L' A N I M A
E' I M M O R T A L E ?
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"Il maggiore errore e la peggiore illusione consiste nel ritenere che si possa passare da un pensiero a un altro, stabilendo semplicemente una corrispondenza linguistica tra i due termini che in realtà non hanno lo stesso significato. L'illusione consiste nell'immaginarsi che l'analogia verbale che risulta semplicemente dalla traduzione, ricopra un'analogia reale. Dato che la Bibbia ebraica comporta un termine, tradotto in greco psyche e in latino anima, si pensò di poter ragionare su ciò che la Bibbia chiama anima, allo stesso modo di come si ragiona su quello che intendono Platone, Plotinio o Cartesio. Fu un grave errore. Sotto l'identità del termine, le differenze di contenuto sono radicali" (C. Tresmontant, "Il problema dell'anima" Ed. Paoline, p.63). |
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Ebr.: Néfesh. gr. Psychè. Nel corso dell'esposizione saranno utilizzate le seguenti abbreviazioni: TNM = Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture, Roma 1986; CEI = La Sacra Bibbia, Edizione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana, Roma 1983; Riv. = La Sacra Bibbia, Versione Riveduta a cura del Prof. G. Luzzi, Roma 1982. Nell'AT il sostantivo Néfesh si trova 754 volte e il verbo nafash 3 volte. Nel NT il sostantivo psyché si trova 103 volte e l'aggettivo psycòs 6 volte. Antico Testamento. Il significato originale di néfesh è probabilmente gola, come in Salmo 69:1 (Riv. "Le acque mi son giunte fino all'anima", CEI "L'acqua mi giunge alla gola"), Sal 124:4,5; Is 5:14, ecc. Da questo si passa al senso di respiro (vedi il verbo nafash in Es 23:12; 31:17 e 2 Sam 16:14; la Riv. traduce con "prendere fiato" o "riposare") e quindi al significato di "essere vivente", "vita" Come in Gen 2:7; 1 Sam 19:11, Riv.: = vita; Is 47:14, Riv. = vita ecc.) che è quello basilare. Indi si trovano una serie di idee tutte legate con il concetto basilare di "vita". Ad esempio in Deut 12:23 il testo ebraico, parlando della carne, dice: "Guardati assolutamente dal mangiarne il sangue, perché il sangue è l'anima (ebr hannafesh) e tu non mangerai l'anima (ebr hannafesh) insieme con la carne". Questa identificazione di "anima" con "sangue" si trova anche in Lev 17:10-14. Molte volte "anima" designa semplicemente l'essere vivente con le sue passioni e le sue emozioni e spesso si può tradurre con un pronome personale (io, tu, egli, ecc.) vedi Sal 107:9; 124:7; Is 46:2; Ger 13:17; Gen 27:4 (Riv. "L'anima mia ti benedica"; CEI "Io ti benedica"); Gen 27:19 (Riv. "L'anima tua mi benedica", CEI "Tu mi benedica"). Questo modo di esprimersi viene usato anche parlando di Dio, ad esempio in Is 1:14 (Riv. "L'anima mia li odia"; CEI "Io detesto") Al plurale néfesh può significare "persone" in frasi come: "Menò in cattività 382 anime" (Ger 52:29; Riv "persone"). "Tenendo conto del numero delle anime" (Es 12:4; Riv. "Persone"). Quindi, visto che néfesh designa l'essere vivente, accanto all'aggettivo "morto" può designare un essere che ha cessato di vivere; ad esempio in Num 5:2 (TNM "anima deceduta"; Riv. "un morto") o 6:6 (TNM "anima morta"; Riv. "Corpo morto"), ecc. Da tutto ciò che abbiamo detto risulta evidente che al pensiero dell'AT è totalmente estranea l'idea (greca) di un dualismo anima-corpo, cioè l'idea di un'anima immortale, rinchiusa nel corpo, che si stacca da questo al momento della morte; secondo l'AT l'uomo non "ha" un'anima, ma "è" un'anima. In effetti , la néfesh è l'essere umano totale e quindi essa muore! Ecco alcune espressioni tipiche: 1) "L'anima mia preferisce ... la morte" (Giob 7:15). 2) "L'anima sua si avvicina alla fossa" (Giob 33:22). 3) "Quelli che cercano l'anima mia per farla perire" (Sal 40:14). 4) "Facendo morire anime che non devono morire" (Ez 13:19). 5) "L'anima che pecca sarà quella che morrà" (Ez 18:4,20). Per concludere, va rilevato che nell'AT néfesh designa anche gli animali (in quanto esseri viventi). Per esempio in Gen 1:20: "Brulichino le acque di un brulichio di anime viventi" (TNM, Riv. "animali viventi"); in 1:21: "e Dio creava ... ogni anima vivente che si muove" (TNM, Riv. "Gli esseri viventi"). Vedi anche 1:24,30; 2:19; 9:10; Lev 24:18 ecc. (tutti nella TNM). Testi difficili 1) Testi come 1 Re 17:21,22 si spiegano facilmente tenendo conto che néfesh significa qui "respiro" e quindi "l'anima del fanciullo ritornò in lui" equivale a "riprendere a respirare" (vedi 17:17 "non gli restò respiro", TNM ebr neshamà) 2) In Gen 35:18 l'ebraico dice: "e avvenne, nell'uscire la sua anima poiché morì...". La CEI traduce bene con: "mentre esalava l'ultimo respiro..."; quindi l'idea popolare dell'anima che esce dal corpo quando questo muore è solo un equivoco basato su un antico modo di dire! 3) Riguardo a 1Sam 28:3-20 (Saul che consulta lo "spirito" di Samuele) si deve notare prima di tutto che non si può assolutamente trattare dell'apparizione dell'anima del defunto Samuele voluta da Dio, prima di tutto perché secondo la Bibbia (come abbiamo già visto), l'anima è l'uomo stesso e quindi muore (vedi anche Eccl 9:5,6,10; 2 Sam 12:22,23 ecc.), poi perché Dio non stava rispondendo a Saul per nessuna via (1 Sam 28:6) e sarebbe stato inconcepibile che gli avesse risposto proprio tramite una medium, visto che Egli stesso aveva comandato di mettere a morte coloro che praticavano lo spiritismo in Israele (Lev 19:31; 20:6,27; Is 8:19,20, ecc.). La spiegazione secondo la quale si sarebbe trattato dell'apparizione dello spirito di Samuele si trova solo nel testo di un apocrifo incluso nelle Bibbie cattoliche: Siracide (o Ecclesiastico). 46:20 che dice, parlando di Samuele: "Perfino dopo la sua morte profetizzò, predicendo al re la sua fine; anche dal sepolcro levò ancora la sua voce per allontanare in una profezia l'iniquità del popolo" (CEI), (si tratta di un testo del II secolo a.C.) e nel testo della LXX (più o meno dello stesso periodo) che aggiunge a 1 Cron 10:13 la frase: "Saul consultò la maga affinché indagasse e gli rispose il profeta Samuele". Secondo la spiegazione data dalla Bibbia stessa, invece, all'origine del fenomeno di En-dor non c'è Dio; infatti 1 Cron 10:13,14 dice: "Così morì Saul, a motivo dell'infedeltà che egli aveva commessa contro l'Eterno col non aver osservato la Parola dell'Eterno ed anche perché aveva interrogato e consultato quelli che evocano gli spiriti, mentre non aveva consultato l'Eterno". Risulta abbastanza semplice concludere che a En-dor fu uno spirito diabolico ad apparire sotto le spoglie di Samuele (c'è da notare che Saul non lo vede, perché chiede al v 13 "che vedi?"). D'altronde Saul, secondo 1 Sam 16:14-16, era già tormentato "da un cattivo spirito"! La spiegazione del testo sulla base di una apparizione diabolica fu sostenuta all'unanimità dai Padri della Chiesa e dai commentatori fino alla Riforma. Il v 14 ("allora Saul comprese che era Samuele") descrive semplicemente quello che Saul dedusse dalla descrizione della donna. Va notato che il Kittel, nella