"Sono oramai quasi duemila anni
che i cristiani d’ogni confessione
fanno la comunione, assumono cioè il
pane e il vino come memoriale
dell’ultima cena di Gesù. Fra di
loro ci sono profonde differenze, è
vero, in quanto alcuni credono che
quell’atto costituisca una semplice
commemorazione, altri qualcosa di
più, ma, prescindere dalle diversità
interpretative, una cosa è comune:
tutti i fedeli hanno il diritto di
accostarsi alle specie del pane, o
del pane e del vino, per mangiarne.
Fra i testimoni di Geova, invece, le
cose vanno molto diversamente.
Vediamo come.
Probabilmente molti, se non tutti
quelli che hanno un conoscente
testimone di Geova, prima o poi
hanno ricevuto con cortese
insistenza un invito a prendere
parte, una volta l’anno, a quella
che per i Testimoni costituisce la
data di gran lunga più significativa
di tutte: quella della
“Commemorazione”, e quelli che
l’anno scorso (2002) vi hanno
aderito sono stati 15.597.746 in
tutto il mondo. Si preparano a essa
già mesi in anticipo e con
meticolosa attenzione a ogni aspetto
della cerimonia, in modo che tutto
contribuisca al successo dei quella
“sera particolare”. La Sala del
Regno, loro luogo di riunione, viene
ripulita da cima a fondo in modo che
nemmeno un granello di polvere ne
offuschi il nitore. Le “sorelle”
fanno a gara a chi fra loro mette a
disposizione i migliori calici per
il vino e i più bei vassoi per il
pane azzimo. Altre porteranno delle
tovaglie di finissimo lino, o
comunque le più belle che hanno, per
apparecchiarvi la tavola sulla quale
saranno poi appoggiati il calice e
il vassoio. E altre ancora
riceveranno il “privilegio” di
cuocere le focacce di pane non
lievitato, secondo le precise regole
stabilite dal Corpo Direttivo che,
di tanto in tanto, pubblica la
ricetta approvata sulla Torre di
Guardia. Uno dei “fratelli”, invece,
riceve il prezioso incarico di
procurare il vino. Dev’essere un
vino particolare, per la cui
preparazione devono essere presi
degli accorgimenti che non lo
rendano inadatto come emblema del
sangue di Gesù. Meglio, quindi, se
fatto in casa, dato che così solo si
può esser certi che non vi siano
inconvenienti.
Giunge infine la sera tanto attesa.
Di solito la commemorazione cade fra
marzo e aprile perché i testimoni di
Geova seguono le regole dei
quartodecimani nello stabilire la
data della “pasqua” (per loro la
commemorazione, però, non equivale
alla Pasqua).La data è sempre la
stessa, quella del 14 Nisan, che è
il nome del mese ebraico in cui si
celebrava la pasqua degli ebrei, il
cui giorno di calendario varia però
di anno in anno perché collegato
alle fasi lunari. Si attende il
tramonto, perché così si faceva a
Gerusalemme, dopo di che ha inizio
la celebrazione. Quella sera tutti
indossano i loro abiti migliori, e
l’oratore, colui che pronuncerà il
discorso speciale, è
emozionantissimo, perché quello non
è un privilegio che viene concesso a
tutti. A un certo momento gli
uscieri presenti in sala, a un cenno
del loro “capitano” si mobilitano,
si recano sul podio e prelevano
calici e vassoi contenenti pane
azzimo e vino rosso.
Più che al nuovo, i Testimoni
appaiono legati al vecchio patto.
Gesù e i discepoli hanno rispettato
la data del 14 Nisan unicamente
perché erano convenuti per celebrare
la Pasqua ebraica. Questo non
significa che la Santa Cena, che
Gesù istituì in quell’occasione,
debba essere celebrata ugualmente lo
stesso giorno della Pasqua ebraica.
“Ogni volta” – 1 Corinzi 11:26 - non
significa “una volta l’anno”, anzi
vi sono evidenze bibliche che la
Cena del Signore veniva celebrata a
discrezionalità dei discepoli: Luca
24:30; Atti 2:42 ecc. In ogni caso
da nessuna parte è scritto che la
Cena deve essere celebrata una sola
volta l’anno.
