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Altro, tratto
da: Quando la profezia diventa
storia- A. Pellegrini- pp.246-250.
Nelle
Decretali di Gregorio I (590-604) leggiamo:
“Le potenze secolari giudicheranno di sterminare
tutti gli eretici condannati dalla Chiesa, in caso
contrario esse saranno chiamate anateme”.
Il papa Lucio III (1181-1185) promulgò
questo editto: “Per abolire la malignità di
diverse eresie che si sono ormai innalzate da
tempo in diverse parti del mondo, è molto
convenevole che il potere confidato alla Chiesa si
risvegli, alfine che, con l’aiuto ed il concorso
della forza imperiale, l’insolenza e
l’affronto degli eretici, nei loro perfidi
dissensi siano schiacciati, e che la verità della
semplicità cattolica, che brilla nella santa
chiesa, si dimostri pura e libera dalle
abominazioni delle loro false dottrine. È perciò
sostenuta dalla presenza e dal potere del nostro
carissimo figlio Federico (Barbarossa),
illustrissimo imperatore dei romani... e il comune
avviso e consiglio dei nostri fratelli e altri
patriarchi, arcivescovi e principi... noi
condanniamo ogni specie d’eresia, con qualunque
nome essa sia chiamata. Più specialmente, noi
dichiariamo che i Catari, i Patarini e coloro che
si chiamano i Poveri di Lione (Valdesi), i
Passegeni, gli Arnoldini dimorino sotto l’eterno
anatema. E perché alcuni, sotto una apparenza di
pietà, ma avendo rinnegata la fede, come dice
l’apostolo, si arrogano l’autorità di
predicare... noi racchiudiamo, sotto la stessa
sentenza di eterno anatema tutti coloro che,
avendo ricevuto la diffida, o non essendo inviati,
pretendono tuttavia di predicare pubblicamente o
in privato, senza l’autorizzazione della sede
apostolica o dei vescovi delle loro rispettive
diocesi; come anche tutti coloro che non temono di
mantenere o d’insegnare... delle opinioni
diverse da quelle che la santa chiesa di Roma
predica e osserva..., (la bolla dichiara in
seguito che coloro che, assecondando in qualunque
cosa questi eretici, saranno assoggettati allo
stesso anatema). Noi decretiamo... che chiunque
sarà notoriamente convinto di questi errori, se
è un chierico... sarà dimesso immediatamente da
ogni prerogativa d’ordine ecclesiastico e che
essendo così spogliato da ogni ufficio e
beneficio, sarà abbandonato al potere secolare,
per essere punito secondo il demerito...; se è un
laico... noi ordiniamo che sia abbandonato alla
sentenza del giudice secolare, per ricevere la
punizione convenevole, secondo la qualità
dell’offesa. (La bolla continua con questo tono)
Il vescovo che non sarà accorto nel mettere una
barriera all’eresia sarà sospeso per tre anni
dalla sua dignità e dalla sua amministrazione
episcopale; ed ogni vescovo farà lui stesso, o la
farà fare da altri, una esatta ricerca degli
eretici nella sua diocesi, una o due volte
l’anno. (Poi conclude) Noi ordiniamo, inoltre,
che tutti i conti, baroni, governatori e consoli
della città e degli altri posti, in seguito
all’avviso dei rispettivi arcivescovi e dei
vescovi, promettano sotto giuramento in tutti
questi articoli e tutte le volte che saranno
richiesti, che assisteranno potentemente ed
efficacemente la Chiesa contro gli eretici e i
loro complici; e si sforzeranno fedelmente,
secondo il loro ufficio e potere, di eseguire gli
statuti ecclesiastici e imperiali concernenti le
materie qui menzionate. Se alcuni di questi
rifiutano di osservare ciò saranno privati dei
loro onori e incarichi, e dichiarati incapaci di
riceverne altri; inoltre, essi saranno avvolti
nella sentenza di scomunica, e i loro beni
confiscati all’uso della Chiesa. E se qualche
città rifiuta di accordare obbedienza a queste
costituzioni, ...noi ordiniamo che essa sia
esclusa da ogni commercio con le altre città e
privata della dignità episcopale...”.