sua Bibbia ebraica, suppone che il testo del v 12 sia corrotto e sulla base di alcuni manoscritti della LXX propone di leggere: "E la donna riconobbe Saul". In ogni caso, visto che si tratta di un chiaro caso di spiritismo, sembra bene (come fa la TNM) mettere nel testo il nome "Samuele" fra virgolette, visto che non si trattava del profeta, ma di una contraffazione! Periodo intertestamentario A partire dalla conquista di Alessandro Magno (332 a.C.) la Palestina iniziò a subire fortemente l'influenza greca: si iniziò a diffondere la lingua e la cultura greca. Questo processo, particolarmente accentuato nel II secolo a.C. (sotto Antioco Epifane, sovrano della Siria) portò profondi mutamenti anche in alcune credenze religiose ebraiche. Questi cambiamenti sono riflessi dagli scritti del tempo, soprattutto da quelli chiamati "apocrifi" e "pseudoepigrafici"; in essi compare chiara la credenza nell'immortalità dell'anima, nell'inferno, nel giudizio subito dopo la morte, ecc. Alcuni di questi scritti sono tradotti in Gli Apocrifi dell'Antico Testamento (a cura di Paolo Sacchi), Torino 1981.Nel 1° libro di Enoch (che è una specie di "Divina commedia" ante litteram) troviamo tra l'altro una descrizione del luogo in cui sono punite le anime degli empi: "Queste sono belle località (ci sono) affinché, in esse, si radunino gli spiriti, la anime dei morti ... e io vivi gli spiriti dei figli degli uomini morti". L'angelo che accompagna Enoch nel suo "viaggio" risponde a una sua domanda: ("Questo spirito è quello uscito da Abele" (22:3,7; P. Sacchi, pp 500, 501). Queste credenze si trovano anche in alcuni di quei libri apocrifi che sono stati accettati come ispirati dalla Chiesa Cattolica e quindi sono compresi nelle Bibbie cattoliche (ma non in quelle protestanti!). Ad esempio, nel libro della Sapienza, scritto tra il 50 e il 30 a.C., troviamo: "Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi una rovina, ma essi sono nella pace" (3:1-3), versione CEI) e ancora: "Ero un fanciullo di nobile indole, avevo avuto in sorte un'anima buona, o piuttosto, essendo buono, ero entrato in un corpo senza macchia" (8:19,29, CEI). E' chiara qui la credenza non solo nell'immortalità dell'anima, ma anche nella preesistenza delle anime! Sotto l'influsso greco si diffuse quindi in varie correnti del giudaismo, l'idea dell'immortalità dell'anima, anche se in alcuni scritti troviamo ancora l'idea biblica, come in Tobia e ne II Esdra. Va notato però che non tutti accettavano questa teoria. Ad esempio gli Esseni di Qumram (di cui si sono scoperti moltissimi manoscritti. a partire dal 1947, databili tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., sostenevano l'idea biblica che possiamo chiamare "dell'immortalità condizionata" e non innata. Néfesh, a Qumram, come nell'AT designa l'uomo totale, l'essere vivente che ovviamente, può morire. Negli inni (1 QH) troviamo, ad esempio: "Hai riscattato l'anima del povero, che essi cercavano di sopprimere, versando il suo sangue" (2:32 in I manoscritti di Qumram, a cura di L. Moraldi, Torino 1971, p 370). E' ancora: "Ti ringrazio, Adonai, perché hai liberato l'anima mia dalla fossa e dallo Sheo dell'Abaddon" (3:19; Moraldi, p 376) e infine: "La mia anima mi venne meno fino alla distruzione, perché il vigore del mio corpo era scomparso" (8:32; Moraldi, p 414). NUOVO TESTAMENTO Il significato di psyché nel NT è equivalente a quello di néfesh nell'AT; quindi essa equivale a "vita" (Gv 19:11,15,17; Fil 2:30; 1 Tess 2:8; gr "anima" e a diversi significati già visti nell'AT. E' da notare tra l'altro l'uso di psyché nel senso di "persona" in Atti 2:41: "circa 3000 anime" (TNM, Riv. "3000 persone"; vedi anche 7:14; 27:37; 1 Pt 3:20) e l'uso in riferimento agli animali in Apoc 8:9: "E un terzo delle creature che sono nel mare e che hanno un'anima, morì (TNM, Riv. "Creature viventi", vedi anche 16:3). Quindi anche nel NT si parla, ovviamente, della morte dell'anima, come in Giac 5:20: "Salverà l'anima di lui dalla morte" (vedi Mt 10:39; 16:25; ecc.). Testi difficili 1) Il testo più spesso citato da chi sostiene l'immortalità dell'anima è certamente la parabola del ricco e Lazzaro (Lc 16:19-31). Possiamo senz'altro dire che, essendo una parabola, è certamente sbagliato servirsene per sostenere una dottrina, come sarebbe sbagliato dedurre dalla parabola di Jotham, in Giud 9:8-15, che gli alberi camminano o parlano! Notiamo ora le diverse incoerenze cui andremmo incontro interpretando la parabola letteralmente: a) Risulta dal testo che l'Ades (il soggiorno dei morti, la tomba), è diviso in due parti: una è il "seno di Abramo" (cioè il "paradiso"), l'altra il "soggiorno degli empi" (l' "inferno"), (vv 22 e 23); inoltre, il paradiso e l'inferno sarebbero vicini, ma separati da "una gran voragine" (v 26). Naturalmente chi crede nell'immortalità dell'anima considera questa descrizione come simbolica! b) Secondo i sostenitori dell'immortalità dell'anima, alla morte è l'anima, spirituale, disincarnata che va in paradiso o all'inferno! Qui invece si parla di "occhi", "dito", "lingua" (vv 23,24), quindi di esseri dotati di corpo. Ma il corpo sarà risuscitato solo alla fine dei tempi (1 Cor 15:52), come ne conviene anche chi crede all'immortalità dell'anima! Inoltre, c'è da notare che la menzione della "gran voragine" (v 26) per non permettere il passaggio dei dannati in paradiso e viceversa, sarebbe assurda nell'ipotesi di anime disincarnate (che potrebbero passare dovunque!). c) Secondo Ebr 11:8,19,39,40 Abramo non ha ancora avuto il suo "premio", quindi né lui né la sua anima possono essere evidentemente in paradiso e ciò contraddirebbe i vv 22,23. d) Secondo il v 24 il ricco è tormentato nelle fiamme, che sono una caratteristica della Gehenna (Mt 5:22; 18:9) che, però, secondo il NT, si situa solo alla fine dei tempi (Mt 25:41); inoltre il ricco non va nella Gehenna, ma nell'Ades che indica nella Bibbia solo la tomba e quindi non un luogo in cui c'è il fuoco! e) Secondo Gesù stesso, il premio o il castigo verranno assegnati ad ognuno alla fine dell'età presente e non alla morte (Mt 13:30, 39-43,49,50; 25:31-44, ecc). Tutte queste incongruenze rendono evidente che la parabola va interpretata per quello che è, cioè un racconto allegorico con una morale. Gesù utilizzò semplicemente alcuni elementi delle credenze religiose popolari del tempo (condivise in parte dai farisei!) per insegnare che il destino eterno si decide in questa vita e per questo non c'è più la possibilità di una seconda prova dopo la morte; quindi bisogna sfruttare al massimo le occasioni di questa vita, come viene anche insegnato nella prima parte del capitolo 16 (vv 1-12) nella parabola del "fattore infedele". 2) Per Luca 23:43 basta ricordare che i manoscritti originali nel NT non avevano punteggiatura e il testo (tradotto letteralmente) si leggeva: "E disse a lui in verità a te dico oggi con me sarai nel paradiso"; basta mettere il punto dopo oggi e la frase acquista il senso di una promessa a tempo indeterminato; d'altronde Gesù stesso, la domenica della risurrezione dice a Maria che non è ancora stato in Paradiso (Giov. 20:17). 