Ed ecco che ha luogo qualcosa che
lascia perplesso chi per la prima
volta assiste a questa celebrazione.
Tutti i presenti prendono il
vassoio, ne osservano per un attimo
il contenuto, e poi lo passano al
vicino di sedia, e così fila dopo
fila finché tutti non hanno avuto
modo di prendere fra le mani il
vassoio. Ma, cosa strana, nessuno
d’essi ne sfiora il contenuto,
sicché al termine della “sfilata”,
esso ritorna esattamente com’era
partito, al luogo di provenienza. La
stessa cosa avviene con il calice
del vino. Si passa di mano, e così
facendo il contenuto si riscalda,
tanto è vero che dopo pochi minuti
l’intera sala profuma di vino, ma
dopo il consueto, rapido sguardo,
senza averne assaggiato nemmeno una
goccia, viene restituito al
mittente.
Al termine dell’adunanza,però,
accade che molti dei presenti, in
particolare i bambini, facciano a
gara per prendere le focacce che
prima erano state religiosamente
rispettate, le facciano a pezzettini
e se le passino per mangiarle fino
all’ultima briciola. Come mai?"
[NOTA del curatore:Un’altra
amenità dei Testimoni è quella di
negare che Giuda abbia partecipato
alla Santa Cena, nonostante Gesù
stesso attesti la sua
partecipazione: Luca 22:21.
Se Gesù è nella sua Parousìa dal
1914 perché i Testimoni continuano a
celebrare la Cena se, come ha
scritto l’apostolo Paolo, essa serve
a commemorare la morte del Signore
“finché egli venga” 1 Cor. 11:26 ?]
"Per capire ciò che accade bisogna
andare indietro nel tempo, sino al
1935. Fu quello l’anno in cui il
secondo presidente della Società
Torre di Guardia ricevette una
“rivelazione” che avrebbe
rivoluzionato il tradizionale modo
di credere dei Testimoni sino ad
allora. Fu l’anno in cui fece la sua
comparsa sulla scena mondiale la
“grande folla”. Chi era costei?
Prima di esaminare le basi
“dottrinali” che il Corpo Direttivo
pone a sostegno di questa sua
singolarissima convinzione,
cercheremo di trovare la ragione
vera d’essa. Non è difficile se solo
si esaminano le idee di Russell, il
fondatore. Sia egli che il suo
successore ritenevano che il loro
tempo sarebbe stato quello da Dio
prescelto per portare a compimento
il suo proposito e per porre fine
alla storia dell’uomo. Erano anche
convinti che solo pochissime persone
avrebbero formato parte del numero
degli eletti scelti da Dio per
regnare con lui in cielo per
l’eternità. Per la precisione erano
convinti che solo 144.000 esseri
umani avrebbero avuto questo
privilegio. Era quello di 144.000 un
numero che si trova per la prima
volta nell’Apocalisse, al capitolo
7. Ci ritorneremo.
Ma la fine tanto attesa non giunse,
né nel 1914, né nel 1925; il numero
di coloro che affluivano
nell’organizzazione, invece,
aumentava. Si avvicinò
pericolosamente alla soglia fatidica
dei 144.000 e, infine, la superò.
Questo pose un problema piuttosto
grave al “giudice”. Bisognava quindi
trovare una soluzione al fatto che
gli eletti non si limitavano a soli
144.000 ma sembrava che non la
smettessero di crescere. A forza di
pensarci, il fecondo presidente
trovò la risposta: essa si chiamava
la “grande folla” ovvero i “Gionadab”.
