le due 'classi' di
salvati
Razzismo spirituale
Perché
solo 8760 persone possono fare la comunione?
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Sono oramai quasi duemila anni che i cristiani d’ogni confessione fanno la comunione, assumono cioè il pane e il vino come memoriale dell’ultima cena di Gesù. Fra di loro ci sono profonde differenze, è vero, in quanto alcuni credono che quell’atto costituisca una semplice commemorazione, altri qualcosa di più, ma, prescindere dalle diversità interpretative, una cosa è comune: tutti i fedeli hanno il diritto di accostarsi alle specie del pane, o del pane e del vino, per mangiarne. Fra i testimoni di Geova, invece, le cose vanno molto diversamente. Vediamo come. Probabilmente molti, se non tutti quelli che hanno un conoscente testimone di Geova, prima o poi hanno ricevuto con cortese insistenza un invito a prendere parte, una volta l’anno, a quella che per i Testimoni costituisce la data di gran lunga più significativa di tutte: quella della “Commemorazione”, e quelli che l’anno scorso (2002) vi hanno aderito sono stati 15.597.746 in tutto il mondo. Si preparano a essa già mesi in anticipo e con meticolosa attenzione a ogni aspetto della cerimonia, in modo che tutto contribuisca al successo dei quella “sera particolare”. La Sala del Regno, loro luogo di riunione, viene ripulita da cima a fondo in modo che nemmeno un granello di polvere ne offuschi il nitore. Le “sorelle” fanno a gara a chi fra loro mette a disposizione i migliori calici per il vino e i più bei vassoi per il pane azzimo. Altre porteranno delle tovaglie di finissimo lino, o comunque le più belle che hanno, per apparecchiarvi la tavola sulla quale saranno poi appoggiati il calice e il vassoio. E altre ancora riceveranno il “privilegio” di cuocere le focacce di pane non lievitato, secondo le precise regole stabilite dal Corpo Direttivo che, di tanto in tanto, pubblica la ricetta approvata sulla Torre di Guardia. Uno dei “fratelli”, invece, riceve il prezioso incarico di procurare il vino. Dev’essere un vino particolare, per la cui preparazione devono essere presi degli accorgimenti che non lo rendano inadatto come emblema del sangue di Gesù. Meglio, quindi, se fatto in casa, dato che così solo si può esser certi che non vi siano inconvenienti. Giunge infine la sera tanto attesa. Di solito la commemorazione cade fra marzo e aprile perché i testimoni di Geova seguono le regole dei quartodecimani nello stabilire la data della “pasqua” (per loro la commemorazione, però, non equivale alla Pasqua).La data è sempre la stessa, quella del 14 Nisan, che è il nome del mese ebraico in cui si celebrava la pasqua degli ebrei, il cui giorno di calendario varia però di anno in anno perché collegato alle fasi lunari. Si attende il tramonto, perché così si faceva a Gerusalemme, dopo di che ha inizio la celebrazione. Quella sera tutti indossano i loro abiti migliori, e l’oratore, colui che pronuncerà il discorso speciale, è emozionantissimo, perché quello non è un privilegio che viene concesso a tutti. A un certo momento gli uscieri presenti in sala, a un cenno del loro “capitano” si mobilitano, si recano sul podio e prelevano calici e vassoi contenenti pane azzimo e vino rosso. Più che al nuovo, i Testimoni appaiono legati al vecchio patto. Gesù e i discepoli hanno rispettato la data del 14 Nisan unicamente perché erano convenuti per celebrare la Pasqua ebraica. Questo non significa che la Santa Cena, che Gesù istituì in quell’occasione, debba essere celebrata ugualmente lo stesso giorno della Pasqua ebraica. “Ogni volta” – 1 Corinzi 11:26 - non significa “una volta l’anno”, anzi vi sono evidenze bibliche che la Cena del Signore veniva celebrata a discrezionalità dei discepoli: Luca 24:30; Atti 2:42 ecc. In ogni caso da nessuna parte è scritto che la Cena deve essere celebrata una sola volta l’anno. Al termine dell’adunanza,però, accade che molti dei presenti, in particolare i bambini, facciano a gara per prendere le focacce che prima erano state religiosamente rispettate, le facciano a pezzettini e se le passino per mangiarle fino all’ultima briciola. Come mai?
