  “questa regione è prevista come luogo di custodia per le anime e nella quale gli angeli sono posti come guardiani per infliggere loro punizioni temporanee, secondo la condotta e il modo di agire di ognuno” (F. Josephus to the Greeks Concernine Hades, in Complete Works, Gran Rapids 1974, p.637). 

Giuseppe dice ancora che l’Ades è divisa in DUE sezioni. Una è “la regione della luce” dove le anime dei morti giusti sono portate dagli angeli al “luogo che chiamiamo seno di Abramo”. La seconda regione è nelle “tenebre eterne” e le anime degli empi sono trascinate con forza “dagli angeli loro assegnati per la punizione”. Questi angeli trascinano gli empi “nel quartiere dell’inferno stesso”, vengono gettati nell’inferno dove rimangono fino a dopo il giudizio finale. “Un caos profondo e largo è posto fra di loro, a tal guisa che un uomo giusto, che avesse pietà di loro, non potrebbe varcarlo. Nemmeno un ingiusto, se fosse sfacciato abbastanza da tentarvi” (ibidem).

Le impressionanti similitudini fra la descrizione dell’Ades di Giuseppe Flavio e la parabola del ricco Epulone e Lazzaro sono evidenti, ma tale descrizione non è unica negli scritti giudaici del tempo.

E’ significativo che Giuseppe Flavio attribuisca l’immortalità dell’anima e la punizione senza fine, non già agli insegnamenti dell’AT, quanto alle “fiabe” greche che i giudei settari, come gli esseni, hanno trovato irresistibili. Il suo commento presuppone che non tutti i giudei abbiano accettato queste opinioni. Infatti, le indicazioni sono che perfino fra gli esseni vi fossero coloro che non le condividevano. Il “Documento di Damasco” –2,6,7- un’importante rotolo del Mar Morto, descrive la fine dei peccatori paragonando la loro sorte a quella degli antidiluviani che perirono nel Diluvio e a quella degli Israeliti increduli che morirono nel deserto. La punizione di Dio sui peccatori non lascia “nessun restante rimasuglio di loro o nessun sopravvissuto” (L. Moraldi, “I manoscritti di Qumram, UTET, Torino 1971 1QS 2,4,-8, p.137).  

 

  “Forse è stato proprio il silenzio del NT sui particolari dell’aldilà e sulla situazione intermedia fino alla parusìa che ha provocato la curiosità pseudodevozionale e ha fatto sì che non ci si accontentasse di porre la propria speranza in Cristo, ma ha condotto a pensare di dover completare le affermazioni della Scrittura con fantasie umane: il che, in definitiva, sta a dimostrare una mancanza di fede. A questo movimento ha contribuito anche il fatto che al posto della fede neotestamentaria nella risurrezione dei morti (1 Cor 15) è subentrata in certo senso la dottrina greca dell’immortalità dell’anima, che rimane tuttora opinione prevalente anche fra i cristiani, senza che si rendano conto veramente della profonda originalità della speranza cristiana” (H. Bietenhard in “Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento”  Ediz. Dehoniane Bologna, p.855).  

Il ricco e Lazzaro –2

Ci troviamo di fronte a una parabola. La parabola è un racconto, il più delle volte fittizio, che Gesù utilizza per fotografare nella mente dell’ascoltatore un messaggio particolare. Per molti secoli ha prevalso l’interpretazione allegorica della parabola, in cui ogni dettaglio aveva il suo significato, ma nel secolo scorso, Adolf Julicher ha demolito questo modo di interpretare sostenendo che nella parabola c’è un pensiero centrale che va messo in risalto. Egli sosteneva con vigore che nella parabola vera e propria un solo punto è pertinente all’insegnamento che vuole impartire o illustrare, mentre i particolari servono unicamente a dare chiarezza o vivacità al racconto, a renderlo più incisivo e credibile; perciò non vanno interpretati come se avessero tutti un significato metaforico, ma devono guidare l’ascoltatore a trovare il punto centrale, la situazione che si riferisce alla sua esistenza e alla sua condotta . Per interpretare correttamente una parabola bisogna seguire quattro linee fondamentali:

a)      Comprendere il pensiero centrale  senza lasciarci offuscare dai dettagli

b)      Tenere conto del contesto immediatamente prima e dopo la parabola

c)      Fare concordare la spiegazione con il testo senza violentarlo

d)      Evitare di stabilire un insegnamento dogmatico partendo da una parabola

Questo brano di Luca è preceduto dalla parabola del fattore infedele, con la quale Gesù mette in risalto le possibilità offerte dalla vita presente per abbandonare i propri errori. Il fattore infedele si è accorto in tempo della sua condotta indegna della responsabilità affidatagli dal padrone, e così cambia condotta e si converte. “Or i Farisei, che amavano il denaro, udivano tutte queste cose e si facevano beffe di lui” (Lc 16:14). Gesù racconta poi la storia di un uomo ricco e gaudente che vive nell’agiatezza e nello sperpero, ed è incurante delle sofferenze del povero Lazzaro che viene a implorare misericordia, ma inutilmente. Ha avuto tutta la vita per cambiare condotta, ma non gli ha dato importanza, finché la morte non lo ha colpito. Nell’aldilà la situazione è capovolta: Lazzaro è nel paradiso, il ricco si trova nell’Ades. In vita il ricco non ha fatto niente per il povero Lazzaro, adesso da morto Lazzaro non può far niente per il ricco, perché fra loro è posta “una grande voragine”. Da vivi il ricco si godeva della vita e Lazzaro soffriva, da morti il ricco soffre a causa del suo egoismo e Lazzaro gode per la sua rettitudine.

Allora il ricco si rivolge al padre Abramo perché mandi Lazzaro ad avvertire i suoi cinque fratelli dei rischi che corrono continuando a vivere una vita simile alla sua. Abramo risponde: “Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli”. Insiste l’ex ricco presso Abramo, ma Abramo gli risponde ancora: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscitasse”. Ecco l’insegnamento centrale; Gesù afferma che tutto si decide qui sulla terra: la nostra vita, la nostra condotta oggi, stabilirà se quella di domani sarà radiosa e piena di felicità oppure se cadrà nel nulla eterno, in una distruzione irrimediabile e definitiva. In questo non può aiutarci un segno particolare proveniente dal cielo. Spesso la generazione di Gesù ha domandato un segno del cielo; tanto essa era indurita nell’incredulità da non distinguere il carattere divino di Cristo (Mt 12:38-39). Un segno sufficientemente grande è la Parola di Dio, Mosè e i Profeti, ecco il segno per eccellenza! Molti vorrebbero annullare la validità dell’Antico Testamento o della Parola di Dio. “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscitasse”.

Questa parabola è il miglior commentario del brano contenuto in 2 Timoteo 3:16: “Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia”.

Tramite la Bibbia il Signore vuole comunicare con l’uomo e offrirgli una via di scampo al problema del male, della morte. Per credere e aver fiducia in Dio non occorre un miracolo straordinario, un intervento soprannaturale –il nutrimento favorito di una massa di gente la cui fantasia è alimentata dal favoloso, dal meraviglioso, dallo straordinario, e dall’ignoranza della Parola di Dio- ma uno studio attento e personale per interiorizzare il messaggio d’amore.

E’ forse Gesù preoccupato della sorte degli uomini dopo la morte, in questo brano? Certamente no! Né tanto meno  Gesù ha voluto presentare un sistema di premi e di punizioni dopo la morte. La difficoltà di questa parabola è che Gesù insegna attraverso un linguaggio di chiara ispirazione a credenze popolari. Si tratta qui della credenza popolare di un grande banchetto, che Abramo e gli altri patriarchi devono presiedere nella vita a venire. C’è da notare che Gesù, altrove, utilizza questa credenza applicandola all’instaurazione escatologica del regno di Dio (Mt 8:11; Lc 13:28,29), e non alla vita che dovrebbe intercorrere tra la morte e l’apparizione di Cristo. Non ci meraviglia per niente che Gesù utilizzi questa credenza: egli è animato dal desiderio di rendere il più chiaro possibile, nella mente dell’uditore, l’importanza dello studio della Parola di Dio “perchè essa rende testimonianza di lui” (Gv 5:39).