3) In 2 Cor 5:1-4 l'apostolo Paolo utilizza un tipo di linguaggio che ci fa capire che egli stava combattendo un gruppo di gnostici che credeva evidentemente nella possibilità dell'anima sincera (o "nuda", senza il corpo, v3). Paolo polemizza con loro dicendo che anche se il corpo terreno è disfatto, noi sappiamo che Dio ce ne ha preparato uno migliore e desideriamo "rivestirci del nostro corpo celeste" (v 2, CEI), non certo "essere spogliati" (v 4), ma comunque "anche se saremo spogliati (cioè colpiti dalla morte; il greco ha Ekdusàmenoi) non saremo trovati nudi" (v 3 traduzione letterale dal greco) come invece sostenevano gli gnostici. Se poi al v 3 si accetta la lezione Endusàmenoi nel greco (come fa la Riv.) allora si dovrebbe tradurre: "Sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste, e dal momento che saremo rivestiti con esso non saremo trovati nudi". Il punto centrale dell'argomentazione di Paolo è proprio quello di negare l'argomento degli gnostici che credevano nella sopravvivenza di un'anima disincarnata! 4) Per i testi di Fil 1:23 e 2 Cor 5:8 basta ricordare che nella morte, come avviene nel sonno, non c'è coscienza del tempo, per cui come addormentarsi e svegliarsi sembrano due atti immediatamente consecutivi per chi va a letto la sera, così, morire, per il cristiano equivale a risorgere; i due atti vengono vissuti come consecutivi proprio perché non c'è coscienza del tempo! La frase "partire dal corpo" (2 Cor 5:8) significa semplicemente "lasciare questa vita" (TILC), "morire". Alcuni pensano che in Fil 1:23 Paolo preferisca alle due alternative dei versetti 20,21 (vivere-morire) un'altra: la "traslazione" (cioè l'essere trasformato e rapito nelle nuvole alla parusia di Cristo, come egli dice in 1 Tess 4:16,17), ma questa spiegazione appare forzata! 5) Per Apoc 6:9 (le anime sotto l'altare) occorre notare: a) l'uso di psyché nell'Apocalisse è conforme a quello del resto del NT; il sostantivo viene usato in altri sei passi, oltre a quello citato: Apoc 8:9: "e un terzo delle creature che sono nel mare e che hanno anima morì" (TNM); 12:11 "e non amarono la loro anima neppure di fronte alla morte" (TNM) e inoltre 16:3; 18:13,14 e 20:4. b) il passo di 6:9 è chiamato simbolico; si parla nel contesto di un cavallo bianco, di uno rosso, di sigilli, ecc. Come il sangue veniva sparso alla base dell'altare (Lev 4:7) così le "anime" si trovano sotto l'altare. La morte dei martiri viene paragonata a un sacrificio dell'AT (essi sono stati "sgozzati", dice il testo greco, e usa lo stesso verbo -sfàzo- che nella LXX era termine tecnico per indicare i sacrifici rituali; vedi. ad esempio Lev 4:4). Giovanni utilizza la parola "anime" perché si associa molto bene con "sangue" del v.10; infatti, come abbiamo visto i due termini sono sinonimi. c) Si tratta perciò di una visione (simbolica) dei martiri che chiedono giustizia. Viene data loro una veste bianca (altro simbolo, vedi Apoc 3:5!) e viene loro detto di aspettare (v 11). Bibliografia 1) Sarà molto utile la consultazione della Traduzione del Nuovo Mondo della Bibbia (=TNM) pubblicata dai Testimoni di Geova perché, anche se piena di errori, in questo caso rende i termini Néfesh e Psyché sempre letteralmente con "anima" e questo può aiutare a vedere la vastità dei significati di queste espressioni. 2) Per l'AT la migliore trattazione in italiano è quella della voce "Néfesh" nel Dizionario Teologico dell'Antico Testamento (a cura di E. Jenni - C. Westermann), vol II, Casale Monferrato 1982, coll 66-89; si può vedere anche H.W. Wolff, Antropologia dell'Antico Testamento, Ed. Queriniana, Brescia 1975, pp 18-39. 3) Per l'A e il NT insieme, si può consultare la voce "Psyché" nel Grande Lessico del Nuovo Testamento (a cura di G. Kittel - G. Friedrich), Brescia 1965 ss e la voce "anima" nel Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento (a cura di L. Coenen e altri), Bologna 1980, pp 111-120. 4) Una buona sintesi anche dal punto di vista teologico si può trovare in Philippe H. Menoud, Dopo la morte: immortalità o risurrezione?, Ed. Claudiana, Torino, e due saggi di O. Cullmann: Immortalità dell'anima o risurrezione dei morti? e La liberazione anticipata del corpo umano secondo il Nuovo Testamento, entrambi in O. Cullmann, Dalle fonti dell'evangelo alla Teologia cristiana, Ed. Ave, Roma 1971, rispettivamente pagine 193-223 e 109-120. 5) Per chi legge l'inglese c'è l'opera veramente documentata di Leroy Edwin From, The Conditionalist Faith of our Fathers (2 voll), Washington D.C. 1965-66 che, in circa 2500 pagine (!) tratta tutti gli aspetti dell'immortalità dell'anima e presenta anche una storia completa delle discussioni al riguardo nel corso dei secoli.(dal "Dizionario di Dottrine Bibliche" - Edizioni ADV). |
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" Si tratta anzitutto di ascoltare ciò che dice Platone e ciò che dice san Paolo. Si può andare oltre. Si possono rispettare, e anzi ammirare, tutti e due gli insegnamenti (...) Ma non è ancora una ragione sufficiente per negare che esista una differenza radicale fra l'attesa cristiana della risurrezione dei morti e la credenza greca nell'immortalità dell'anima. (...) Se poi il cristianesimo successivo ha stabilito, più tardi, un legame fra le due credenze e se il cristiano medio oggi le confonde bellamente fra loro, ciò non ci è parsa sufficiente ragione per tacere su un punto che, con la maggior parte degli esegeti, consideriamo come verità; tanto più che il legame stabilito fra la "risurrezione dei morti" e la credenza "nell'immortalità dell'anima" in realtà non è neppure un legame, ma una rinuncia dell'una in favore dell'altra: si è sacrificato al Fedone il capitolo 15 della prima epistola ai Corinti. (...) Bisogna invece riconoscere lealmente che proprio quanto distingue la speranza cristiana dalla credenza greca è il centro stesso della fede del cristianesimo primitivo". (O. Cullmann- "Immortalità dell'anima o risurrezione dei morti?" Paideia- pp.9,10). |
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ALCUNI COMMENTI Filippesi
1:20-26 n°1: “secondo
la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che
con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo,
sia con la vita, sia con la morte. 21 Infatti per me il vivere è Cristo
e il morire guadagno. 22 Ma se il vivere nella carne porta frutto
all'opera mia, non saprei che cosa preferire. 23 Sono stretto da due
lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è
molto meglio; 24 ma, dall'altra, il mio rimanere nel corpo è più
necessario per voi. 25 Ho questa ferma fiducia: che rimarrò e starò con
tutti voi per il vostro progresso e per la vostra gioia nella fede, 26
affinché, a motivo del mio ritorno in mezzo a voi, abbondi il vostro vanto in
Cristo Gesù.” Leggendo il brano nel suo contesto naturale ci si accorge che qui Paolo non sta
parlando del destino dei defunti quanto, invece, del suo PERSONALE DESIDERIO di