Per capire ciò che accade bisogna andare indietro nel tempo, sino al 1935. Fu quello l’anno in cui il secondo presidente della Società Torre di Guardia ricevette una “rivelazione” che avrebbe rivoluzionato il tradizionale modo di credere dei Testimoni sino ad allora. Fu l’anno in cui fece la sua comparsa sulla scena mondiale la “grande folla”. Chi era costei? Prima di esaminare le basi “dottrinali” che il Corpo Direttivo pone a sostegno di questa sua singolarissima convinzione, cercheremo di trovare la ragione vera d’essa. Non è difficile se solo si esaminano le idee di Russell, il fondatore. Sia egli che il suo successore ritenevano che il loro tempo sarebbe stato quello da Dio prescelto per portare a compimento il suo proposito e per porre fine alla storia dell’uomo. Erano anche convinti che solo pochissime persone avrebbero formato parte del numero degli eletti scelti da Dio per regnare con lui in cielo per l’eternità. Per la precisione erano convinti che solo 144.000 esseri umani avrebbero avuto questo privilegio. Era quello di 144.000 un numero che si trova per la prima volta nell’Apocalisse, al capitolo 7. Ci ritorneremo. Ma la fine tanto attesa non giunse, né nel 1914, né nel 1925; il numero di coloro che affluivano nell’organizzazione, invece, aumentava. Si avvicinò pericolosamente alla soglia fatidica dei 144.000 e, infine, la superò. Questo pose un problema piuttosto grave al “giudice”. Bisognava quindi trovare una soluzione al fatto che gli eletti non si limitavano a soli 144.000 ma sembrava che non la smettessero di crescere. A forza di pensarci, il fecondo presidente trovò la risposta: essa si chiamava la “grande folla” ovvero i “Gionadab”. Chi erano questi “Gionadab”? Come abbiamo già mostrato, era ferma convinzione di Russell, e lo fu anche di Rutherford per un certo tempo, che la “chiamata celeste” avrebbe dovuto esaurirsi nel 1914 con l’ascensione al cielo di tutti gli Studenti Biblici radunati nel periodo dei quarant’anni che va dal 1874 al 1914. Solo dopo la loro risurrezione gloriosa vi sarebbe stata sulla terra una grande tribolazione nella quale si sarebbero decise le sorti del resto del genere umano. Non essendo accaduto niente, ma proprio niente du tutto quello che ci si attendeva, e vedendo, quindi, che continuavano ad affluire eccedenti il numero di 144.000, l’illuminazione o meglio la “rivelazione” di Rutherford fu che il radunamento dei “Gionadab”, cioè di quella moltitudine di persone che avrebbero dovuto essere radunate dopo la gloriosa ascensione al cielo dei 144.000, in realtà non doveva avvenire dopo ma contemporaneamente, cioè anche questa “classe” di persone avrebbe dovuto schierarsi per Geova prima della grande tribolazione e non dopo. Bisognava dunque allargare i recinti dell’organizzazione e prepararsi a ricevere questa “grande moltitudine”, questa “grande folla” come successivamente la si definì e includere anche loro nei piani di espansione dell’organizzazione. Il problema della crescita si era quindi risolto. Dal 1935 in poi, quindi, tutti coloro che sarebbero entrati a far parte del gruppo non avrebbero dovuto nutrire alcuna aspettativa per il cielo, bensì sapevano, già al loro ingresso che quella porta era chiusa e che la loro aspirazione era quella di “vivere per sempre su una terra paradisiaca”. Dal 1935 a oggi sono trascorsi ben 77 anni, e questo lungo lasso di tempo ha permesso di verificare un fatto singolarissimo: gli “unti”, cioè il rimanente di quelli che aderirono all’organizzazione prima di quel tempo e che nel 1935 erano quindi persone di una certa età, e in ogni caso non meno che quarantenni, godono di una particolare longevità che ne ha ridotto il tasso di mortalità a una percentuale che non trova riscontro in nessun’altra parte del mondo. Infatti, se si tiene conto che nel 1969 gli “unti”, cioè coloro che, unici, possono mangiare