Non si può stabilire infine, basandosi su questa parabola, tutta la dottrina della retribuzione dopo la morte o dell’immortalità dell’anima, perché essa tradisce la motivazione profonda per cui Gesù la dice. E’ questo un grave errore di ermeneutica, che dimostra quanto sia complesso leggere la Bibbia senza aver fatto “tabula rasa” delle concezioni filosofiche o delle tradizioni religiose seguite da millenni, anche dalla chiesa romana. Se le parabole dovessero servire per stabilire dei punti dottrinali potremmo dire che non importa la salvezza tramite Cristo, ma è sufficiente il rientrare in sé del figliuol prodigo (Lc 15:11-32); si potrebbe dire che Gesù  esalta un comportamento disonesto negli affari (Lc 16:1-9) e che Dio ascolta le nostre preghiere perché noi “gli rompiamo la testa” (Lc 18:1-5).

In questa parabola Gesù incontra i suoi ascoltatori sul loro proprio terreno. La dottrina dello stato cosciente dell’anima umana, tra la morte e la risurrezione, era quella di un buon numero dei suoi ascoltatori (non della Bibbia). Gesù vuole dimostrare che era impossibile assicurarsi la salvezza dopo la morte, che è vano attendere un nuovo tempo di grazia dopo questa vita. Questa vita è il solo tempo accordato all’uomo per prepararsi per l’eternità.

La speranza del cristiano, per quanto riguarda l’avvenire, il destino dell’uomo, non è basata sull’immortalità dell’anima, ma sul meraviglioso messaggio della risurrezione (1 Cor 15:22,23). Basato sul fatto miracoloso, e quindi credibile solo con la fede, della risurrezione di Cristo, come anticipazione della risurrezione finale, il cristiano affronta la morte con la certezza che niente, neanche la morte può separarci dall’amore di Cristo (Rom 8:31-39). Lo stato intermedio tra la morte e la risurrezione è caratterizzato dal sonno della morte. Non si tratta della vita dopo la morte, ma di una morte totale in attesa del risveglio alla voce potente di Cristo (1 Tes 4:13-18).(Libero adattamento da “L’energia della vita” Ed. ADV- Firenze).

C'è anche chi si scandalizza, non per la dottrina delle pene eterne, ma per il fatto che Gesù abbia potuto "inventare" una storia allo scopo di illustrare, non la condizione dei defunti ma, come si è detto, per rendere il più chiaro possibile, nella mente dell’uditore, l’importanza dello studio della Parola di Dio: "Gesù non può essere ricorso a delle invenzioni" essi dicono. Ecco che cosa dice uno strumento tecnico di prestigio alla voce "parabola":

"L’immagine presenta un avvenimento oppure un punto principale di paragone. Esempio: “Il regno dei cieli è simile al lievito …” (Mt 13,33) … “ (A. Julicher)...“

" La parabola si distingue dalla similitudine pura solo nell’immagine, CHE E’ UNA STORIA LIBERAMENTE COSTRUITA, presentando qualcosa che PUO’ essere successo in passato …”

“Il racconto di esempi è una storia LIBERAMENTE COSTRUITA; narra un caso tipico, che poi l’uditore deve generalizzare. “Va, e fa anche tu lo stesso!” (Lc 10,37)”…   [e, occhio alla prossima citazione biblica la quale è proprio la "nostra" parabola] Lc 16:19-31, …”   (Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento”- EDB, p.1159- nostre le evidenziazioni).

 

Luca 23,43

" Gesù gli disse: «Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso»."

“E disse a lui Amen a te dico oggi con me sarai in il paradiso” (Versione interlineare).

  Il testo originale non ha punteggiatura quest’ultima viene giustapposta secondo i pregiudizi religiosi dei  traduttori biblici di modo che la frase di Gesù possa assumere due significati: “In verità ti dico oggi, tu sarai con me in paradiso” oppure: “In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso. Tecnicamente tutte e due le traduzioni sono possibili, benché l’osservazione secondo la quale l’avverbio “oggi” non appaia altrove con la frase frequentemente usata “In verità ti dico”. Ma questa osservazione non è determinante se si affrontano altre considerazioni.