stare immediatamente col Signore e del fatto che la morte del credente non
costituisce un impedimento alla comunione con Cristo. Romani 8:35:
“Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione,
l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 37
Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che
ci ha amati. 38 Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né
angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, 39 né
potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno
separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.” E'
possibile, come afferma qualcuno, che Paolo
sente un desiderio ardente di essere unito a Cristo immediatamente dopo la morte?
Possono le sue parole significare che appena morto egli sarà
realmente con Cristo in una condizione di vita cosciente? E' vero che CHE COSA HA INSEGNATO PAOLO SULL’ARGOMENTO: 1)
La risurrezione è uno dei punti chiave della predicazione paolina: Atti
17:18,31; 24:21; Rom. 6:9; 8:34 2) Se siamo uniti a Cristo da un legame spirituale indistruttibile, Dio ci risusciterà con la stessa potenza e per le stesse ragioni che hanno determinato la risurrezione del Maestro: Rom. 8:11; 2 Cor. 4:14; 1 Tess. 4:13-15 3) La risurrezione dei giusti avverrà al momento del ritorno di Cristo: 1 Cor. 15:23; 1 Tess. 4:16 4) In armonia con quanto dichiara l’Antico Testamento sullo stato dei morti (Giob 14:21; Sal 6:5; 58:11; 115:17; Eccl 9:5,6,10; Isaia 38:18), l’apostolo usa ripetutamente il verbo “dormire”; anche la parola “cimitero” deriva dal greco “Koimetirion”, “dormitorio”. 5)
Due risurrezioni separate,
dei giusti e degli ingiusti: Atti
24:15: "avendo in Dio la speranza, condivisa anche da costoro, che ci sarà una
risurrezione dei giusti e degli ingiusti." 6)
I credenti viventi al
ritorno di Cristo saranno trasformati all’istante e rivestiranno un corpo
spirituale incorruttibile: 1 Tess 4:15-17; 1 Cor 15:51-53 7)
Glorificazione e
immortalità verranno conferite solo al ritorno di Cristo: Rom. 8:30; 1 Cor.
15:53,54; Fil 3:20,21 8) Solo Dio, l’Unico immortale può conferire l’immortalità:
“1Timoteo 6:16:
" il solo che possiede l'immortalità e che abita
una luce inaccessibile; che nessun uomo ha visto né può vedere; a lui siano
onore e potenza eterna. Amen."
1Timoteo 1:17: " Al Re eterno,
immortale, invisibile, all'unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei
secoli. Amen. " 9)
Il cristiano CERCA
l’immortalità (se la “CERCA” è segno che non la possiede intrinsecamente
in nessun senso): Romani 2:7:
"vita eterna a quelli che con perseveranza nel fare
il bene cercano gloria,
onore e immortalità." L’immortalità
non è naturale ma condizionata, ed è la conseguenza della fede in Cristo e
dell’ubbidienza coerente. Anche l’AT testimonia la stessa verità: Daniele
12:1: «In quel tempo sorgerà
Michele, il grande capo, il difensore dei figli del tuo popolo; vi sarà un
tempo di angoscia, come non ce ne fu mai da quando sorsero le nazioni fino a
quel tempo; e in quel tempo, il tuo popolo sarà salvato; cioè, tutti quelli
che saranno trovati iscritti nel libro.2 Molti di quelli che dormono
nella polvere della terra si risveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli
altri per la vergogna e per una eterna infamia. 3 I saggi risplenderanno
come lo splendore del firmamento e quelli che avranno insegnato a molti la
giustizia risplenderanno come le stelle in eterno." Daniele 12:13:
"Tu
avviati verso la fine; tu ti riposerai e poi ti rialzerai per ricevere la tua
parte di eredità alla fine dei
tempi». alla fine dei
tempi». Così
il Nuovo Testamento: Giovanni
11:11 Così parlò; poi disse
loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma vado a svegliarlo». 12
Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme, sarà salvo». 13
Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato
del dormire del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro
è morto, Giovanni
11:23 Gesù le disse: «Tuo fratello
risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella
risurrezione, nell'ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la
risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 e
chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» La
morte nel Vangelo di Giovanni è vista come un “sonno”, esattamente come
nell’AT. Marta sa che i morti risusciteranno nell’ ULTIMO GIORNO”. Gesù
non contraddice l’affermazione di Marta, ma afferma la sua potestà sulla
morte. Se Lazzaro, il defunto, fosse stato alla “presenza di Dio”, perché
riportarlo in vita? O, almeno, perché non dire per esempio: “Tuo fratello
vive in Paradiso”? Invece, ancora una volta è la RISURREZIONE il grande tema,
non l’immortalità dell’anima! Ebrei
11:39 Tutti costoro, pur avendo avuto
buona testimonianza per la loro fede, non ottennero ciò che era stato promesso.40
Perché Dio aveva in vista per noi qualcosa di meglio, in modo che loro non
giungessero alla perfezione senza di noi. Il
testo di Filippesi 1:23 non dovrebbe essere letto senza tener conto di quello
che dice Paolo nella stessa lettera: Filippesi
3:9: “e
di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma
con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio,
basata sulla fede.10 Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la
potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo
conforme a lui nella sua morte, 11 per giungere
in qualche modo alla risurrezione dei morti. 12
Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione;
ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato
afferrato da Cristo Gesù. 13 Fratelli, io non ritengo di averlo già
afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e
protendendomi verso quelle che stanno davanti, 14 corro verso la mèta
per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù.” Filippesi
3:20: “Quanto a noi, la nostra
cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo,
il Signore, 21 che trasformerà il corpo della nostra umiliazione
rendendolo conforme al corpo della sua gloria, mediante il potere che egli ha di
sottomettere a sé ogni cosa.” E
nell’altra lettera della sua “prigionia”: 2Timoteo
4:6: “Quanto
a me, io sto per essere offerto in libazione, e il tempo della mia partenza è
giunto. 7 Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho
conservato la fede. 8 Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il
Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma
anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione.” Il peccato ha deturpato tutto il creato e
l’essere
umano tutto intero. La restaurazione dovrà essere ugualmente totale, cioè dovrà
comprendere la fisicità dell’uomo. Il
problema del “tempo intermedio”, non è un problema biblico; nel migliore
dei casi si può affermare che, almeno da Paolo, non è stato affrontato. Come
spiegare dunque Filippesi 1:23? Tenendo conto della teologia paolina
sull’argomento e dell’insegnamento generale del NT, possiamo dire che la
morte per Paolo non è separazione da Cristo. Al momento della morte c’è la
sospensione della vita.