il pane e bere il vino, erano 10.368, e nel 1994 erano scesi a 8617, ciò vuol dire che in 25 anni ne sono morti 1751, una media di 70 l’anno. Trattandosi di persone che già nel 1935 avevano non meno di quarant’anni, ne scaturisce un dato pressoché incredibile, e cioè che gli attuali 8617 “eletti” dovrebbero avere un’età media di 100 anni. E non solo, ma se continuano a morire al ritmo di 70 l’anno, l’ultimo se ne dovrebbe andare fra 123 anni; roba da far morire d’invidia Matusalemme. Questo a meno che una morìa improvvisa faccia piazza pulita di tutti gli arzilli vecchietti. Alle assurdità che inevitabilmente scaturiscono dal “numero chiuso” degli eredi celesti, quasi che si trattasse dell’iscrizione all’università, si aggiunge un problema sempre crescente che a tutt’oggi rimane insoluto per i responsabili mondiali del geovismo. Si tratta del problema dei “nuovi unti” [nota del curatore: il numero degli “unti” nel rapporto mondiale presentato ne La Torre di Guardia del 1° gennaio 2003 è di 8760, ovvero, 30 unti in più rispetto allo stesso rapporto pubblicato l’anno precedente!]. La dottrina, come abbiamo visto, prevede uno spartiacque invalicabile costituito dall’anno 1935. Dopo quella data, più nessuna chiamata per il “piccolo gregge”, chi c’è c’è e chi arriva dopo va nell’altro “ovile”, quello della “grande folla”. Succede però che in molte parti del mondo, prendiamo l’Italia come esempio, il numero di quelli che annualmente dichiarano di far parte del rimanente degli unti, invece di diminuire, aumenta. Nel nostro paese si è passati dai 14 del 1954 ai 172 del 1995. Un incremento percentuale altissimo. Come spiegarlo? Un timido tentativo fu fato nella Torre di Guardia del 15 ottobre 1970, dove si ipotizzò che alcuni vecchi unti avrebbero potuto venir meno e mostrarsi infedeli, talché Geova avrebbe dovuto provvedere alla loro sostituzione con alcune nuove leve [nota del curatore: sostituire le defezioni, tutt’al più, dovrebbe permettere di mantenere lo stesso numero, non potrebbe mai aumentarlo. C’è anche da osservare l'aspetto dell’alto tasso di unti infedeli, visto che ogni anno occorre sostituirne alcune decine!!!]. Ma, successivamente, gli argini si sono rotti e il massiccio incremento di nuovi aspiranti al soglio celeste non trova più giustificazioni a meno che non si faccia una totale marcia indietro nella dottrina consolidata e si rinunci alla “rivelazione” di Rutherford del 1935, cosa che, almeno per il momento, non sembra ipotizzabile. Rimane un grosso problema per il Corpo Direttivo che prima o poi sarà affrontato e risolto facendo ricorso a qualche nuova brillante “rivelazione”. Chi vivrà, vedrà! Restavano comunque quelle differenze, delle enormi differenze, fra i 144.000, gli “eletti” della prima ora che solo a malincuore accettarono il prolungamento della loro permanenza sulla terra assieme a questa “classe secondaria”, e tutti gli altri. La prima e più importante era che solo loro, gli “unti” i 144.000, potevano appropriatamente chiamarsi “cristiani”. Infatti, ragionavano in quel tempo, Cristo vuol dire unto, e cristiani vuol dire unti. Unti sono solo i 144.000, pertanto, solo loro possono chiamarsi cristiani. E’ molto evidente l’influsso delle origini sudiste di Rutherford. Praticamente egli suddivise i cristiani in due classi, erigendo fra di loro un muro invalicabile. I primi erano i “fratelli” del Signore, gli “unti”, gli unici per i quali era stata scritta la Bibbia; per loro addirittura egli trovò nel testo delle Scritture più di 200 raffigurazioni profetiche che tuttora devono essere accettate dall’odierna “grande folla”. Questa non poteva nemmeno fregiarsi del nome testimoni di Geova che spettava di diritto solo ai 144.000 (da qui l’appellativo di Gionadab che, nei tempi biblici, erano gli appartenenti alla famiglia del recabita Gionadab che, per la sua fedeltà al