Chi erano questi “Gionadab”? Come
abbiamo già mostrato, era ferma
convinzione di Russell, e lo fu
anche di Rutherford per un certo
tempo, che la “chiamata celeste”
avrebbe dovuto esaurirsi nel 1914
con l’ascensione al cielo di tutti
gli Studenti Biblici radunati nel
periodo dei quarant’anni che va dal
1874 al 1914. Solo dopo la loro
risurrezione gloriosa vi sarebbe
stata sulla terra una grande
tribolazione nella quale si
sarebbero decise le sorti del resto
del genere umano. Non essendo
accaduto niente, ma proprio niente
du tutto quello che ci si attendeva,
e vedendo, quindi, che continuavano
ad affluire eccedenti il numero di
144.000, l’illuminazione o meglio la
“rivelazione” di Rutherford fu che
il radunamento dei “Gionadab”, cioè
di quella moltitudine di persone che
avrebbero dovuto essere radunate
dopo la gloriosa ascensione al cielo
dei 144.000, in realtà non doveva
avvenire dopo ma contemporaneamente,
cioè anche questa “classe” di
persone avrebbe dovuto schierarsi
per Geova prima della grande
tribolazione e non dopo. Bisognava
dunque allargare i recinti
dell’organizzazione e prepararsi a
ricevere questa “grande
moltitudine”, questa “grande folla”
come successivamente la si definì e
includere anche loro nei piani di
espansione dell’organizzazione. Il
problema della crescita si era
quindi risolto.
Dal 1935 in poi, quindi, tutti
coloro che sarebbero entrati a far
parte del gruppo non avrebbero
dovuto nutrire alcuna aspettativa
per il cielo, bensì sapevano, già al
loro ingresso che quella porta era
chiusa e che la loro aspirazione era
quella di “vivere per sempre su una
terra paradisiaca”. Dal 1935 a oggi
sono trascorsi ben 77 anni, e questo
lungo lasso di tempo ha permesso di
verificare un fatto singolarissimo:
gli “unti”, cioè il rimanente di
quelli che aderirono
all’organizzazione prima di quel
tempo e che nel 1935 erano quindi
persone di una certa età, e in ogni
caso non meno che quarantenni,
godono di una particolare longevità
che ne ha ridotto il tasso di
mortalità a una percentuale che non
trova riscontro in nessun’altra
parte del mondo. Infatti, se si
tiene conto che nel 1969 gli “unti”,
cioè coloro che, unici, possono
mangiare il pane e bere il vino,
erano 10.368, e nel 1994 erano scesi
a 8617, ciò vuol dire che in 25 anni
ne sono morti 1751, una media di 70
l’anno. Trattandosi di persone che
già nel 1935 avevano non meno di
quarant’anni, ne scaturisce un dato
pressoché incredibile, e cioè che
gli attuali 8617 “eletti” dovrebbero
avere un’età media di 100 anni. E
non solo, ma se continuano a morire
al ritmo di 70 l’anno, l’ultimo se
ne dovrebbe andare fra 123 anni;
roba da far morire d’invidia
Matusalemme. Questo a meno che una
morìa improvvisa faccia piazza
pulita di tutti gli arzilli
vecchietti.
Alle assurdità che inevitabilmente
scaturiscono dal “numero chiuso”
degli eredi celesti, quasi che si
trattasse dell’iscrizione
all’università, si aggiunge un
problema sempre crescente che a
tutt’oggi rimane insoluto per i
responsabili mondiali del geovismo.
Si tratta del problema dei “nuovi
unti” "
[Nota
del curatore: il numero degli
“unti” nel rapporto mondiale
presentato ne La Torre di Guardia
del 1° gennaio 2003 è di 8760,
ovvero, 30 unti in più
rispetto allo stesso rapporto
pubblicato l’anno precedente!].