Se dopo la morte c’è il nulla, per Paolo morire tra vent’anni o tra un
secondo non farebbe nessuna differenza. Ecco come l’apostolo Giovanni si esprime a proposito: 1Giovanni
3:2 Carissimi, ora siamo
figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che
quand'egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com'egli è.
3 E chiunque ha questa speranza in lui, si purifica com'egli è puro. Anche
per Giovanni la restaurazione dell’uomo avviene al ritorno di Cristo, nessun
accenno ad una “vita” separata dal corpo tra il momento della morte e quello
della risurrezione. Filippesi 1:21-25
n°2. “21
Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. 22 Ma se il
vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba
scegliere. 23 Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una
parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che
sarebbe assai meglio;24 d'altra parte, è più necessario per voi che io
rimanga nella carne. 25 Per conto mio, sono convinto che resterò e
continuerò a essere d'aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della
vostra fede,” (Versione CEI). La versione della CEI traduce in maniera discutibile “sarx” ("carne") con “corpo” (che in greco è “soma”). Ecco il testo in greco: Filippesi
1:21 ™moˆ g¦r tÕ zÁn CristÕj kaˆ
tÕ ¢poqane‹n kšrdoj. Filippesi
1:22 e„ d tÕ zÁn ™n sark…,
toàtÒ moi karpÕj œrgou: kaˆ t… aƒr»somai oÙ gnwr…zw. Filippesi
1:23 sunšcomai d ™k tîn
dÚo, t¾n
™piqum…an œcwn e„j tÕ ¢nalàsai kaˆ sÝn Cristù enai, pollù [g¦r]
m©llon kre‹sson: Filippesi
1:24 tÕ d ™pimšnein [™n] tÍ sarkˆ
¢nagkaiÒteron di' Øm©j. Filippesi
1:25 kaˆ toàto pepoiqëj oda Óti
menî kaˆ paramenî p©sin Øm‹n e„j t¾n Ømîn prokop¾n kaˆ car¦n tÁj
p…stewj, Ecco
come una versione più letterale, la Nuovissima Versione dai testi originali,
ed. paoline, rende il nostro testo: “21Per me infatti vivere è Cristo e il morire un guadagno.22Perché, se continuare a vivere nella CARNE mi frutta lavoro, non so cosa scegliere.23Sono preso da due sentimenti: desidero andarmene ed essere col Cristo, e sarebbe preferibile; 24ma continuare a vivere nella CARNE è più necessario per il vostro bene.” Sorprendentemente
ecco come è commentato questo testo nella Bibbia di Gerusalemme: “1,23 per
essere con Cristo: la morte è, come la vita, una maniera di essere “con” il
Cristo (cf. 1 Ts 5,10; Rm 14,8; Col 3,3 ecc.). Paolo non spiega come concepisce
questo “guadagno” (v21), questo stato, che egli considera molto migliore
(v23), in un’esistenza con Cristo che succede direttamente alla morte senza
attendere la risurrezione di tutti (cf 2 Cor 5,8).” “PAOLO NON
SPIEGA…”, dice la BJ(!). Nostra
SPIEGAZIONE:
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"Il
cristiano può affrontare la morte senza angoscia. Essa continua certamente a
turbarci e ad addolorarci per tutto quello che rappresenta in termini di dolore
e di separazione. E’ vero che essa continua ad operare, ma è già stata vinta
dalla morte e dalla risurrezione di Cristo. Grazie a Cristo essa sarà un giorno
definitivamente distrutta: la morte morirà (1 Cor 15:51-58; Apocalisse 20:14). Il
testo di Filippesi 1:23 pone due problemi:
L’apostolo
stesso crede che l’uomo nella sua interezza si presenterà al suo Creatore (1
Tess 5:23). Oggi anche diversi teologi, pur appartenendo a chiese che sostengono
l’immortalità dell’anima e l’immediata ricompensa dei salvati, stanno
ritornando alla visione biblica dell’uomo e della morte, come O. Cullmann e
Hans Kung (di formazione teologica cattolica che, per esempio, scrive che “l’uomo
muore come totalità, con il corpo e l’anima, come unità psicosomatica”
-H. Kung- “Vita eterna?”- Mondadori p. 181). Che
cosa vuole dire l’apostolo Paolo? Innanzitutto per lui “carne” non
equivale a “corpo”. La sua speranza non è quella di andare a Cristo senza
un corpo, ma con un corpo trasformato e incorruttibile (1 Cor 15:52-52).
“Carne” indica semplicemente la totalità della natura umana nella sua
debolezza e corruzione provocata dal peccato. E’ così che egli può parlare
di “savi secondo la carne” (1 Cor 1:26) o di giudizi dati “secondo la
carne” (2 Cor 1:17). Il riferimento è alla realtà di uomini che vivono
lontano da Dio a differenza di quelli che vivono ed operano “secondo lo
spirito” (Rom 8:4). Non è che questi ultimi non abbiano un corpo: vivono però
in una corretta relazione con Dio, godendo già ora di quella realtà dove tutto
sarà “spirituale”, cioè conforme allo Spirito di Dio. Questo
essere nella carne è caratteristico, per Paolo della nostra esperienza attuale
dove, l’ingiustizia, la violenza, il peccato, la sofferenza e la morte
dominano sovrani (Rom 8:22). Anch’egli ne sente il peso ed è stanco di
portarlo. Questa sua fatica è del tutto comprensibile se si pensa che egli
scrive da Roma mentre si trova in prigione rischiando la condanna a morte per
aver predicato l’amore di Dio. Vorrebbe così smettere le sue lotte e
riposarsi per essere poi accolto nel regno di Dio. Paolo
parla della sua possibile morte come una via per “essere con Cristo”.