popolo d’Israele, ebbe la ricompensa di condividere assieme a loro la Terra promessa) [nota del curatore: la proporzione fra gli ebrei e i recabiti si sarebbe ribaltata oggi: nell’antico Israele i recabiti erano minoranza, mentre la grande folla oggi è la stragrande maggioranza dei Testimoni. Il paragone non regge].A questa classe secondaria, così come accade ancor oggi alle loro donne, non era possibile aspirare al minimo incarico di responsabilità nell’organizzazione, essi non potevano insegnare, non potevano prendere la direttiva di nulla; insomma, Rutherford produsse esattamente una sorta di odioso apartheid spirituale! Per gli americani di quel tempo, e particolarmente per gli americani sudisti, tutto questo non sembrò poi una cosa tanto sconveniente. Se Dio aveva creato gli uomini bianchi e neri e i neri potevano giustamente essere schiavi dei bianchi, cosa c’era di strano che Dio avesse voluto stabilire due classi di credenti, una al servizio dell’altra? E’ un atteggiamento, questo, che pur con i cambiamenti che il trascorrere del tempo ha portato con sé, persiste ancor oggi: E’ significativo, infatti, che in tutti i 120 anni di vita di quest’organizzazione nessun uomo di colore abbia mai fatto parte del Corpo Direttivo, ma solo bianchi di origine americana o europea. I testimoni di Geova cercano disperatamente di nascondere questo loro “cadavere nell’armadio”, riempiendo le loro pubblicazioni di illustrazioni dove con una rigidissima e puntigliosa proporzione, appaiono bianchi, neri e gialli in egual misura, ma rimane il fatto incontrovertibile che nessun uomo di colore è mai stato chiamato a far parte delle leve di comando di Brooklyn. Forse vedremo prima un presidente degli Stati Uniti nero che un presidente della Torre di Guardia dello stesso colore. Sarà anche forse per il fatto che i testimoni di Geova consideravano i negri il risultato di una maledizione divina. Questo è quanto gli organi ufficiali d’informazione, La Torre di Guardia e Svegliatevi!, dissero al riguardo alcuni decenni fa: “La maledizione che Noè pronunciò su Canaan è all’origine della razza nera. E’ certo che quando Noè disse: “Sia maledetto Canaan, e divenga il servo dei servi dei suoi fratelli”, ciò indicò il futuro della razza di colore. Essi sono stati e sono una razza di servi, … non vi è al mondo un servo così eccellente come il servo negro, e la gioia che egli prova nel servire fedelmente è una delle gioie più pure che esista al mondo” (L’età d’oro, 24 luglio 1929, p.702). “Se la natura ha favorito i nostri fratelli e sorelle di colore nell’esercizio dell’umiltà, questo va tutto a loro vantaggio, se essi la esercitano con giudizio. Ancora un poco, e la loro umiltà porterà loro buoni frutti, quelli che sono stati fedeli riceveranno come ricompensa nuovi corpi, corpi spirituali, quando andranno oltre il velo, dove non vi saranno più differenze di colore e di sesso” (La Torre di Guardia, 1° aprile 1914, p.110). E infine, a dimostrazione della convinzione che il negro lo diventò a causa della maledizione e non perché fosse originariamente così (una dottrina, questa, condivisa anche dai Mormoni), la stessa rivista del 1914 spiegava che: “Ancora un pochino, e sarà inaugurato il Millennio, che porterà alla restituzione [leggi: restaurazione] di tutto il genere umano alla perfezione di mente e di corpo, sia nelle fattezze fisiche che nel colore, com’era in origine, quando Dio dichiarò “molto buona” ogni cosa, e che fu perduta per un certo tempo a causa del peccato, ma che sarà presto restaurata dal potente regno del Messia”. Si potrebbe ancora continuare ad attingere nella vastissima messe di informazioni della sterminata letteratura geovista a dimostrazione del profondo razzismo che ha permeato sin dagli inizi quest’organizzazione, ma è giusto che ritorniamo, invece, al tema del nostro capitolo. La