"La dottrina, come abbiamo visto,
prevede uno spartiacque invalicabile
costituito dall’anno 1935. Dopo
quella data, più nessuna chiamata
per il “piccolo gregge”, chi c’è c’è
e chi arriva dopo va nell’altro
“ovile”, quello della “grande
folla”. Succede però che in molte
parti del mondo, prendiamo l’Italia
come esempio, il numero di quelli
che annualmente dichiarano di far
parte del rimanente degli unti,
invece di diminuire, aumenta. Nel
nostro paese si è passati dai 14 del
1954 ai 172 del 1995. Un incremento
percentuale altissimo. Come
spiegarlo? Un timido tentativo fu
fato nella Torre di Guardia del 15
ottobre 1970, dove si ipotizzò che
alcuni vecchi unti avrebbero potuto
venir meno e mostrarsi infedeli,
talché Geova avrebbe dovuto
provvedere alla loro sostituzione
con alcune nuove leve [nota del
curatore: sostituire le defezioni,
tutt’al più, dovrebbe permettere di
mantenere lo stesso numero, non
potrebbe mai aumentarlo. C’è anche
da osservare l'aspetto dell’alto
tasso di unti infedeli, visto che
ogni anno occorre sostituirne alcune
decine!!!]. Ma, successivamente, gli
argini si sono rotti e il massiccio
incremento di nuovi aspiranti al
soglio celeste non trova più
giustificazioni a meno che non si
faccia una totale marcia indietro
nella dottrina consolidata e si
rinunci alla “rivelazione” di
Rutherford del 1935, cosa che,
almeno per il momento, non sembra
ipotizzabile. Rimane un grosso
problema per il Corpo Direttivo che
prima o poi sarà affrontato e
risolto facendo ricorso a qualche
nuova brillante “rivelazione”. Chi
vivrà, vedrà!
Restavano comunque quelle
differenze, delle enormi differenze,
fra i 144.000, gli “eletti” della
prima ora che solo a malincuore
accettarono il prolungamento della
loro permanenza sulla terra assieme
a questa “classe secondaria”, e
tutti gli altri. La prima e più
importante era che solo loro, gli
“unti” i 144.000, potevano
appropriatamente chiamarsi
“cristiani”. Infatti, ragionavano in
quel tempo, Cristo vuol dire unto, e
cristiani vuol dire unti. Unti sono
solo i 144.000, pertanto, solo loro
possono chiamarsi cristiani. E’
molto evidente l’influsso delle
origini sudiste di Rutherford.
Praticamente egli suddivise i
cristiani in due classi, erigendo
fra di loro un muro invalicabile. I
primi erano i “fratelli” del
Signore, gli “unti”, gli unici per i
quali era stata scritta la Bibbia;
per loro addirittura egli trovò nel
testo delle Scritture più di 200
raffigurazioni profetiche che
tuttora devono essere accettate
dall’odierna “grande folla”. Questa
non poteva nemmeno fregiarsi del
nome testimoni di Geova che spettava
di diritto solo ai 144.000 (da qui
l’appellativo di Gionadab che, nei
tempi biblici, erano gli
appartenenti alla famiglia del
recabita Gionadab che, per la sua
fedeltà al popolo d’Israele, ebbe la
ricompensa di condividere assieme a
loro la Terra promessa) ."
[nota
del curatore: la proporzione fra
gli ebrei e i recabiti si sarebbe
ribaltata oggi: nell’antico Israele
i recabiti erano minoranza, mentre
la grande folla oggi è la stragrande
maggioranza dei Testimoni. Il
paragone non regge].
A
questa classe secondaria, così come
accade ancor oggi alle loro donne,
non era possibile aspirare al minimo
incarico di responsabilità
nell’organizzazione, essi non
potevano insegnare, non potevano
prendere la direttiva di nulla;
insomma, Rutherford produsse
esattamente una sorta di odioso
apartheid spirituale!
Per gli americani di quel tempo, e
particolarmente per gli americani
sudisti, tutto questo non sembrò poi
una cosa tanto sconveniente. Se Dio
aveva creato gli uomini bianchi e
neri e i neri potevano giustamente
essere schiavi dei bianchi, cosa
c’era di strano che Dio avesse
voluto stabilire due classi di
credenti, una al servizio
dell’altra? E’ un atteggiamento,
questo, che pur con i cambiamenti
che il trascorrere del tempo ha
portato con sé, persiste ancor oggi:
E’ significativo, infatti, che in
tutti i 120 anni di vita di quest’organizzazione
nessun uomo di colore abbia mai
fatto parte del Corpo Direttivo, ma
solo bianchi di origine americana o
europea. I testimoni di Geova
cercano disperatamente di nascondere
questo loro “cadavere nell’armadio”,
riempiendo le loro pubblicazioni di
illustrazioni dove con una
rigidissima e puntigliosa
proporzione, appaiono bianchi, neri
e gialli in egual misura, ma rimane
il fatto incontrovertibile che
nessun uomo di colore è mai stato
chiamato a far parte delle leve di
comando di Brooklyn.