Studiosi identificano questo “essere con Cristo” con il momento del ritorno
di Cristo. In questa prospettiva Paolo avrebbe dovuto aspettare un certo tempo
per essere con il suo Signore. Egli lo sa bene e lo dice in tanti altri posti.
Ma sa anche che il sonno della morte è anche uno stato di incoscienza in cui lo
scorrere del tempo non viene più percepito. Rispetto al credente che dorme
nell’attesa della risurrezione il tempo non esiste più e la morte è come
seguita dalla resurrezione e dall’abbraccio del proprio Redentore. La certezza della fede rende presente e vivo il futuro. E’ per questo che Paolo può descrivere i credenti attuali non solo come chiamati, ma addirittura come glorificati (Rom 8:29,30)." (libero adattamento da “L’energia della vita” Ed. ADV- Firenze). |
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Significative
sono queste parole di Paolo: Romani
8:22: “Sappiamo
infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; 23 non
solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro
di noi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo.24 Poiché
siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è
speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? 25
Ma se speriamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza.” Ancora
una volta sentiamo l’apostolo esprimere la speranza della “redenzione del
corpo”: niente che alluda a una possibilità “intermedia” che si frappone
tra la morte e la risurrezione. Il credente “aspetta con pazienza” la
salvezza, che ora è in “speranza”, allora sarà reale. Romani
8:9 “Voi però non siete nella carne
ma nello Spirito, se lo Spirito di Dio abita veramente in voi. Se qualcuno non
ha lo Spirito di Cristo, egli non appartiene a lui. 10 Ma se Cristo è in
voi, nonostante il corpo sia morto a causa del peccato, lo Spirito dà vita a
causa della giustificazione.11 Se lo Spirito di colui che ha risuscitato
Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti
vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in
voi.” Si confronti questo passo dell'AT: Daniele
12:13: "Tu avviati verso la fine; tu ti
riposerai e poi ti rialzerai per ricevere la tua parte di eredità alla fine dei
tempi». Con quest'altro del NT: 2Timoteo 4:8: "Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione." Entrambi recano la stessa verità: la vita eterna è un dono che l'uomo riceverà alla fine dei tempi. Giacomo
1:12 Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata,
riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo
amano. 1Pietro
5:4 E quando apparirà il supremo pastore, riceverete la corona della
gloria che non appassisce.
La parabola del ricco
e Lazzaro. Il testo più spesso citato da chi sostiene l’immortalità dell’anima è certamente la parabola del ricco e Lazzaro: Possiamo senz’altro dire che, essendo una parabola, è certamente sbagliato servirsene per sostenere una dottrina, come sarebbe sbagliato dedurre dalla parabola di Jotham, che gli alberi camminano o parlano! Giudici
9:8-15: “Un giorno, gli alberi si
misero in cammino per ungere un re che regnasse su di loro; e dissero all'ulivo:
"Regna tu su di noi". La
testimonianza di Giuseppe Flavio. “L’Ades è una regione sotterranea dove la luce di questo mondo non splenda” -egli scrive- “questa regione è prevista come luogo di custodia per le anime e nella quale gli angeli sono posti come guardiani per infliggere loro punizioni temporanee, secondo la condotta e il modo di agire di ognuno” (F. Josephus to the Greeks Concernine Hades, in Complete Works, Gran Rapids 1974, p.637). Giuseppe
dice ancora che l’Ades è divisa in DUE sezioni. Una è “la regione della
luce” dove le anime dei morti giusti sono portate dagli angeli al “luogo che
chiamiamo seno di Abramo”. La seconda regione è nelle “tenebre eterne” e
le anime degli empi sono trascinate con forza “dagli angeli loro assegnati per
la punizione”. Questi angeli trascinano gli empi “nel quartiere
dell’inferno stesso”, vengono gettati nell’inferno dove rimangono fino a
dopo il giudizio finale. “Un caos profondo e largo è posto fra di loro, a tal
guisa che un uomo giusto, che avesse pietà di loro, non potrebbe varcarlo.
Nemmeno un ingiusto, se fosse sfacciato abbastanza da tentarvi” (ibidem). Le
impressionanti similitudini fra la descrizione dell’Ades di Giuseppe Flavio e
la parabola del ricco Epulone e Lazzaro sono evidenti, ma tale descrizione non
è unica negli scritti giudaici del tempo. E’
significativo che Giuseppe Flavio attribuisca l’immortalità dell’anima e la
punizione senza fine, non già agli insegnamenti dell’AT, quanto alle “fiabe”
greche che i giudei settari, come gli esseni, hanno trovato irresistibili. Il
suo commento presuppone che non tutti i giudei abbiano accettato queste
opinioni. Infatti, le indicazioni sono che perfino fra gli esseni vi fossero
coloro che non le condividevano. Il “Documento di Damasco” –2,6,7-
un’importante rotolo del Mar Morto, descrive la fine dei peccatori paragonando
la loro sorte a quella degli antidiluviani che perirono nel Diluvio e a quella
degli Israeliti increduli che morirono nel deserto. La punizione di Dio sui
peccatori non lascia “nessun restante rimasuglio di loro o nessun
sopravvissuto” (L. Moraldi, “I manoscritti di Qumram, UTET, Torino 1971 1QS
2,4,-8, p.137).