discriminazione più grave, a parte quella basata sulla razza, è senza alcun dubbio quella che priva la stragrande maggioranza dei testimoni di Geova, addirittura il 99,95 per cento di loro della possibilità di avvalersi del sacrificio di riscatto di Gesù. Avevamo visto, esaminando le caratteristiche della cerimonia della commemorazione, che nessuno dei presenti era andato oltre il semplice sguardo al pane e al vino. Ma se invece di assistervi in Italia, dove è difficile trovare un “unto” dato che, come abbiamo visto, ce ne sono soltanto 172, vi avessimo assistito negli stati Uniti, patria storica del geovismo e dove ve ne sono alcune migliaia, sarebbe stato improbabile vedere qualcuno dei presenti far sostare davanti a sé vassoio e calice, prelevarne una parte del contenuto e mangiarne e berne. Quel gesto avrebbe voluto significare, senza alcun’ombra di dubbio, che quella persona è un “unto”, uno dei 144.000 ancora rimanenti sulla terra, ma destinato a sedere con Cristo quale suo coerede nel governo dell’universo, uno di quelli la cui scelta è stata operata, come classe, sin dall’antichità, dai tempi dei profeti della Bibbia. Egli, mangiando il pane e bevendo il vino, dichiara pubblicamente la sua “unzione”; dichiara inoltre che è uno dei pochi per i quali Cristo è mediatore e per il quale ha valore il suo sangue versato. Questa della mediazione limitata e della parziale applicazione del sangue di Cristo è una delle convinzioni dei testimoni di Geova più difficili da accettare, e non soltanto per i cristiani, ma per i Testimoni stessi. Non sono in molti fra di loro, infatti a sapere che Cristo non è il loro mediatore e che il suo sangue non si applica a loro beneficio. Un’idea del genere li turberebbe così come turba ogni cristiano che considera la mediazione di Gesù e il suo sangue il dono più prezioso che Dio abbia fatto al genere umano, a tutto il genere umano. Quella della mediazione parziale è una caratteristica che costituisce uno dei più gravi allontanamenti del geovismo dal cristianesimo e che desideriamo documentare, per non incorrere in fraintendimenti, citando pedissequamente le fonti ufficiali del movimento. Quando nel 1979, nell’edizione del 1° ottobre della Torre di Guardia, fu fatta la dichiarazione che segue, essa portò molto disorientamento fra i testimoni di Geova, In sostanza, alla domanda se Gesù era mediatore per tutto il genere umano, come è apertamente dichiarato nel secondo capitolo della prima lettera di Paolo a Timoteo, la rivista rispondeva: “In senso strettamente biblico Gesù è il “mediatore” solo per i cristiani unti”. Questa dichiarazione escludeva la preziosa funzione mediatrice di Cristo pressoché da tutto il genere umano per limitarla ad alcune migliaia di eletti appartenenti esclusivamente al movimento dei testimoni di Geova. Fu così difficile da digerire, e tante furono le lettere di richiesta di chiarimenti, che la sede centrale, solo un anno dopo, dovette pubblicare un intero articolo nell’edizione del 1° giugno intitolato Benefici del “solo mediatore fra Dio e gli uomini”, nel quale per poter giustificare il completo capovolgimento delle parole di Paolo sulla mediazione, si fece ricorso a una vera e propria manipolazione del testo biblico. Pur non volendo appesantire eccessivamente la trattazione, è necessario che, per una volta, procediamo a una comparazione fra i testi per consentire al lettore di rendersi conto della metodologia seguita dal geovismo nella sua “teologia”. Avendo di fronte una delle migliori traduzioni bibliche moderne, quella di Merk, leggiamo in essa come sono correttamente tradotti i versetti di 1 Timoteo 2,3-6: “Questo è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” “Questo è eccellente e accettevole dinnanzi al nostro Salvatore, Dio, il quale vuole che ogni sorta di uomini siano salvati e vengano all’accurata conoscenza della