Forse vedremo prima un presidente
degli Stati Uniti nero che un
presidente della Torre di Guardia
dello stesso colore. Sarà anche
forse per il fatto che i testimoni
di Geova consideravano i negri il
risultato di una maledizione divina.
Questo è quanto gli organi ufficiali
d’informazione, La Torre di Guardia
e Svegliatevi!, dissero al riguardo
alcuni decenni fa: “La maledizione
che Noè pronunciò su Canaan è
all’origine della razza nera. E’
certo che quando Noè disse: “Sia
maledetto Canaan, e divenga il servo
dei servi dei suoi fratelli”, ciò
indicò il futuro della razza di
colore. Essi sono stati e sono una
razza di servi, … non vi è al mondo
un servo così eccellente come il
servo negro, e la gioia che egli
prova nel servire fedelmente è una
delle gioie più pure che esista al
mondo” (L’età d’oro, 24 luglio 1929,
p.702). “Se la natura ha favorito i
nostri fratelli e sorelle di colore
nell’esercizio dell’umiltà, questo
va tutto a loro vantaggio, se essi
la esercitano con giudizio. Ancora
un poco, e la loro umiltà porterà
loro buoni frutti, quelli che sono
stati fedeli riceveranno come
ricompensa nuovi corpi, corpi
spirituali, quando andranno oltre il
velo, dove non vi saranno più
differenze di colore e di sesso” (La
Torre di Guardia, 1° aprile 1914, p.110).
E infine, a dimostrazione della
convinzione che il negro lo diventò
a causa della maledizione e non
perché fosse originariamente così
(una dottrina, questa, condivisa
anche dai Mormoni), la stessa
rivista del 1914 spiegava che:
“Ancora un pochino, e sarà
inaugurato il Millennio, che porterà
alla restituzione [leggi:
restaurazione] di tutto il genere
umano alla perfezione di mente e di
corpo, sia nelle fattezze fisiche
che nel colore, com’era in origine,
quando Dio dichiarò “molto buona”
ogni cosa, e che fu perduta per un
certo tempo a causa del peccato, ma
che sarà presto restaurata dal
potente regno del Messia”. Si
potrebbe ancora continuare ad
attingere nella vastissima messe di
informazioni della sterminata
letteratura geovista a dimostrazione
del profondo razzismo che ha
permeato sin dagli inizi quest’organizzazione,
ma è giusto che ritorniamo, invece,
al tema del nostro capitolo.
La discriminazione più grave, a
parte quella basata sulla razza, è
senza alcun dubbio quella che priva
la stragrande maggioranza dei
testimoni di Geova, addirittura il
99,95 per cento di loro della
possibilità di avvalersi del
sacrificio di riscatto di Gesù.
Avevamo visto, esaminando le
caratteristiche della cerimonia
della commemorazione, che nessuno
dei presenti era andato oltre il
semplice sguardo al pane e al vino.
Ma se invece di assistervi in
Italia, dove è difficile trovare un
“unto” dato che, come abbiamo visto,
ce ne sono soltanto 172, vi avessimo
assistito negli stati Uniti, patria
storica del geovismo e dove ve ne
sono alcune migliaia, sarebbe stato
improbabile vedere qualcuno dei
presenti far sostare davanti a sé
vassoio e calice, prelevarne una
parte del contenuto e mangiarne e
berne. Quel gesto avrebbe voluto
significare, senza alcun’ombra di
dubbio, che quella persona è un
“unto”, uno dei 144.000 ancora
rimanenti sulla terra, ma destinato
a sedere con Cristo quale suo
coerede nel governo dell’universo,
uno di quelli la cui scelta è stata
operata, come classe, sin
dall’antichità, dai tempi dei
profeti della Bibbia. Egli,
mangiando il pane e bevendo il vino,
dichiara pubblicamente la sua
“unzione”; dichiara inoltre che è
uno dei pochi per i quali Cristo è
mediatore e per il quale ha valore
il suo sangue versato. Questa della
mediazione limitata e della parziale
applicazione del sangue di Cristo è
una delle convinzioni dei testimoni
di Geova più difficili da accettare,
e non soltanto per i cristiani, ma
per i Testimoni stessi. Non sono in
molti fra di loro, infatti a sapere
che Cristo non è il loro mediatore e
che il suo sangue non si applica a
loro beneficio. Un’idea del genere
li turberebbe così come turba ogni
cristiano che considera la
mediazione di Gesù e il suo sangue
il dono più prezioso che Dio abbia
fatto al genere umano, a tutto il
genere umano.