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“Forse è stato proprio il silenzio del NT sui particolari dell’aldilà e
sulla situazione intermedia fino alla parusìa che ha provocato la curiosità
pseudodevozionale e ha fatto sì che non ci si accontentasse di porre la propria
speranza in Cristo, ma ha condotto a pensare di dover completare le affermazioni
della Scrittura con fantasie umane: il che, in definitiva, sta a dimostrare una
mancanza di fede. A questo movimento ha contribuito anche il fatto che al posto
della fede neotestamentaria nella risurrezione dei morti (1 Cor 15) è
subentrata in certo senso la dottrina greca dell’immortalità dell’anima,
che rimane tuttora opinione prevalente anche fra i cristiani, senza che si
rendano conto veramente della profonda originalità della speranza cristiana”
(H. Bietenhard in “Dizionario dei concetti biblici del Nuovo
Testamento” Ediz. Dehoniane
Bologna, p.855). |
Il ricco e Lazzaro –2
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Ci troviamo di fronte a una parabola. La parabola è un racconto, il più delle volte fittizio, che Gesù utilizza per fotografare nella mente dell’ascoltatore un messaggio particolare. Per molti secoli ha prevalso l’interpretazione allegorica della parabola, in cui ogni dettaglio aveva il suo significato, ma nel secolo scorso, Adolf Julicher ha demolito questo modo di interpretare sostenendo che nella parabola c’è un pensiero centrale che va messo in risalto. Egli sosteneva con vigore che nella parabola vera e propria un solo punto è pertinente all’insegnamento che vuole impartire o illustrare, mentre i particolari servono unicamente a dare chiarezza o vivacità al racconto, a renderlo più incisivo e credibile; perciò non vanno interpretati come se avessero tutti un significato metaforico, ma devono guidare l’ascoltatore a trovare il punto centrale, la situazione che si riferisce alla sua esistenza e alla sua condotta . Per interpretare correttamente una parabola bisogna seguire quattro linee fondamentali: a) Comprendere il pensiero centrale senza lasciarci offuscare dai dettagli b) Tenere conto del contesto immediatamente prima e dopo la parabola c) Fare concordare la spiegazione con il testo senza violentarlo d) Evitare di stabilire un insegnamento dogmatico partendo da una parabola Questo brano di Luca è preceduto dalla parabola del fattore infedele, con la quale Gesù mette in risalto le possibilità offerte dalla vita presente per abbandonare i propri errori. Il fattore infedele si è accorto in tempo della sua condotta indegna della responsabilità affidatagli dal padrone, e così cambia condotta e si converte. “Or i Farisei, che amavano il denaro, udivano tutte queste cose e si facevano beffe di lui” (Lc 16:14). Gesù racconta poi la storia di un uomo ricco e gaudente che vive nell’agiatezza e nello sperpero, ed è incurante delle sofferenze del povero Lazzaro che viene a implorare misericordia, ma inutilmente. Ha avuto tutta la vita per cambiare condotta, ma non gli ha dato importanza, finché la morte non lo ha colpito. Nell’aldilà la situazione è capovolta: Lazzaro è nel paradiso, il ricco si trova nell’Ades. In vita il ricco non ha fatto niente per il povero Lazzaro, adesso da morto Lazzaro non può far niente per il ricco, perché fra loro è posta “una grande voragine”. Da vivi il ricco si godeva della vita e Lazzaro soffriva, da morti il ricco soffre a causa del suo egoismo e Lazzaro gode per la sua rettitudine. Allora il ricco si rivolge al padre Abramo perché mandi Lazzaro ad avvertire i suoi cinque fratelli dei rischi che corrono continuando a vivere una vita simile alla sua. Abramo risponde: “Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli”. Insiste l’ex ricco presso Abramo, ma Abramo gli risponde ancora: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscitasse”. Ecco l’insegnamento centrale; Gesù afferma che tutto si decide qui sulla terra: la nostra vita, la nostra condotta oggi, stabilirà se quella di domani sarà radiosa e piena di felicità oppure se cadrà nel nulla eterno, in una distruzione irrimediabile e definitiva. In questo non può aiutarci un segno particolare proveniente dal cielo. Spesso la generazione di Gesù ha domandato un segno del cielo; tanto essa era indurita nell’incredulità da non distinguere il carattere divino di Cristo (Mt 12:38-39). Un segno sufficientemente grande è la Parola di Dio, Mosè e i Profeti, ecco il segno per eccellenza! Molti vorrebbero annullare la validità dell’Antico Testamento o della Parola di Dio. “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscitasse”. Questa parabola è il miglior commentario del brano contenuto in 2 Timoteo 3:16: “Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia”. Tramite la Bibbia il Signore vuole comunicare con l’uomo e offrirgli una via di scampo al problema del male, della morte. Per credere e aver fiducia in Dio non occorre un miracolo straordinario, un intervento soprannaturale –il nutrimento favorito di una massa di gente la cui fantasia è alimentata dal favoloso, dal meraviglioso, dallo straordinario, e dall’ignoranza della Parola di Dio- ma uno studio attento e personale per interiorizzare il messaggio d’amore. E’ forse Gesù preoccupato della sorte degli uomini dopo la morte, in questo brano? Certamente no! Né tanto meno Gesù ha voluto presentare un sistema di premi e di punizioni dopo la morte. La difficoltà di questa parabola è che Gesù insegna attraverso un linguaggio di chiara ispirazione a credenze popolari. Si tratta qui della credenza popolare di un grande banchetto, che Abramo e gli altri patriarchi devono presiedere nella vita a venire. C’è da notare che Gesù, altrove, utilizza questa credenza applicandola all’instaurazione escatologica del regno di Dio (Mt 8:11; Lc 13:28,29), e non alla vita che dovrebbe intercorrere tra la morte e l’apparizione di Cristo. Non ci meraviglia per niente che Gesù utilizzi questa credenza: egli è animato dal desiderio di rendere il più chiaro possibile, nella mente dell’uditore, l’importanza dello studio della Parola di Dio “perchè essa rende testimonianza di lui” (Gv 5:39). Non si può stabilire infine, basandosi su questa parabola, tutta la dottrina della retribuzione dopo la morte o dell’immortalità dell’anima, perché essa tradisce la motivazione profonda per cui Gesù la dice. E’ questo un grave errore di ermeneutica, che dimostra quanto sia complesso leggere la Bibbia senza aver fatto “tabula rasa” delle concezioni filosofiche o delle tradizioni religiose seguite da millenni, anche dalla chiesa romana. Se le parabole dovessero servire per stabilire dei punti dottrinali potremmo dire che non importa la salvezza tramite Cristo, ma è sufficiente il rientrare in sé del figliuol prodigo (Lc 15:11-32); si potrebbe dire che Gesù esalta un comportamento disonesto negli affari (Lc 16:1-9) e che Dio ascolta le nostre preghiere perché noi “gli rompiamo la testa” (Lc 18:1-5). In questa parabola Gesù incontra i suoi ascoltatori sul loro proprio terreno. La dottrina dello stato cosciente dell’anima umana, tra la morte e la risurrezione, era quella di un buon numero dei suoi ascoltatori (non della Bibbia). Gesù vuole dimostrare che era impossibile assicurarsi la salvezza dopo la morte, che è vano attendere un nuovo tempo di grazia dopo questa vita. Questa vita è il solo tempo accordato all’uomo per prepararsi per l’eternità. La speranza del cristiano, per quanto riguarda l’avvenire, il destino dell’uomo, non è basata sull’immortalità dell’anima, ma sul meraviglioso messaggio della risurrezione (1 Cor 15:22,23). Basato sul fatto miracoloso, e quindi credibile solo con la fede, della risurrezione di Cristo, come anticipazione della risurrezione finale, il cristiano affronta la morte con la certezza che niente, neanche la morte può separarci dall’amore di Cristo (Rom 8:31-39). Lo stato intermedio tra la morte e la risurrezione è caratterizzato dal sonno della morte. Non si tratta della vita dopo la morte, ma di una morte totale in attesa del risveglio alla voce potente di Cristo (1 Tes 4:13-18).(Libero adattamento da “L’energia della vita” Ed. ADV- Firenze). |
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C'è anche chi si scandalizza, non per la dottrina delle pene eterne, ma per il fatto che Gesù abbia potuto "inventare" una storia allo scopo di illustrare, non la condizione dei defunti ma, come si è detto, per rendere il più chiaro possibile, nella mente dell’uditore, l’importanza dello studio della Parola di Dio: "Gesù non può essere ricorso a delle invenzioni" essi dicono. Ecco che cosa dice uno strumento tecnico di prestigio alla voce "parabola": "L’immagine presenta un avvenimento oppure un punto principale di paragone. Esempio: “Il regno dei cieli è simile al lievito …” (Mt 13,33) … “ (A. Julicher)...“ "
La parabola si distingue dalla similitudine pura solo nell’immagine, CHE E’
UNA STORIA LIBERAMENTE COSTRUITA, presentando qualcosa che PUO’ essere
successo in passato …” “Il racconto di esempi è una storia LIBERAMENTE COSTRUITA; narra un caso tipico, che poi l’uditore deve generalizzare. “Va, e fa anche tu lo stesso!” (Lc 10,37)”… “ [e, occhio alla prossima citazione biblica la quale è proprio la "nostra" parabola] Lc 16:19-31, …” (Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento”- EDB, p.1159- nostre le evidenziazioni).