 

1)       La parola "paradiso" (paradeisos) è usata altre due volte soltanto nel NT: in 2 Cor. 12:2,4 dove Paolo racconta un’esperienza estatica essendo “rapito in paradiso”. Qui il “paradiso è situato “in cielo”. La seconda volta troviamo questa parola nella descrizione della nuova Gerusalemme, che però Giovanni situa nella futura dimora terrena dei salvati (Ap. 2:7; 22:2).

2)       Quando Gesù è tornato in paradiso? Secondo la tesi tradizionalista Gesù andò in cielo insieme al malfattore subito dopo la loro morte. La Bibbia afferma che dopo la sua crocifissione Cristo è sceso nella tomba (Ades) [Atti 2:31,32]. Come si è già visto, l’Ades è la dimora di TUTTI i defunti, siano essi buoni o malvagi. Se per Ades bisogna comprendere “inferno”, come imprudentemente alcuni intendo questo termine, ben difficilmente Cristo avrebbe fatto quella promessa al malfattore. Una prova indiretta della correttezza del nostro discorso su Luca 16:23 , la parabola del ricco e Lazzaro.

3)       Il giorno della risurrezione Gesù disse a Maria: “Non toccarmi, perché non sono ancora SALITO al Padre mio” (Gv 20:17). E’ evidente che Gesù non era in cielo durante i tre giorni della sua sepoltura. Di conseguenza, nemmeno il malfattore lo era.

4)  La risposta di Gesù è in stretta relazione alla DOMANDA del malfattore: "Luca 23:42: " E diceva: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!»" Ora, è risaputo che Gesù entrerà nel suo regno alla fine dei tempi!

  La nostra interpretazione è quindi quella secondo la quale Gesù fa “oggi” una promessa che si adempirà il giorno della sua parusia:

Giovanni 14:1-3: «Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi;”

C'è chi pensa che il testo di 1 Pietro 3,19-20 (Cristo morto andò a predicare ai morti) suffraghi la tesi dell'immortalità dell'anima; vediamolo:

1Pietro 3:18-20:  “Anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio. Fu messo a morte quanto alla carne, ma reso vivente quanto allo spirito. “E in esso andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere, che una volta furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l'arca, nella quale poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l'acqua.”

A parte il fatto che tutte le volte che Pietro usa il termine "anima" esso ha il significato ebraico di "persona", come sottolinea un'opera cattolica:

"Generalmente "anima", sotto l'influsso ebraico, significa tutto l'uomo, con un'accentuazione delle sue qualità spirituali. In alcuni casi si avverte l'influsso del dualismo anima-corpo tipico della mentalità greca, da Platone in poi. Nella prima Lettera di Pietro il termine "anima" ricorre sei volte: una volta ha chiaramente il significato di "persona" (3,20); negli altri casi si parla sempre dell'uomo, della persona, ma si intende qualcosa di particolare. Non necessariamente un principio, separato o separabile da esso: si intende, più genericamente, tutta la persona umana, ma considerata sotto l'angolo visuale della salvezza: cioè la persona umana che, per essere salvata, deve purificare se stessa (1,22)..." (Commento alle "Lettere di Pietro Giacomo e Giuda"- Ed. Paoline, pp 30,31).

questo testo dovrebbe deporre a favore dell’immortalità dell’anima; mentre in esso molti ravvisano un’opera di predicazione che Gesù Cristo avrebbe svolto in favore di coloro che sono morti prima dell’opera redentrice di Cristo stesso. Dopo la sua morte, Cristo andò in cielo, oppure andò a predicare nell’Ades (che, come sappiamo, la Bibbia situa nelle profondità della terra, agli antipodi del cielo)?

Delle due cose bisogna sceglierne una per non confondere le idee ai molti che già sono poco preparati teologicamente.