Quella della mediazione parziale è
una caratteristica che costituisce
uno dei più gravi allontanamenti del
geovismo dal cristianesimo e che
desideriamo documentare, per non
incorrere in fraintendimenti,
citando pedissequamente le fonti
ufficiali del movimento. Quando nel
1979, nell’edizione del 1° ottobre
della Torre di Guardia, fu fatta la
dichiarazione che segue, essa portò
molto disorientamento fra i
testimoni di Geova, In sostanza,
alla domanda se Gesù era mediatore
per tutto il genere umano, come è
apertamente dichiarato nel secondo
capitolo della prima lettera di
Paolo a Timoteo, la rivista
rispondeva: “In senso strettamente
biblico Gesù è il “mediatore” solo
per i cristiani unti”. Questa
dichiarazione escludeva la preziosa
funzione mediatrice di Cristo
pressoché da tutto il genere umano
per limitarla ad alcune migliaia di
eletti appartenenti esclusivamente
al movimento dei testimoni di Geova.
Fu così difficile da digerire, e
tante furono le lettere di richiesta
di chiarimenti, che la sede
centrale, solo un anno dopo, dovette
pubblicare un intero articolo
nell’edizione del 1° giugno
intitolato Benefici del “solo
mediatore fra Dio e gli uomini”, nel
quale per poter giustificare il
completo capovolgimento delle parole
di Paolo sulla mediazione, si fece
ricorso a una vera e propria
manipolazione del testo biblico.
Pur non volendo appesantire
eccessivamente la trattazione, è
necessario che, per una volta,
procediamo a una comparazione fra i
testi per consentire al lettore di
rendersi conto della metodologia
seguita dal geovismo nella sua
“teologia”. Avendo di fronte una
delle migliori traduzioni bibliche
moderne, quella di Merk, leggiamo in
essa come sono correttamente
tradotti i versetti di 1 Timoteo
2,3-6:
“Questo è una cosa bella e gradita
al cospetto di Dio, nostro
Salvatore, il quale vuole che tutti
gli uomini siano salvati e arrivino
alla conoscenza della verità. Uno
solo, infatti è Dio e uno solo il
mediatore fra Dio e gli uomini,
l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se
stesso in riscatto per tutti”
Si presti attenzione, adesso, al
modo di tradurre gli stessi versetti
della Traduzione del Nuovo Mondo
delle Sacre Scritture, nella quale i
versetti manipolati sono indicati in
corsivo:
“Questo è eccellente e accettevole
dinnanzi al nostro Salvatore, Dio,
il quale vuole che ogni sorta
di uomini siano salvati e vengano
all’accurata conoscenza della
verità. Poiché vi è un solo Dio, e
un solo mediatore fra Dio e gli
uomini, l’uomo Cristo Gesù, che
diede se stesso quale riscatto
corrispondente per tutti”
Non tutti gli uomini, quindi,
ma ogni sorta di uomini; non
è sufficiente la conoscenza di
Dio, ma è necessaria un’
”accurata” conoscenza che si può
acquisire solo con un “accurato”
studio biblico fatto con i
Testimoni, e non è sufficiente che
Cristo sia un riscatto, ma deve
anche essere un riscatto
“corrispondente”, cioè deve
corrispondere ad Adamo, che, non
essendo certamente Dio, era solo un
uomo e quindi anche Cristo non è
altri che un uomo, figlio di Dio ma
sempre uomo.