Luca
23,43 "
Gesù gli disse: «Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso»." “E disse a lui Amen a te dico oggi con me sarai in il paradiso” (Versione
interlineare). 1)
La parola "paradiso" (paradeisos) è usata altre due volte
soltanto nel NT: in 2 Cor. 12:2,4 dove Paolo racconta un’esperienza
estatica essendo “rapito in paradiso”. Qui il “paradiso è situato
“in cielo”. La seconda volta troviamo questa parola nella descrizione della
nuova Gerusalemme, che però Giovanni situa nella futura dimora terrena dei
salvati (Ap. 2:7; 22:2). 2)
Quando Gesù è tornato in paradiso? Secondo la tesi tradizionalista Gesù
andò in cielo insieme al malfattore subito dopo la loro morte. La Bibbia
afferma che dopo la sua crocifissione Cristo è sceso nella tomba (Ades) [Atti
2:31,32]. Come si è già visto, l’Ades è la dimora di TUTTI i defunti, siano
essi buoni o malvagi. Se per Ades bisogna comprendere “inferno”, come
imprudentemente alcuni intendo questo termine, ben difficilmente Cristo avrebbe
fatto quella promessa al malfattore. Una prova indiretta della correttezza del
nostro discorso su Luca 16:23 , la parabola del ricco e Lazzaro. 3) Il giorno della risurrezione Gesù disse a Maria: “Non toccarmi, perché non sono ancora SALITO al Padre mio” (Gv 20:17). E’ evidente che Gesù non era in cielo durante i tre giorni della sua sepoltura. Di conseguenza, nemmeno il malfattore lo era. 4)
La risposta di Gesù è in stretta relazione alla DOMANDA del malfattore: "Luca
23:42: "
E diceva: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!»"
Ora, è risaputo che Gesù entrerà nel suo
regno alla fine dei tempi! Giovanni
14:1-3: «Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate
fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei
detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò
preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono
io, siate anche voi;” C'è
chi pensa che il testo di 1
Pietro 3,19-20 (Cristo morto andò a predicare ai morti) suffraghi la tesi
dell'immortalità dell'anima; vediamolo: 1Pietro
3:18-20: “Anche
Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per
condurci a Dio. Fu messo a morte quanto alla carne, ma reso vivente quanto allo
spirito. “E in esso andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in
carcere, che una volta furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava, al
tempo di Noè, mentre si preparava l'arca, nella quale poche anime, cioè otto,
furono salvate attraverso l'acqua.” A parte il fatto che tutte le volte che Pietro usa il termine "anima" esso ha il significato ebraico di "persona", come sottolinea un'opera cattolica: "Generalmente "anima", sotto l'influsso ebraico, significa tutto l'uomo, con un'accentuazione delle sue qualità spirituali. In alcuni casi si avverte l'influsso del dualismo anima-corpo tipico della mentalità greca, da Platone in poi. Nella prima Lettera di Pietro il termine "anima" ricorre sei volte: una volta ha chiaramente il significato di "persona" (3,20); negli altri casi si parla sempre dell'uomo, della persona, ma si intende qualcosa di particolare. Non necessariamente un principio, separato o separabile da esso: si intende, più genericamente, tutta la persona umana, ma considerata sotto l'angolo visuale della salvezza: cioè la persona umana che, per essere salvata, deve purificare se stessa (1,22)..." (Commento alle "Lettere di Pietro Giacomo e Giuda"- Ed. Paoline, pp 30,31). questo
testo dovrebbe deporre a favore dell’immortalità dell’anima; mentre in esso
molti ravvisano un’opera di predicazione che Gesù Cristo avrebbe svolto in
favore di coloro che sono morti prima dell’opera redentrice di Cristo stesso.
Dopo la sua morte, Cristo andò in cielo, oppure andò a predicare nell’Ades
(che, come sappiamo, la Bibbia situa nelle profondità della terra, agli antipodi
del cielo)? Delle
due cose bisogna sceglierne una per non confondere le idee ai molti che già
sono poco preparati teologicamente. Chi
usa questi versetti della prima lettera di Pietro per sostenere l'immortalità
dell'anima fa una scelta di testi veramente infelice. Leggo infatti da sempre
dal commento dell'opera cattolica sopra menzionata: Il
commento prosegue adducendo diverse IPOTESI.
Allora, visto che ci muoviamo sul terreno delle ipotesi, vediamo chi se la cava
con maggior perizia. Innanzitutto,
in che cosa credeva l’apostolo Pietro riguardo al discorso della
salvezza? 1Pietro
1:4,5: per
una eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in
cielo per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la
salvezza che sta per essere rivelata negli ultimi tempi. 1Pietro
1:7 affinché la vostra fede, che
viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell'oro che perisce, e
tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al
momento della manifestazione di Gesù Cristo. 1Pietro
1:13
Perciò, dopo aver predisposto la vostra mente all'azione, state sobri, e
abbiate piena speranza nella grazia che vi sarà recata al momento della
rivelazione di Gesù Cristo. 1Pietro
2:12 avendo una buona condotta fra gli
stranieri, affinché laddove sparlano di voi, chiamandovi malfattori, osservino
le vostre opere buone e diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà. 1Pietro
4:5 Ne renderanno conto a colui che è
pronto a giudicare i vivi e i morti. 2Pietro
2:17 Costoro sono fonti senz'acqua e
nuvole sospinte dal vento; a loro è riservata la caligine delle tenebre. 2Pietro
3:3-4:
Sappiate questo, prima di tutto: che negli ultimi giorni verranno schernitori
beffardi, i quali si comporteranno secondo i propri desideri peccaminosi e
diranno: «Dov'è la promessa della sua venuta? Perché dal giorno in cui i
padri si sono addormentati, tutte le cose continuano come dal principio della
creazione». 2Pietro
3:7
mentre i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima parola,
riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della perdizione degli empi. 2Pietro
3:11-14: Poiché dunque tutte queste
cose devono dissolversi, quali non dovete essere voi, per santità di condotta e
per pietà, Ci
va molto a comprendere che l’apostolo Pietro aveva una visione escatologica
del destino degli uomini e che questo era riservato al
giorno del giudizio di Dio e alla parusia di Gesù Cristo? Nessun
giudizio individuale, quindi. Nessun paradiso o inferno dopo la morte dei
singoli. “E
in esso (NELLO SPIRITO) andò anche a predicare
agli spiriti trattenuti in carcere, che una volta furono ribelli, (QUANDO
GESU’ ANDO’ A PREDICARE?) quando la pazienza di Dio
aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l'arca, nella quale poche
anime, cioè otto, furono salvate attraverso l'acqua.” Con
un testo “difficile da tradurre e da interpretare” mi sembra che tale
interpretazione sia l’unica che non faccia violenza alla teologia petrina. |