Scrive il vescovo Doellinger: “Tutti
coloro che hanno finito la loro vita sul rogo,
tutti quelli che furono condotti al patibolo
dovettero la loro condanna al papa o ad un
incarico generale o speciale della Santa Sede.
Cominciò Lucio III nel 1183 facendo bruciare
numerosi eretici nelle Fiandre dall’arcivescovo
di Reims suo legato, e l’esempio fu imitato poi
per lunghi secoli con logica implacabile. I papi
di quel tempo ordinarono un numero di esecuzioni
capitali forse maggiore di quello voluto da un
sovrano laico qualsiasi”.
Nel XIII secolo una crociata fu predicata
nel nome del papa dai monaci di Citeaux contro gli
Albigesi del Mezzogiorno della Francia; il primo
effetto fu il risultato del sacco di Béziers e
quello di Carcassonne 1215, 1226. Béziers presa
d’assedio fu poi saccheggiata e data alle fiamme
e nel massacro perirono 200.000 abitanti.
Gregorio IX (1227-1241), volendo rialzare
la causa delle crociate, in una sua bolla del 1234
diceva: “La disciplina d’una penitenza
regolare avrebbe talmente abbattuto diversi
peccatori, che non avrebbero avuto il coraggio di
iniziarla; ma la guerra è un mezzo abbreviato di
scaricare gli uomini della loro colpevolezza e di
ristabilirli nel favore divino. Se essi muoiono
per la strada l’intenzione sarà presa per il
fatto, e molti, in questo modo, possono essere
coronati senza avere combattuto”.
“La Costituzione di Benedetto XI
(1303-1304), citata dal Calderini, dimostra come
in virtù di un privilegio di Clemente IV
(1265-1268), gli inquisitori fossero “absoluti
a poena et a culpa” (assolti dalla pena e
dalla colpa) in grazia del papa, accordando
loro tutti i favori spirituali ed i privilegi
attribuiti ai crociati. Inoltre, già fin dal
1231, Gregorio IX, nelle istruzioni impartite ai
domenicani di Germania, aveva concesso
un’indulgenza di 20 giorni a coloro che li
avrebbero assistiti nell’impresa di perseguire
gli eretici. L’indulgenza plenaria a coloro che
in queste lotte trovassero la morte. Il cardinale
Albizzi, dimostra come anche gli inquisitori
spagnoli tenessero dal papa tutta la loro potenza;
essi erano delegati del papa”.
Nel 1295 papa Bonifacio VIII (1295-1303)
crea il vescovado di Pamiers alle dipendenze di
quello di Tolosa per combattere più da vicino
l’eresia valdese e catara ancora fiorente in
quelle regioni. Nel 1317 Jacques Fournier è
nominato vescovo di Pamiers. Nel suo zelo contro
gli eretici userà i metodi dei suoi predecessori
pur di inseguire ogni eretico. Tutti i mezzi gli
sono leciti. Assolda degli spioni che conoscevano
le abitudini degli albigesi, e, facendosi passare
per dei credenti catari, cercavano di guadagnare
la loro fiducia per poi denunciarli. Tale energia
nella lotta contro l’eresia darà al vescovo
onori e gloria. Il papa Giovanni XXII (1316-1334)
a diverse riprese gli invia le sue felicitazioni
e incoraggiamenti nominandolo poi cardinale nel
dicembre del 1327. Il 13 dicembre del 1334 i
cardinali lo nomineranno successore di Giovanni
XXII, che prenderà il nome di Benedetto XII e
regnerà dal 1335 al 1342.