Come si vede, bastano pochi versetti
per stravolgere l’intero impianto
del cristianesimo. Ma poiché
rimaneva un versetto ancora non
sufficientemente maltrattato, quello
cioè del secondo “tutti” al versetto
6, la stessa Torre di Guardia, già
citata, provvide a chiarire il
significato e a spiegare come si
dovrebbe leggere anche se il testo
originale si esprime in quel modo. A
pagina 26 veniva quindi chiarito il
concetto con queste parole: “Qual è
dunque il ruolo di Cristo in questo
programma di salvezza? Paolo
prosegue dicendo:
“Vi
è un solo Dio, e un solo mediatore
fra Dio e gli uomini [non tutti
gli uomini], l’uomo Cristo Gesù,
che diede se stesso quale riscatto
corrispondente per tutti” (le
parentesi e il corsivo sono nel
testo):
Se Cristo non è mediatore per tutti,
ne consegue che non tutti possono
prendere parte alla comunione con
lui, ma solo quei pochi intimi con i
quali egli ha stipulato il patto, il
Nuovo Patto. Sì, perché anche il
Nuovo Patto non è per tutto il
genere umano, ma sempre e solo per i
pochi “eletti”. Ma se la grande
maggioranza dei testimoni di Geova
non può fare la comunione, in che
modo sono salvati, in considerazione
delle chiare parole di Gesù nel
vangelo di Giovanni dove egli stesso
insegnò: “Se non mangiate la carne
del Figlio dell’uomo e non bevete il
suo sangue, non avete vita in voi.
Chi si nutre della mia carne e beve
il mio sangue ha vita eterna, e io
lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv
6,53-54). La straordinaria risposta
è che chi desidera ottenere la
salvezza deve rivolgersi a una
classe di persone che intercedano
per lui; si possono ottenere le
benedizioni divine solo per mezzo
della “Classe di Cristo”, cioè il
rimanente dei 144.000 che rimangono
ancora sulla terra. Ecco il chiaro
insegnamento della Torre di Guardia
del 1° giugno 1980: “Per conservare
la propria relazione col “nostro
Salvatore Dio”, la “grande folla”
deve restare unita al rimanente
degli Israeliti spirituali … Ciò che
pensate degli unti “fratelli” di
Cristo, o “grano”, e il trattamento
che accordate loro saranno il
fattore determinante per stabilire
se andrete allo 2stroncamento
eterno” o se riceverete la “vita
eterna” “. (cfr anche La Torre di
Guardia, 15 dicembre 1982). Se non
fossero scritte, queste parole
sarebbero difficili da credere. La
salvezza dei cristiani è subordinata
a ciò che si “pensa” o al
trattamento riservato a questi 8000*
vegliardi; bisogna rimanere uniti a
loro perché questo è il “fattore
determinante per la vita o per la
morte eterna”.
Rimane da chiarire un punto, ultimo
ma non di minore importanza: Perché
Dio ha bisogno di portare in cielo
alcuni esseri umani? La risposta di
quest’organizzazione è veramente
illuminante: “E’ per portare a
compimento il suo proposito per la
terra. Dal cielo Gesù Cristo e i
144.000 riporteranno
progressivamente l’umanità
ubbidiente alla perfezione”.
Praticamente a questi eletti fra i
testimoni di Geova è assegnato il
compito di corredentori. Pur
nell’assoluto silenzio delle
Scritture a questo riguardo, La
Torre di Guardia considera dottrina
essenziale alla salvezza credere che
Dio e Gesù Cristo siano incapaci da
soli di portare a termine l’opera di
redenzione del genere umano, per la
quale devono avvalersi di 144.000
collaboratori (La conoscenza che
conduce alla vita eterna, p.88)."
Tratto da: “I nostri “amici”
testimoni di Geova”, di S.
Pollina - ed. San Paolo.
*Nel rapporto mondiale pubblicato ne
"La Torre di Guardia del 1-2-2005
gli "unti" erano 8.570!
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