Chi usa questi versetti della prima lettera di Pietro per sostenere l'immortalità dell'anima fa una scelta di testi veramente infelice. Leggo infatti da sempre dal  commento dell'opera cattolica sopra menzionata:

  “19.20: I due versetti presentano difficoltà notevoli di interpretazione, che erano state già avvertite dall’esegesi patristica greca e latina. C’è anzitutto una difficoltà di traduzione: il pronome relativo greco con cui inizia il v. 19 può intendersi o riferito allo Spirito, e avremmo allora “in forza di esso”; o, più genericamente, come riferito al contesto del mistero pasquale, e dovremmo allora tradurre: “nel qual tempo”, “nella quale occasione” (…) Ma la difficoltà riguarda specialmente il contenuto espresso: chi sono gli spiriti di cui si parla? Che significato ha l’annuncio di Cristo?” (p.59).

Il commento prosegue adducendo diverse IPOTESI. Allora, visto che ci muoviamo sul terreno delle ipotesi, vediamo chi se la cava con maggior perizia.      

Innanzitutto, in che cosa credeva l’apostolo Pietro riguardo al discorso della salvezza?

1Pietro 1:4,5:  per una eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in cielo per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la salvezza che sta per essere rivelata negli ultimi tempi.

1Pietro 1:7 affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell'oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo.

1Pietro 1:13 Perciò, dopo aver predisposto la vostra mente all'azione, state sobri, e abbiate piena speranza nella grazia che vi sarà recata al momento della rivelazione di Gesù Cristo.

1Pietro 2:12 avendo una buona condotta fra gli stranieri, affinché laddove sparlano di voi, chiamandovi malfattori, osservino le vostre opere buone e diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà.

1Pietro 4:5 Ne renderanno conto a colui che è pronto a giudicare i vivi e i morti.

2Pietro 2:17 Costoro sono fonti senz'acqua e nuvole sospinte dal vento; a loro è riservata la caligine delle tenebre.

2Pietro 3:3-4: Sappiate questo, prima di tutto: che negli ultimi giorni verranno schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo i propri desideri peccaminosi e diranno: «Dov'è la promessa della sua venuta? Perché dal giorno in cui i padri si sono addormentati, tutte le cose continuano come dal principio della creazione».

2Pietro 3:7 mentre i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della perdizione degli empi.

2Pietro 3:11-14:  Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi, quali non dovete essere voi, per santità di condotta e per pietà, mentre attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio, in cui i cieli infocati si dissolveranno e gli elementi infiammati si scioglieranno! Ma, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia. Perciò, carissimi, aspettando queste cose, fate in modo di essere trovati da lui immacolati e irreprensibili nella pace;

Ci va molto a comprendere che l’apostolo Pietro aveva una visione escatologica del destino degli uomini e che questo era riservato al giorno del giudizio di Dio e alla parusia di Gesù Cristo? Nessun giudizio individuale, quindi. Nessun paradiso o inferno dopo la morte dei singoli.

  Come comprendere, allora, il testo in questione? Io credo che la risposta si trovi in un testo in qualche modo “parallelo” a quello proposto:

  1Pietro 1:10-11:  “Intorno a questa salvezza indagarono e fecero ricerche i profeti, che profetizzarono sulla grazia a voi destinata. Essi cercavano di sapere l'epoca e le circostanze cui faceva riferimento lo Spirito di Cristo che era in loro, quando anticipatamente testimoniava delle sofferenze di Cristo e delle glorie che dovevano seguirle.”

  Questo testo ci dice che l’opera di Cristo era già in atto al tempo dell’Antico Testamento: lo Spirito dei profeti era “lo Spirito di Cristo”. In tal senso, cioè in “Spirito”, Gesù andò a predicare a coloro che erano tenuti “in carcere”, cioè nelle maglie del peccato, AL TEMPO DI NOE’. Rileggiamo il testo:

“E in esso (NELLO SPIRITO) andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere, che una volta furono ribelli, (QUANDO GESU’ ANDO’ A PREDICARE?) quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l'arca, nella quale poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l'acqua.”

Con un testo “difficile da tradurre e da interpretare” mi sembra che tale interpretazione sia l’unica che non faccia violenza alla teologia petrina.  

SECONDA PARTE