L’Enciclopedia Cattolica alla voce
”Inquisizione” dice: “La procedura
inquisitoriale è conosciuta nei suoi minimi
particolari, grazie ai manuali redatti da Nicola
Eymeier, Bernardo Gui e altri. Sospetti, denunce,
accuse, la stessa voce pubblica, bastavano
all’inquisitore per citare a comparire dinanzi a
sé le persone compromesse, o farle trarre in
arresto, sia dalle autorità civili, che dai
propri dipendenti...
Esistevano vari mezzi per costringere
l’imputato a confessare: il regime della
prigione stretta, che comportava il digiuno, la
privazione del sonno, la prigionia nelle segrete,
i ceppi ai piedi e le catene ai polsi, e tormenti
anche più crudeli. Se recalcitrava, il detenuto
era sottoposto alla tortura, ossia al cavalletto,
alla corda, ai carboni ardenti, o al supplizio
dello stivaletto. Tuttavia bisognava evitare
sempre la mutilazione e il pericolo di morte. In
forza del decreto “Si adversus” (II, X,
V, 7) l’avvocato o il notaio che prestavano il
concorso del loro ufficio a un fautore di eresia,
si esponevano alla perdita dell’ufficio e
incorrevano nell’infamia. Di conseguenza gli
imputati restavano indifesi... Se l’eretico si
ostinava a rifiutare la ritrattazione dei suoi
errori o se ricadeva dopo averli abiurati,
l’inquisitore (religiosi domenicani e
francescani si distinsero per il
loro ardente zelo) lo abbandonava al
braccio secolare, pregandolo di risparmiare al
colpevole la mutilazione e la morte. In pratica
però questa raccomandazione non aveva effetto;
solo preservava il giudice dall’irregolarità,
in cui sarebbe incorso, con il partecipare a una
sentenza capitale. Se la corte laica di giustizia
non avesse dato alle fiamme l’impenitente o il
recidivo, sarebbe stata passibile di scomunica, in
quanto favoriva l’eresia. Condotto al luogo del
supplizio, se il condannato dichiarava di pentirsi
e di rinnegare i suoi errori, il tribunale lo
restituiva all’inquisitore... Il pentito doveva
denunciare, verosimilmente senza alcuna
costrizione fisica, i suoi complici e abiurare una
per una le sue eresie. Per castigo era condannato
alla prigione perpetua... Il recidivo che si
convertiva all’ultima ora otteneva solo la
grazia di ricevere i Sacramenti della Penitenza e
della Eucarestia, prima di morire sul rogo...
Tra le pene inflitte agli eretici che abiuravano i
loro errori, sembra che quella della reclusione
fosse la più largamente adoperata dagli
inquisitori. Il regime penitenziario variava a
seconda dei casi e dei luoghi: la “prigione
larga” escludeva i ferri e le segrete, penalità
riservata ai condannati alla “prigione
stretta” o alla “prigione strettissima”...
In qualunque caso i detenuti non ricevevano altro
cibo che “il pane del dolore e l’acqua della
tribolazione””.
Negli schemi con i quali si doveva eseguire
l’interrogatorio si insisteva “di parlare
sempre con una dolcezza esemplare al pervenuto,
mentre gli si bruciavano i piedi unti di lardo di
porco nel richaud, o gli si rompevano le
braccia con il supplizio della corda”.
Lo storico Lecky scrive: “In ogni
prigione si trovavano accanto il crocifisso e la
ruota, in quasi ogni paese l’abolizione della
tortura fu alla fine conseguita da un movimento
che la Chiesa osteggiava e da uomini che essa
malediva... Quasi tutta l’Europa per molti
secoli fu inondata di sangue, che veniva sparso
sotto la diretta istigazione e con piena
approvazione delle autorità ecclesiastiche.
Quando consideriamo tutte queste cose, non
facciamo certo una esagerazione dicendo che la
Chiesa Romana ha inflitto una maggiore quantità
di sofferenze immeritate di qualsiasi altra
religione che mai sia esistita nell’umanità”.