verità. Poiché vi è un solo Dio, e un solo mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che diede se stesso quale riscatto corrispondente per tutti” Non tutti gli uomini, quindi, ma ogni sorta di uomini; non è sufficiente la conoscenza di Dio, ma è necessaria un’ ”accurata” conoscenza che si può acquisire solo con un “accurato” studio biblico fatto con i Testimoni, e non è sufficiente che Cristo sia un riscatto, ma deve anche essere un riscatto “corrispondente”, cioè deve corrispondere ad Adamo, che, non essendo certamente Dio, era solo un uomo e quindi anche Cristo non è altri che un uomo, figlio di Dio ma sempre uomo. Come si vede, bastano pochi versetti per stravolgere l’intero impianto del cristianesimo. Ma poiché rimaneva un versetto ancora non sufficientemente maltrattato, quello cioè del secondo “tutti” al versetto 6, la stessa Torre di Guardia, già citata, provvide a chiarire il significato e a spiegare come si dovrebbe leggere anche se il testo originale si esprime in quel modo. A pagina 26 veniva quindi chiarito il concetto con queste parole: “Qual è dunque il ruolo di Cristo in questo programma di salvezza? Paolo prosegue dicendo: “Vi è un solo Dio, e un solo mediatore fra Dio e gli uomini [non tutti gli uomini], l’uomo Cristo Gesù, che diede se stesso quale riscatto corrispondente per tutti” (le parentesi e il corsivo sono nel testo): Se Cristo non è mediatore per tutti, ne consegue che non tutti possono prendere parte alla comunione con lui, ma solo quei pochi intimi con i quali egli ha stipulato il patto, il Nuovo Patto. Sì, perché anche il Nuovo Patto non è per tutto il genere umano, ma sempre e solo per i pochi “eletti”. Ma se la grande maggioranza dei testimoni di Geova non può fare la comunione, in che modo sono salvati, in considerazione delle chiare parole di Gesù nel vangelo di Giovanni dove egli stesso insegnò: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi. Chi si nutre della mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,53-54). La straordinaria risposta è che chi desidera ottenere la salvezza deve rivolgersi a una classe di persone che intercedano per lui; si possono ottenere le benedizioni divine solo per mezzo della “Classe di Cristo”, cioè il rimanente dei 144.000 che rimangono ancora sulla terra. Ecco il chiaro insegnamento della Torre di Guardia del 1° giugno 1980: “Per conservare la propria relazione col “nostro Salvatore Dio”, la “grande folla” deve restare unita al rimanente degli Israeliti spirituali … Ciò che pensate degli unti “fratelli” di Cristo, o “grano”, e il trattamento che accordate loro saranno il fattore determinante per stabilire se andrete allo 2stroncamento eterno” o se riceverete la “vita eterna” “. (cfr anche La Torre di Guardia, 15 dicembre 1982). Se non fossero scritte, queste parole sarebbero difficili da credere. La salvezza dei cristiani è subordinata a ciò che si “pensa” o al trattamento riservato a questi 8000* vegliardi; bisogna rimanere uniti a loro perché questo è il “fattore determinante per la vita o per la morte eterna”. Rimane da chiarire un punto, ultimo ma non di minore importanza: Perché Dio ha bisogno di portare in cielo alcuni esseri umani? La risposta di quest’organizzazione è veramente illuminante: “E’ per portare a compimento il suo proposito per la terra. Dal cielo Gesù Cristo e i 144.000 riporteranno progressivamente l’umanità ubbidiente alla perfezione”. Praticamente a questi eletti fra i testimoni di Geova è assegnato il compito di corredentori. Pur nell’assoluto silenzio delle Scritture a questo riguardo, La Torre di Guardia considera dottrina essenziale alla salvezza credere che Dio e Gesù Cristo siano incapaci da soli di portare a termine l’opera di redenzione del genere umano, per la quale devono avvalersi di 144.000 collaboratori (La conoscenza che conduce alla vita eterna, p.88). |