Sebbene la Chiesa avesse orrore del sangue,
ed era per questo che consegnava le sue vittime al
braccio secolare, “a Roma, sotto Pio V
(1566-1572), c’è tutti i giorni qualche
infelice o bruciato, o impiccato, o decapitato -
scriveva nel 1568 Tobie Eglino - tutte le prigioni
sono affollate; si è obbligati a costruirne delle
nuove; e questa città immensa non ha abbastanza
segrete per la folla di persone pie che vengono
arrestate continuamente”.
Nel Direttorium Inquisitorum,
pubblicato a Roma nel 1584, sotto Gregorio XIII,
è detto: “Un eretico merita il fuoco. Per
l’Evangelo, i canoni, la legge civile e il
costume, gli eretici devono essere bruciati...
Ognuno può attaccare coloro che sono ribelli alla
Chiesa, spogliarli delle loro ricchezze e
ucciderli, bruciare le loro case e le loro città.
Gli eretici devono essere scoperti, e allontanati
dai loro errori o altrimenti sterminati”.
A Parigi, nella notte di S. Bartolomeo del
24 agosto 1572, 70.000 furono i morti, e la testa
dell’ammiraglio Colony, fedelissimo suddito
della corona, fu inviata a Roma. Come Salomè, la
bellissima figliola di Erodiada, aveva domandato
ad Erode la testa di Giovanni Battista per
consegnarla alla madre, così a Roma giunse quella
dell’Ugonotto, consegnata dalla diletta figlia
francese.
“La Chiesa, nella notte di S. Bartolomeo,
aveva armato il braccio dei cospiratori reali.
Davanti al fatto compiuto, i suoi rappresentanti
mostrarono una gioia indicibile. Quando la notizia
pervenne a Roma, Pio V era morto dal mese di
maggio. Gregorio XIII, suo successore, celebrò il
massacro facendo tirare il cannone del castello
Sant’Angelo, accendendo dei fuochi di gioia in
Roma, e pubblicando un giubileo per tutti i
popoli;
fece fare dal Vasari, per la sala detta dei re,
tre quadri rappresentanti un avvenimento così
felice, fece battere una medaglia il cui rovescio
rappresenta il papa stesso e l’altra faccia un
angelo che tiene in una mano la croce, e
nell’altra una spada che trafigge i nemici
appena vinti”.
“Nello spazio di trenta anni (che
seguirono) 39 principi, 158 conti, 234 baroni,
147.518 nobili, 760.000 persone del popolo sono
stati uccisi”.
I papi stessi hanno creato delle
organizzazioni per sopprimere gli eretici. La
Congregazione per la propaganda della
fede fondata nel 1622 dal papa gesuita
Alessandro Ludovisi (Gregorio XV, 1621-1623) venne
perfezionata nel 1650 da G. B. Panfili (Innocenzo
X, 1644-1655) in Congregatio de propaganda fide
et Extirpandis haereticis.
L’Enciclica del 29 aprile 1848 affermava
di aborrire la guerra, l’anno dopo la Chiesa
offriva l’indulgenza plenaria in articolo
mortis a tutti i feriti e infermi francesi che
versassero il sangue per la difesa del territorio
della santa Sede.
È impossibile raccontare ciò che Roma ha
fatto e ha autorizzato in 16 secoli di storia.
I re della terra hanno fatto morire
migliaia di uomini per le loro guerre, Roma, oltre
ad aver fatto morire i santi, è stata la causa e
l’istigatrice delle altre guerre che hanno
causato altrettanti martiri, perché costretti a
guerreggiare. E la storia non è finita.
È negli anni ‘80 che il Vaticano ha
abolito la pena di morte nel suo Stato.
Ma la sofferenza del
popolo di Dio non è stata vissuta inutilmente. La
sua testimonianza è stata un seme di libertà che
crediamo sia germogliato anche nell’intimo di
questo potere che lo ha oppresso e che ora si
presenta con modi diversi difendendo i principi
della libertà e del rispetto di chi al nome di
Dio crede diversamente.
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